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Factory Fattori | 19 novembre 2018

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Angeli fragilissimi*

Angeli fragilissimi*
Saverio Fattori
Un ragazzo di Ferrara aveva saltato in alto due metri e un centimetro nella fase nazionale dei giochi della gioventù. Aveva quattordici anni. Oggi sarà grasso o mediamente attrezzato per squallide partite a calcetto con i colleghi. Forse un infortunio avrà placato i suoi sogni. Forse l’irritazione per quegli allenamenti meticolosi avrà colliso con la disordinata esuberanza dell’età inquieta. Forse l’alibi sarà stato quello dell’impegno scolastico che i genitori ritenevano prioritario. L’atletica doveva essere solo una piccola distrazione, una fase di passaggio, una fissazione temporanea da gestire a livello amatoriale. Poco importa se alla resa dei conti quel figlio non avrebbe dato nessuna soddisfazione particolare, se non ha costruito nulla che l’abbia fatto emergere da un’anonima mediocrità. Escludendo quel salto a quattordici anni .Quell’asticella che aveva vibrato alcuni secondi per poi appoggiarsi sui ritti, composta. I suoi balzi acrobatici sul matrasso avevano richiamato il professore di educazione fisica che lo aveva accompagnato a Roma, si erano abbracciati, la gara era vinta, il secondo si era arreso all1.95 e lui non aveva tentato misure superiori. La concentrazione era saltata in aria a contatto con quella gioia. Peccato. Probabilmente quel pomeriggio di primo autunno aveva nei tendini almeno un 2.05.
Dopo quel risultato si era reso necessario il tesseramento per una società di prestigio e attrezzata per una specialità così tecnica. Il suo nuovo tecnico era certo che con una preparazione mirata, nel giro di qualche anno avrebbe raggiunto il muro dell’eccellenza, allora attorno ai 2.20. Il suo stile era rozzo, il passaggio sull’asticella un gesto acrobatico spettacolare ma ancora poco coordinato. Ogni salto era diverso dall’altro, acerbo e intuitivo. In qull’inverno in palestra c’erano solo da mettere a punto gli automatismi della rincorsa e dello stacco, ponendo molta attenzione sul caricamento, terzultimo passo, il resto sarebbe venuto da quella reattività tendinea che nessun allenatore poteva e di cui la natura lo aveva dotato. La tecnica doveva solo incanalare quella forza, ridurre al minimo le dispersione di energia. Quel talento raro era stato misteriosamente trasmesso da genitori che oggi tentavano di sedare i sogni del figlio. Erano piccoli proprietari terrieri e quell’unico figlio maschio era necessario nei lavori in campagna, il padre era un uomo roccioso, lavoratore infaticabile, un litro di rosso a pasto senza accusarlo per nulla, aveva ingravidato quattro volte la moglie senza che questa esondasse grasso dai fianchi.
Il giovane saltatore aveva iniziato a frequentare un istituto agrario pochi chilometri fuori città, tornava a casa nel tardo pomeriggio in tempo solo per i compiti la cena e coricarsi. A dicembre avrebbe definitivamente abbandonato gli allenamenti nonostante le insistenze dei dirigenti della società che avevano provato a ragionare con i genitori. L’anziano contadino aveva fatto sedere in salotto il tecnico del centro sportivo universitario. Nessuna ostilità, solo un rigido pragmatismo padano aveva gelato ogni speranza.
Nel salto in alto poco possono giovare i sostegni farmacologici, nessuna integrazione chimica può fare di un somaro da tiro un cavallo di razza. E’ tutta genetica e tecnica, ricerca della perfezione nel gesto, della pulizia dell’esecuzione, il fisico non deve mutare, deformarsi o potenziarsi fuori controllo, nel salto in alto l’uso di steroidi potrebbe risultare dannoso.
I saltatori in alto sono esseri fragilissimi, il loro gesto richiede una potenza inaudita che si affida al tendine di una caviglia che si torce in un movimento innaturale ed estremo. Per lo più sono esseri esili, filiformi, altissimi, dotati di una eleganza che attende solo di corrompersi nell’abbattimento dell’asticella.

*estratto da Acido lattico

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