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Factory Fattori | 22 Agosto 2019

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Alienazioni padane #1

Alienazioni padane #1
Saverio Fattori
Franca mi guarda e non aggiunge altro al mio disgusto che mi fa la bocca amara e distogliere lo sguardo. Il poster di una mostra di Kandinskji come quelli che ci sono attaccati nelle hall di tutti gli alberghi di tutto il mondo, per il resto la stanza è arredata con gusto, il gattone peloso, Ronnie, i libri di una vita.
Franca è appena stata dimessa dall’ospedale, i medici non erano d’accordo, brutto incidente, poteva andare peggio, continuavano a ripetere all’infinito gli amici che lasciavano libri e dolci sul comodino, Franca guardava oltre le tapparelle verdi, le stesse fuori dalla finestra alle scuole medie. Franca avrebbe voluto che fosse andata peggio, solo io l’avevo intuito, mentre mi stropicciavo il mento con la mano destra sbattendo contro gli occhi di Franca solo per sbaglio.
L’auto non aveva voluto assecondare la strada statale che faceva una dolce curva verso sinistra, né aveva voluto cambiare per la strada ghiaiata che si apriva brusca ad angolo retto sulla destra verso il borgo di R. L’auto era andata ottusa e dritta verso una pieve abbandonata, senza il segno di una frenata sull’asfalto grigio scuro.
Avevamo litigato una volta ancora, questa volta la nostra banale crisi di coppia aveva lasciato il posto a qualcosa d’altro.
Ero rapito dal vuoto e dalla leggerezza, sedotto dall’inutilità di qualunque parola che puzzasse di scuse, alibi, autocritiche, giustificazioni. Le domande erano precise, chiedeva di date e circostanze
Franca aveva capito tutto, forse da sempre, il giorno della testimonianza resa al Sostituto Procuratore col nome di donna… il suo nervosismo… una difesa per confondere la propria coscienza.
Sono solo, finalmente solo, per la prima volta da anni, lo sguardo fisso e le braccia lungo il corpo, mi sono scesi anche i dentoni lunghi sul labbro inferiore, mi concentro, cerco di regredire a ragazzo autistico. L’esperimento funziona, è un po’ che mi esercito sono rapito da pensieri vuoti, sprofondato nella poltrona giapponese delle grandi occasioni.
Una coppa con basamento di marmo recante targhetta 10° CAMP. ITAL. F.IB.AT. BIATHLON ATLETICO “MIGLIOR PROVA DI CORSA” SCHIO 6-7/98 per pochi centimetri non mi sbatte sulla tempia destra, Franca scappa in cucina in lacrime. Il bambino autistico è davvero troppo.
Ha ragione, come al solito. Se la tenga.
Respiro profondamente, socchiudo gli occhi a intervalli regolari, la gamba dal ginocchio in giù è presa da un tremito che irriterebbe Gandhi, ho rimesso dentro i dentoni, Franca ha alzato gli occhi al soffitto, segno che ha smesso di contare le gocce di Valium, scendono ordinate nel bicchiere zuccherato. In un organismo non assuefatto occorrono circa trecento gocce per passare ad un riposo definitivo. Il mio silenzio è più che un incoraggiamento, una esortazione direi.
Lontano il tempo delle sane litigate lacrime e sangue… era il tempo del rancore che non ha parole.