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Factory Fattori | 18 Dic 2018

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Alienazioni padane #7

Alienazioni padane #7
Saverio Fattori

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Quando morì mio fratello, avevo giusto vent’anni e non fu poi un gran colpo, Videomusic stava prendendo spazio nel mio cervello e poi Rico era ritardato mentale dalla nascita, non avevo mai capito un cazzo dei suoi rantoli. Morì a 13 anni, l’età critica per i bambini colpiti dalla patologia che aveva colpito Rico, non resistevano ai mutamenti fisiologici adolescenziali e venivano colti da insufficienze cardiache quasi sempre fatali. I parenti naturalmente dissero che Rico aveva smesso di soffrire e che forse era meglio per tutti, adesso i nostri genitori dovevano pensare a me, sai che soddisfazione. I vicini non vennero a far le condoglianze, nemmeno fosse morto un cane, nemmeno i componenti della famiglia che abitava l’appartamento di fronte, per me andava bene così, non andavo entusiasta per gli estranei in casa comunque quando era morta nonna a 102 anni erano venuti alcuni colleghi d’ufficio di mamma, io ero rimasto chiuso in camera con Bijork a miagolare insistente. Ale, ventenne, galleggiava ancora ritardato, rimandato o bocciato nelle putride acque dell‘Istituto Tecnico Pier Crescenzi e quando morì Rico mancò da scuola due giorni. Ero tornato a sedermi nel mio banco tarlato e stuccato di chewin gum, la proffe di matematica, la più odiata, destinataria dei miei compiti in classe in bianco, mi aveva alzato due occhi da Bambi innamorato, mi aveva chiamato alla cattedra sussurrando sentite condoglianze a me, a mamma e papà. Aveva anche aggiunto che eravamo tutti figli di Dio e se Rico era stato un figlio meno fortunato adesso era un angelo che dall’alto dei cieli avrebbe mi aiutato ad essere un buon cristiano o comunque un essere umano decente.

Avevo rivisto il grugno scuro e storto coi nervi del collo tirati sopra una veste azzurra tra due ali candide e mi si era disegnato un sorrisetto sottile e stronzo poi avevo considerato che se la proffe avesse preso i voti o scritto libri di fantascienza invece di insegnare matematica tutto sarebbe stato più facile e lo stavo per dire, quando aveva bussato alla porta il bidello che portava un cartoccio di pizza da forno unta a un coglione del terzo banco che si era alzato asimmetrico e grato facendo stridere la sedia in maniera irritante.

I miei compagni di classe erano in gran parte grossi coglioni di provincia con poche eccezioni, i genitori avevano paura di mandare i loro bambinoni in scuole superiori di Bologna col rischio che potessero incontrare cattive compagnie o spacciatori nordafricani, i bambinoni non avevano mosso proteste consegnando il loro futuro ad occhi chiusi a genitori apprensivi.

Avevo scelto l’Istituto Tecnico Commerciale Pier Crescenzi perché l’entrata principale distava duecentocinquantasei passi dal mio tappeto scendiletto, ma ero conscio che in altre scuole superiori cittadine avrei potuto fare conoscenze più stimolanti a parte gli spacciatori nordafricani.

Gildo che frequentava l’Alberghiera a Ferrara mi raccontava di professori ex-terroristi che non credevano nel programma ministeriale e consideravano favorevolmente l’esperienza dell’eroina nella maturazione dell’adolescente.

Gildo poi mi aveva fatto conoscere le Sorelle Porcelle Pittis di buona famiglia e pessima reputazione con l’attacco gluteo-coscia precocemente cellulitico oggi saranno davvero sfatte e cornute. Non ricordavano nulla delle donne dei video musicali di Bryan Ferry, probabilmente non pisciavano nemmeno nello stesso modo, ma era meglio di niente, dal momento che le fichette del Pier non cagavano.

Certe domeniche invernali grigie e infinite venivano colorate nel pomeriggio di rosso e fuxia quando Gildo suonava il campanello con Gloria e Stefania a braccetto, grugniva OINK OINK al citofono e schiacciava il naso contro il video. Davo il tiro alla porta, non portavo le mutande e il cazzo mi spingeva contro i bottoni dei 501; i miei genitori avevano lasciato campo libero per andare a far visita a certi conoscenti del ferrarese, rozzi colleghi del padre, lasciandomi in custodia Rico alla ragionevole tariffa sindacale di cinquantamila lire non trattabili.

Io+Gildo+le Sorelle ci divertivamo un sacco a fare giochi sozzi o petting profondo, come venivano definiti certi esperimenti nella carne da giornaletti per adolescenti, davanti a Rico che grugniva e si agitava e storceva la bocca che pareva arrivare fino all’orecchio e le braccia volevano annodarsi. Dimostrava così il suo gradimento per le tette e il culo delle sorelle per altro già piuttosto fatiscenti, poi una domenica di Febbraio ero arrivato a togliergli i pantaloni della tuta blu ai quali Rico era condannato, constatando che, almeno tra le gambe, non era affatto disabile, il tutto tra applausi e strilli isterici delle sorelline, poi avevo preso Gloria per la manina e volevo che toccasse Rico proprio lì, ma lei aveva smesso di ridere, anzi aveva spalancato gli occhi come in un film di Wes Craven e aveva iniziato a piangere e a dare di matto, la troia, Gildo l’aveva fatta riprendere a sberle nella faccia poi si era rivolto a me dicendomi che stavolta avevo un po’ esagerato. Rico gonfiava il petto rachitico a ritmo sempre più sincopato, tossiva e sputacchiava , le sorelle si erano rimesse le giacche e zoccolavano di tacchi giù per le scale con Gildo dietro più rilassato. Rico aveva tenuto in sospensione per qualche secondo il respiro a petto gonfio poi gli era scivolato giù, aveva girato il capo da una parte e si era stancato di respirare.

Non consegnavo sempre i compiti in classe di matematica in bianco, lasciando lo spazio tra il testo di un’espressione e l’altro per andarmene a fumare in corridoio MS scrocche.

Quando l’ispirazione mi coglieva all’altezza della fronte, sotto l’influenza di (Henry)Miller ora

Patti Smith 1975 Robert Mapplethorpe 1946-1989 ARTIST ROOMS  Acquired jointly with the National Galleries of Scotland through The d'Offay Donation with assistance from the National Heritage Memorial Fund and the Art Fund 2008 http://www.tate.org.uk/art/work/AR00185

o della Smith (Patti),

mi esibivo in arditi svolgimenti matematico-poetici che disarcionavano la Manfredini dalla sedia e facevano gridare al miracolo Bassetti di Italiano-Storia-Geografia. Un perfetto coglione, va detto.

Bum Bum Bum Rimbaud rimbomba assordante in questa stanza di infedeli

Schizza da una parete all’altra in due dimensioni

Schiacciato al muro

Ospite indesiderato-amato

Oscuro disegno funebre egizio animato da insana energia distruttiva

Ora biascica imprecazioni in lingua foresta contorce le braccia

Sputacchia insolente saliva brulicante batteri lasciandoci atterriti

Dalla maledizione del Poeta malato di Morte

E noi tutti presi a pregare chissà quale dio per chissà quale salvezza

E Bum Bum a sbattere la testa a mani giunte contro pareti spigolose

E si cerca una ragione valida per continuare a respirare fingendo vita

Con il Poeta voce implacabile assetata del nostro subconscio scoperchiato

Dean

Accasciato al suolo canticchia vecchie nenie deliranti dei Balcani

La sua voce si fa via via sempre più infantile ad ogni ritornello

Fino a diventare una voce bianca che viene da lontano

Molto lontano nel tempo e nello spazio

Da una dimensione che non ci appartiene ma che un giorno fu nostra

E un giorno tornerà ad esserlo