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Factory Fattori | 18 Gennaio 2020

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Alienazioni padane #16

Alienazioni padane #16
Saverio Fattori

coglioni-due

Piero all’ultima (in particolare per lui) cena aziendale ci aveva trascinato alla Taverna dei Porcari un locale spostato di poco dalla via Emilia che rimane sotto un ponte sgretolato, dalle cui ferite ti aspetteresti di vedere uscire enormi topi dalle codacce nervose e nere. Per settimane ci aveva molestato con dei ci penso io, ci penso io, e con delle conte estenuanti per definire l’esatto numero dei posti da prenotare, apostrofando come sfigato e rincoglionito chiunque osasse balbettare scuse più o meno fantasiose per evitare l’evento.

Io stesso mi ero già fottuto diversi bonus nelle ultime settimane avendo seppellito quattro nonne e assistito quattro parenti colpiti da paresi e ictus, non mi ero saputo inventare qualcosa di credibile.

Stavo diventando sempre meno reattivo.

Il locale è gestito da una checca cinquantenne in camicia nera picaresca aperta su un petto villoso e poco gradevole, appoggiato su una pancia gonfia, i riccioli bianco-grigi si aggrappano alle orecchie, rattrappiti dal gel o dall’unto. Alle pareti sciabole, alabarde, scudi, attrezzi di lavoro della tradizione contadina, corna di animali, padelle di rame in successione piuttosto casuale. Il locale è strapieno, pare si debba prenotare con largo anticipo, dunque dovrei sentirmi privilegiato. coglioni

Il delinquente del piano bar sta devastando buona parte del repertorio italiano, Vasco, Carboni, Dalla, Nek, Ligabue, per altro già devastati di loro, naturalmente la cassa acustica pende sopra la mia testa e io non riesco a recepire nulla degli inutili aneddoti dei miei colleghi che mi arrivano sfilacciati, rido quando gli altri ridono, strizzando gli occhietti e battendo la manina sul tavolo, cerco di mantenere un atteggiamento adeguato alla situazione cercando di evitare argomenti stimolanti e approfondimenti. Il menu è fisso, disgraziatamente scontato, si rifà a quello della nostra mensa aziendale dei giorni migliori. Pasta e fagioli alla scoreggiona, che fa tanta simpatia, bucatini all’amatriciana, che fa tanto volemosebbene, insalata verde, antitumorale, coscio di tacchino, che fa tanto la fortuna della checca perchè non gli costa un cazzo. La panna cotta è fatta artigianalmente dalla mamma del signor Danone. Cinquantasettemila, nessuno batterà ciglio, in mensa sono milleottocento lire, farlo notare risulterebbe noioso e inutile.

La particolarità del locale è che non si possono usare le posate, né i bicchieri, geniale. La pasta e fagioli viene trascinata alla bocca con una specie di portacenere lanciato dalla checca, la brodaglia densa cola sugli abiti e sul tavolone con la tovaglia di carta. L’amatriciana viene calata sulla bocca tenendo il viso rivolto al soffitto lordandosi fronte, guance, naso; un piatto ovale ogni due commensali che divorano famelici uno di fronte all’altro. Il buon umore tocca il suo apice quando tutti quanti all’unisono ci ritroviamo con il coscio di tacchino saldamente stretto. E’ il momento della foto: lesta arriva la checca ricciuta. Dodici coglioni over trenta col bavaglino di carta sotto il mento e sfilacci di tacchino in mezzo al sorriso.

Il tavolo alle mie spalle desta una certa invidia, sei ragazzi e due ragazze che si danno da fare.

Ha iniziato la piccoletta col caschetto e la fossetta nel mento, non è un talento naturale, ma ha un fisichetto discreto. moda-capelli-donna-2015

Quando hanno preso a ballare e a saltare sui tavoli la checca proprietaria ha simulato indignazione come per scusarsi con noi degli schizzi di porcherie che arrivavano al nostro tavolo. La piccoletta, dicevo, tra un salto e l’altro riceve profonde palpate di culo, davvero a un livello pesantemente ginecologico, dai jeans Guess si biforcano verso l’infinito tre segmenti di un perizoma rosa. L’altra, più diva, ricciuta arrogante e con la canotta scoppiante, è partita più diesel, più in sordina, ma adesso è chiusa in cesso da dieci minuti con uno dei sei. Quando esce ha la classica faccia di una che ha fatto un pompino in cesso, ma la cosa davvero commovente è che sta dando la lingua in bocca a tutti i ragazzi della compa. Il nostro tavolo ha seccato gli aneddoti lavorativi, non riusciamo a staccare gli occhi dalle due zoccolette. Fausto che gestisce il Magazzino Scarti cerca di scuoterci dicendo qualcosa che ritiene attinente, qualcosa del tipo che ai corsi di danze caraibiche, scopare è come rubare le caramelle ai bambini. Nessuno lo caga. La realtà che ci scorre davanti ammazza l’anedottica, abbiamo due autentiche troie nel tavolo a fianco e non hanno nulla a che fare con la nostra vita. Non ci vengono neanche a chiedere d’accendere, abbiamo lasciato un Bic invitante sullo spigolo estremo del tavolone. Triste, davvero. C’è depressione soprattutto dopo che la ricciuta si è ricacciata in cesso con un altro dalla compa, i lineamenti sono molto simili a quelli del primo. E’ chiaramente il fratello, forse gemello. Quando esce ha la tipica faccia di quella che ha fatto il secondo pompino della serata in cesso, i due fratelli si scambiano un’occhiata stronzetta, la ricciuta pare abbia un attimo di perplessità, forse non si è resa conto dello scambio. I gemelli hanno il cazzo uguale? Mentre faccio questa profonda riflessione mi prende lo sconforto se penso che sono solo le undici , per noi la serata volge irreparabilmente al termine appesantita da un litigioso mal di testa da Trebbiano adulterato, mentre gli otto a fianco potrebbero girare un film porno amatoriale. La piccolina adesso è seduta sulle gambe di un biondino glabro e gli massaggia le palle. E’ davvero arrivato il momento di chiedere il conto, Piero ci consola dicendo che erano due prostitute, usa proprio questa espressione da TG, nessuno la beve, nessuno pensa di iscriversi a un corso di danze caraibiche.

L’ultima cena di Piero, pasta e fagioli, amatriciana, insalata verde da condire con le mani, tacchino, dolce di gomma, vinazzo adulterato a collo, troiette di contorno. Mi spiace, ma non meritava di meglio, davvero, credetemi.