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Factory Fattori | 24 giugno 2018

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ALLORA SI MUORE TUTTI

ALLORA SI MUORE TUTTI
Saverio Fattori

Lo dico subito. Non mi piace la necrofilia su Facebook, la febbre morbosa che si scatena alla morte di un personaggio noto, la gara di velocità per linkare per primi la notizia che poi si diffonde in modo virale in rete. Le frasi tipo “Adesso un altro Angelo ci guarda da lassù” mi mettono i brividi. Grande rispetto per Rita Levi Montalcini, la ricordo con simpatia quando si recava a votare la fiducia al Senato anche in condizioni fisiche difficili. Ma credo che pochissimi di quelli che l’hanno pianta su Facebook saprebbero spiegare perché vinse un premio Nobel. Il sistema dell’informazione totale ci gonfia di notizie e curiosità, ci fa sapere tutto. Sappiamo tutto ma non è detto che capiamo tutto. Forse capiamo sempre meno proprio perché tutto si annulla e non sedimenta, le news si divorano, non abbiamo il tempo e la voglia di approfondire. Diventiamo troppo emotivi e superficiali. Ma poi digeriamo tutto, in attesa di un nuovo morto eccellente.
Se vi capita di vedere “The Queen”, un film inglese del 2007 di Stephen Frears che fu candidato a sei premi Oscar, forse capirete a cosa mi riferisco. Per quasi tutto il film lo spettatore è chiamato ad assistere e a biasimare una monarchia che pervicacemente resiste agli attacchi dei secoli, con le sue regole formali che a tratti appaiono rigide fino all’ottusità, in qualche modo assurde. Alla morte di Lady D lo spettatore è chiamato a una vertigine di senso, un capovolgimento del punto di vista. Una favolosa Helen Mirren

che interpreta la Regina Elisabetta, assiste quasi incredula dalla finestra all’infinito pellegrinaggio di migliaia di cittadini venuti in lacrime a rendere omaggio a una persona che nessuno di loro aveva mai conosciuto direttamente. Cosa sapevano davvero di Lady Diana costoro? Gli adulti giù di sotto avevano forse ancora bisogno di fiabe, orchi, draghi e principesse? Cos’è quella intimità artificiale se non una forma di allucinazione percettiva collettiva? Le persone che hanno posto un mazzo di fiori o una bambola per ricordare una persona di cui non avevano ricordi diretti, tattili, torneranno a casa migliorate nella vita di tutti i giorni? Improbabile. Mi sentivo alla finestra pure io, solidale con una monarca, incredibile, imbarazzato da un’umanità nella quale mi non riconoscevo. Un po’ cinico, con pretese di razionalità, spirito illuminista.

Ma poi succede che muore Pietro Mennea, e anch’io mi ritrovo svuotato di qualcosa, nudo, improvvisamente invecchiato senza essere cresciuto. Debole. Pietro Paolo Mennea mi obbliga a voltarmi indietro, a rivedermi bambino magro nel 1976 su una pista in terra rossa con le corsie tracciate col gesso e incerte. Dire che Ho iniziato per merito suo sarebbe una forzatura, ma era già il simbolo dello sport che avevo scelto, la rivista Atletica lo metteva spesso in copertina. Sto male davvero, come non mai per una morte in condivisione mondiale. E inizio a mettere sulla mia pagina di Facebook foto in bianco e nero rubate allo storico e fotografo Gustavo Pallicca. Quei nervi, quelle fasce muscolari che sembrano disperatamente inadeguate, quegli occhi neri e spiritati mi riempiono in cervello, no lui no, lui non può morire, davvero. Anche il dolore che invade la rete da tutte le parti mi sembra sincero, profondo. Soprattutto gli atleti della sua generazione presenti su Facebook sono sconvolti. Quelli che hanno gareggiato nel suo periodo e lo hanno conosciuto direttamente in gara, negli stages di allenamento, continuano a postare foto e ricordi personali. Non era un tipo facile Mennea, e forse la simpatia non era la dote che più lo rappresentava. Per me simpatia è un termine sempre più sfuggente, un termine che mi interessa sempre meno decifrare, isolare. Il più simpatico della classe, il più simpatico del bar, gente che mi ha lasciato per lo più indifferente. Mennea due anni fa venne a Ferrara a raccontare la sua carriera a studenti nati negli anni Ottanta, ragazzi che non avevano vissuto le sue imprese e sul palco vedevano un uomo anziano, molto diverso da Bolt anche nelle immagini di repertorio sullo schermo, eppure la sua narrazione aveva legato la sala in un incantesimo comune. Quel giorno per la prima volta (e ultima) mi feci fare la foto classica, il personaggio famoso che cinge le spalle al fan e una terza persona che fa clic, di quelle che poi quando le riguardi ti senti un po’ coglione.

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Poi al funerale di Mennea arriva uno scatto che spiega tutto. Stefano Tilli fissa la bara, Marisa Masullo lo abbraccia. Tilli ha gli occhi spalancati, increduli, forse nulla come la velocità è così lontana dall’idea della morte. Se muore lui che era il più grande di tutti allora è vero. Alla fine si muore tutti. È una gran fregatura. 


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(pezzo uscito sul mensile Correre)

Comments

  1. Anonimo

    “Sul lungo periodo saremo tutti morti” altra frase fatta… ma quella che mi fa più ridere di tutti: “ci ha lasciato…” riferito a personaggi che ormai tutti davano per morti da tempo, come quel pugile quasi centenario…

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