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Factory Fattori | 9 Agosto 2020

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Alienazioni padane #12

Alienazioni padane #12
Saverio Fattori

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Jusy lavora in una profumeria del paese, la maturità da sessanta era a marcire da qualche parte dopo una breve incursione a Pedagogia, gli affari vanno male, la proprietaria le ha chiesto di lavorare part-time, solo la mattina e tutto il sabato. Armeggia nei cassetti, si passa vari rossetti sul dorso della mano, nessuna tonalità potrà far rivivere il rudere dall’altra parte del bancone, soldi buttati, arriccia il naso in una smorfia, la signora avrebbe bisogno di un rosso intenso, ma non troppo volgare, la bocca si limita a un taglio rosa esangue crepato di rughe attorno.

Un gruppo di sedicenni dai culi nervosi si aggira arrogante da un bancone all’altro, si sono intascate diverse confezioni di profumo tra le più costose, la vecchia fa da complice inconsapevole seppellendo Jusy di richieste assurde, niente e nessuno potrebbe fare qualcosa per lei, nessuna beauty farm, nessun intervento di liposuzione, figurarsi la Tenera Jusy e i suoi Rossetti, indossa abiti costosi e di gusto, non sono possibili migliorie, la natura è stata bastarda, il tempo ha fatto il resto, anche il trucco è steso bene, ma non ci sono cazzi.

Jusy alza gli occhi, pare accorgersi delle ruberie delle sedicenni poi torna ai rossetti un po’ inquieta, la vecchia dà i nervi, Jusy schizza verso una chiappettesode con la coda di cavallo, jeans foglie di tè larghi in fondo bassi in vita, top e canotte lasciano indifese pance abbronzate rilucenti di piercing, colorito del viso ostentatamente pallido, la colpisce con un “Acqua di Giò” nel flacone più grande, il nasino e il labbro perdono subito sangue. Chiappettesode non grida, inizia a piangere sommessamente, le altre hanno lasciato la profumeria in fretta, evidentemente non erano fide, anche Jusy piange con la mano sulla bocca, sono una di fronte all’altra con la stessa manina sinistra sul viso e le lacrimucce che scendono sulle guanciotte. Se non fosse per il sangue che impiastrocchia il viso di chiappettesode, sembrerebbe la stessa immagine riflessa allo specchio. Anche la vecchia è sparita senza aver trovato la tonalità di rosso, la proprietaria si è affacciata sulla porta del retrobottega che fa da magazzino e non capisce un cazzo di quello che le passa davanti agli occhi.

Al solito non trova le chiavi, rimescola la borsa, non piange ma il magone è stretto in gola, la piazza dove ha parcheggiato ha i ciottoli, il Comune aveva rifatto la pavimentazione l’anno prima i lavori erano stati lunghi, i negozianti del centro si erano incazzati, la gente non parcheggiava facile e andava a far spesa all’Iper subito fuori dal paese. Naturalmente ci sarebbe andata comunque.

Nel bar di piazza si diceva che queste giunte di centro sinistra non avevano nessuna sensibilità per le piccole attività commerciali, questo concetto veniva espresso con termini dialettali e sbrigativi, citando nomi di leader politici locali e nazionali e nazioni dell’est europeo.

La piazza era stata tenuta per mesi in ostaggio da ponteggi e buchi transennati circondati da pensionati. La piazza conserva al centro la statua di un partigiano di cui nessuno ricorda il nome, Jusy ai suoi piedi “gratta” due marce prima di sbattere contro la Citroen parcheggiata davanti; dietro ci sono io con l’auto aziendale, evidentemente non mi ha riconosciuto. Sotto la statua un’epigrafe con nomi e cognomi, i Cocchi, i Franzoni, i Paderni, i Fabbri sono caduti per la Patria.

I giovani Cocchi, Franzoni, Paderni, Fabbri sbattono bici e motorini contro il marmo e non hanno mai notato le omonimie, hanno capelli o molto lunghi raccolti dietro, o molto corti sparati skin, i colli emergono da camicie bianche o da maglioni a V attillati blu o beige. Il gruppo insorge quando Jusy per poco non ne centra un paio. E’ un coro di Troia, Bocchianara, Vai a Culo, un tipo con un giubbotto di pelle Dainese la segue per un centinaio di metri su un grosso scooter giapponese, simula la gestualità di una fellatio agitando la mano destra e gonfiando la guancia sinistra con la lingua, poi la manda a fare in culo con un gesto ampio del braccio e ritorna in inversione nel ventre dello stormo. Tornano a ridere e a dire cazzate, due chiappettesode arrivano dal corso hanno gli zainetti pieni di cosmetici e chincaglieria raccontano che quella rincoglionita della commessa oggi ha dato di matto. Dainese ne bacia una ficcandole in gola la stessa lingua che pochi secondi prima aveva opposto alla parete della bocca per mimare il pompino.

Ero arrivato a trentacinque anni riuscendo ad evitare abilmente matrimoni di cugini, colleghi e di altri personaggi che mi gravitavano attorno mio malgrado. Erano rifiuti cortesi e minuziosamente giustificati, allargavo le braccia ed elencavo impegni improrogabili o sfighe familiari devastanti tipo zii paralizzati post ictus.

Quando li imbocchi torcono il collo e sbavano fuori la brodaglia che cola dai lati della bocca.

Poi c’è da cambiargli il pannolone quando fanno quella grossa, li si lava in bagno passandogli la spugna tra le cosce e quando li adagi sul letto li detergi con dei prodotti che alleviano il fastidio delle piaghe che si formano tra i glutei e le cosce quando si rimane coricati a letto o sulla sedia tutto il giorno.

A questo punto il futuro sposo stringeva inconsapevolmente nella mano l’invito col mio nome, stropicciandolo, e non voleva che aggiungessi altri dettagli, io mi scusavo e promettevo di esserci alla prossima, guadagnandomi un occhiataccia mitragliata dalla futura sposina che a giudicare superficialmente dalla faccia da troia non avrebbe considerate chiuse le sue curiosità sessuali per quattro confetti e un abito bianco pizzato bomboniera da cinque milioni da portare una sola volta.

Pare che comunque i matrimoni siano un ottima occasione per fare nuove conoscenze di esemplari del sesso opposto, più dei villaggi vacanza della Valtour, improbabile comunque che si incontrino persone interessanti o che i discorsi decollino oltre ovvietà o battutacce sforzate in attesa dei simpatici scherzetti idioti cui vengono sottoposti gli sposini. matrimoni-russi1

Rimane il fatto che organizzare la cerimonia e i festeggiamenti nei minimi dettagli è di sicuro una gigantesca rottura di coglioni che può portare a tensioni insanabili tra i sei protagonisti principali della vicenda, i due sposini e i relativi genitori.

L’organizzazione ‘FACCIAMO FIESTA’ di Ariccia (RM) conscia della vostra tragedia vi prenderà per mano facendovi guadare il fiume limaccioso portandovi sull’altra sponda, dall’addio al celibato fino al viaggio di nozze passando attraverso la delicata fase dell’assegnazione dei posti a tavola degli invitati.

FACCIAMO FIESTA

LA NOSTRA PROPOSTA

SPOSARSI E’ UNA NOIA??????????

Da oggi non più!!!!!!!!!!!!!!! perché FACCIAMO FIESTA può rallegrare il vostro matrimonio prima, durante e dopo. Sicuramente per arrivare a quel giorno è già uno stress in sé per sé, allora perché stressarsi maggiormente per organizzare anche la festa ??? mat-russi

Non bastano le partecipazioni, la chiesa, la casa, il ristorante, le bomboniere, gli invitati ai quali non sta mai bene dove vengono inseriti nel tavolo del ristorante e tanto altro ancora…………….. tutto questo per essere sempre criticati comunque vada… allora perché non rilassarsi almeno nel farsi organizzare la festa, a partire dall’addio al celibato-nubilato sino ad arrivare al viaggio di nozze ???????????? Sicuramente affidandoci l’organizzazione del vostro matrimonio arrivereste a quel giorno molto più rilassati e gli invitati saranno talmente presi che non avranno il tempo di criticare………. inoltre per i più esigenti disponiamo di sale con servizi di catering e la possibilità di intrattenere gli invitati con spettacoli di artisti e cantanti televisivi.

QUINDI CHE STATE ASPETTANDO, POSSIAMO SODDISFARE TUTTE LE VOSTRE ESIGENZE, PRENOTATE IL VOSTRO MATRIMONIO ADESSO

L’informativa pubblicitaria de ‘FACCIAMO FIESTA’ è naturalmente molto semplice e diretta, va dritta a sbattere contro il nocciolo del problema. La vostra mancanza di energia ed efficienza che diventa l’area del suo business. Lo fa con quel poco di ironia e leggerezza così da non umiliarvi apertamente.

La dispersione di punti interrogativi dovrebbe aumentare le vostre angosce e la coscienza della vostra inadeguatezza, per poi darvi semplici e solide soluzioni rafforzate da punti esclamativi rassicuranti. I puntini di sospensione dovrebbero darvi il tempo di riflettere su quanto siete coglioni.

Rimane il fatto che i ragazzi sfoggiano completi Armani da cui svettano camice bianche dal collo enorme e arrogante, quasi stessero lì a rappresentare il pene stesso dell’invitato che un rigido protocollo di convenzioni vuole imprigionato da boxer e pantaloni con le pences. Altri hanno abiti tipo Upim blu tristezza completati a terra da stivaletti a punta, in genere questi esemplari si incaricano delle rogne più tediose, tipo andare a prendere lo sposo a casa per portarlo davanti alla chiesa con un Ape tre ruote o un carretto tirato da un somaro.

Questi non scopano mai o ne hanno scopata una sola che poi quando si è resa conto dell’errore commesso in gioventù dice che ha bisogno di riflettere sul senso della vita.

A sedici anni Upim era uno ‘giusto’, ambito da tutte le donne della compa perché i capelli lunghi che andavano di moda allora gli scendevano morbidi e biondi come quelli di una fica e quell’aria sempre un po’ assente di hascish metteva tenerezza. Il fatto che non parlasse mai completava il personaggio cartola – tenebrosa -che impennava in vespa con la paglia strizzata in bocca. A noi mortali che ci ostinavamo a tenerli lunghi, i capelli ci morivano dietro le orecchie ruffi e sgradevoli come peli di cazzo. Poi Upim ha iniziato a perderli i capelli e si è capito che non parlava mai perché non aveva un filamento di pensiero da intrecciarsi con un altro e la cosa alla lunga poteva irritare le fidanzate. E poi non c’era proprio più un cazzo da impennare e le paglie fanno venire prima le bronchiti poi i cancheri ai polmoni.

I completi Upim abbandonati impietosamente oltre i trentacinque anni, torneranno davanti al bar del paese a ingrossare il drappello dei fuoriposto tutti presi a decidere in quale triste discoteca si è disposti ad andare a farsi prendere per il culo per poi ubriacarsi e alzarsi dal letto la mattina dopo, col culo girato e l’alito cattivo per ciondolare come un vecchio cagnone verso il bagno grattandosi le palle.

Le donne ai matrimoni hanno completi di vari tipi soprattutto tailleur blu, neri o grigi che castigano buona parte del corpo strizzandolo e mettono in evidenza le mammelle velate da body neri, proiettate verso il successo da tacchi altissimi, hanno lo stesso trucco pesante delle grandi occasioni (cene aziendali, funerali, venerdì libero con le amiche in Disco, pranzi con i futuri suoceri) e hanno il bulbo impeccabile fresco di parrucchiera. Fanno pensare a un sacco di cose, sesso anale, orge con videocamera, parcheggi adibiti a scambio di coppie, capezzoli trapassati da piercing, rivoli di sperma che solcano le gote. Il pensiero davvero si discosta tantissimo dallo scambio degli anelli fra gli sposi e la felicità tirata dei suoceri e dai futuri marmocchi maschi che gonfieranno le pance in attesa di iniziare a scassare il cazzo per uno scooter.

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Non voglio donne da sposare e da gonfiargli la pancia, voglio donne da portare all’Hemingway Caffè Latino quello di Caputo. Negli anni ottanta, faceva il gallo in locali a la page, io ero un bambino, lui era giovane, adesso sarà quasi vecchio, calvo di sicuro.

Mi intrigavano davvero molto i suoi testi intrisi di raffinatezze alternative…