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Factory Fattori | 8 Dicembre 2019

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Alienazioni padane #18

Alienazioni padane #18
Saverio Fattori

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Il sostituto col nome di donna ha ordinato un latte e caffè tiepido, se fosse possibile senza schiuma. Il barista inarca le sopracciglia avvilito, non c’è bisogno di ribadire la raccomandazione ogni mattina da un anno, basterebbe poco per sorprendere, che ne so…. un cappuccio con spolverata di cacao, un caffè marocchino… sta parlando con un uomo rasato quasi a zero, un bel viso tirato, occhiali tondi con la montatura satinata, gli occhi schizzano di intuizioni brillanti rafforzate da una mimica fortemente persuasiva , forse è un collega o un avvocato, probabilmente sono coetanei, lui è molto più giovanile nell’aspetto, sicuramente più competitivo e appetibile sul piano erotico- sentimentale, il fisico appare abbronzato e in ottime condizioni incartato da abiti di ottima fattura, un classico-quasi alternativo con esili tracce di ostentazione. Con molta probabilità potrebbe essere omosessuale.

Cerco di fare mie caratteristiche e sensibilità di questa rispettabile comunità escludendo la sfera sessuale, continuo a nutrire una curiosità maniacale per l’universo femminile che mi porterà fino alla tomba, rassegnato comunque all’idea di non poterci in alcun modo capire un cazzo.

Il sostituto col nome di donna non mi ha notato, siedo di fronte a un video poker spento, li vedo con la coda dell’occhio e riflessi nel video nero, anche lei gesticola molto, si sistema gli occhiali sul naso e con la mano destra fa un movimento come a spalmare cemento sulle ferite di un muro immaginario, l’interlocutore fa sì con un cenno del capo, poi fa no, poi interrompe, o ci prova, le stringe una mano sul bancone per frenarne l’irruenza. Che donna.

Ha sempre dovuto dimostrare di avere più palle degli altri, dei maschi in particolare, naturalmente, fin dalle elementari, alle superiori non era tra le più ambite della classe, durante le gite erano altre a finire nelle ultime file di sedili della corriera, ragazze meglio disposte a palpate curiose, dotate di seni più floridi e di risata arrogante. Sembravano loro le più sveglie, fin dalla prima superiore avevano fidanzati in Raj-ban con le Golf che le aspettavano fuori dalla scuola, poi rimanevano in cinta presto, troppo presto e si inculavano la vita in un battito di ciglio per un coglione troppo appassionato e irruente che al momento del coito calzava ancora i tubolari bianchi su polpacci grossi da calciatore.

Adesso ha vinto su tutti, soprattutto su quelle della fila dietro che facevano battute con i maschi sul suo seno piatto e i maglioni a collo alto , dovrebbe aver vinto su tutti, ma è una ferita quella che le è rimasta dentro, parte dal lobo dell’orecchio destro che non si è mai voluto forare e arriva al piede sinistro, calloso per scarpe sbagliate coi tacchi.

Il suo interlocutore è davvero un bel tipo, con lo zigomo sporgente e le argomentazioni brillanti, ma è sempre più evidente la sua omosessualità, e comunque anche se dovesse essere etero, avrebbe altre ambizioni, stagiste senza freni disposte a farsi scopare con una pallina da golf in bocca e le mani legate dietro inquadrate dalla web-cam, libere professioniste in forma fisica splendida con carnagione olivastra tenuta su a lampade e last-minute, nessuna voglia di prole e legami impegnativi.

Al peggio oltre ai trentacinque sono evidenti i danni delle lampade e del sole ai tessuti del viso e dalla parte bassa della schiena verso i glutei partono crepacci impietosi di smagliature che le sedute in palestra e il ricorso alla chirurgia estetica non riescono a risolvere. Al contrario la chirurgia estetica moltissimo può fare per il seno, che appare nella maggior parte dei casi tonico e generoso, vero e proprio atto di violenza fisica e psicologica nei confronti di un maschio o volgarmente intraprendente o ormai quasi completamente impotente.

In maniera direttamente proporzionale alla disgregazione fisica aumenta una confusa voglia di cazzo e più in generale un disperato bisogno di consenso e conferme.

Il sostituto col nome di donna è fuori gioco, ha tentato le lampade ma sulle gote le si è disegnata una specie di carta geografica dell’Africa, il culo sembra flaccido e basso di costituzione, forse ereditato da una delle due nonne, le gambe sono magre ma lasciano uno spazio inquietante nella zona pubica.

La figlia deve averla convinta ad entrare in qualche boutique del centro, gli indumenti che indossa sono piuttosto costosi, ma il suo corpo li subisce senza gioia, le si accartocciano addosso o le svolazzano via a sproposito, disubbidienti.

Quando il sostituto era solo un nome di donna, spariva dalla città al seguito dei nonni paterni per buona parte dell’estate, scappavano dall’estate padana che affoga i bronchi. I dottori raccomandavano iodio.

Scappavano di poco, erano i lidi ferraresi ad accoglierli, vialetti ordinati che partono da case bianche o rossicce e portano puntuali a un mare modesto ma sincero, attraverso pinetine che odorano di Autan e malattie infettive infantili. este

Voleva portarlo lei il saccone da sola alla spiaggia coi giochi e i costumini di ricambio, storta dal peso esagerato, lo trascinava disegnando un zig-zag disordinato dietro di sé.

Aveva dieci anni, era il ’69, i nonni poco dietro sulla scia del borsone faticavano a picchettare la sua vivacità con risposte evasive a mille noiosi perchè.

Era arrivata a chiedere cos’era successo a Valle Giulia ai nonni democristiani amici di famiglia di Cristofori, un parlamentare DC molto in vista nella provincia. Colpa di certi tiggi grigi e tetri, molotov e celere.

Canticchiava i Beatles, si andava a nascondere dietro il divano quando compariva Mago Zurlì e la sua banda di mocciosi che cantavano con le mani dietro alla schiena oscillando fastidiosamente il mento.

In spiaggia alle quattro, dopo la digestione cullata dal riposino, perché il sole e quelle acque basse che sanno ancora di Po sanno essere cattivi. L’anno prima la febbre era salita a trentanove e mezzo, erano arrivati anche i genitori da Ferrara, lei quasi delirava nel lettino, succo d’arancia e Novalgina sul comodino, sudore dolce di bambina tra le coperte, canzoni cantilenate contro il cuscino per scacciare la malattia.

Le era parsa strana la febbre in pieno agosto, l’aveva sempre associata alla neve sulle Mura e a vacanze natalizie rovinate, questa poi era vissuta come una colpa, erano meno sentite le coccole di mamma e papà, non si va in spiaggia alle due di pomeriggio senza cappellino, i nonni si tenevano in disparte in certi momenti, in altri erano troppo apprensivi schiacciati dal senso di colpa.

Le avevano comprato nuovi giochi, anche oggetti di peluche soffocanti, un flipper in plastica e legno chiaro traballante sui piedi troppo esili. Il medico era venuto da un comune spostato pochi chilometri dalla costa, aveva una ‘elle’ marcata da fare arricciare i calzetti, classica di un dialetto ferrarese che nessuno conosce, che non è mai entrato nei film commedia italiani di nessuna epoca. Le aveva fatto un’iniezione bruciante che l’aveva tramortita, al risveglio si era sudata fuori tutta la febbre, era sgusciata subito fuori dalle coperte e aveva messo le mani sul flipper rimanendo subito delusa per i riflessi meccanici poco reattivi, non era certo un flipper da bar.

Almeno i nonni erano sollevati, da allora prudenza maniacale e occhi vigili che non erano bastati il 27 luglio 1971. Si erano guardati in faccia disperati, la piccola era colata giù a piombo nel punto estremo di un molo che si allungava rettilineo verso la costa balcanica, il mare agitato da lingue schiumose come non lo sarebbe mai più stato.

Un pescatore di paganelli e saraghi si era buttato in acqua, la nonna aveva già perso i sensi dopo pochi minuti di isteria completa, capannello attorno di turisti lieti di staccare da gelati colanti e discorsi deludenti, tutti a dire lasciatela respirare (riferendosi alla nonna), non fatela affogare (riferendosi alla nipote).

Tutto era finito per il meglio, sessantadue paganelli e una bimbetta di centoquarantadue centimetri con le trecce. E il Carlino Ferrara a camparci quasi tutta la settimana seguente. Foto di un testimone che indica con il dito un punto del mare. Foto della cognata del testimone, ha un costume bruttissimo e il ventre gonfio. Foto del pescatore salvatore. Foto dei nonni della piccola frastornati, gonfi loro, quasi fossero gli affogati. Foto di una carpa di dodici chili pescata a Ostellato, in braccio a una persona felice che indossa un gilet verde, ma non c’entra con l’articolo della piccola.

Alcuni anni dopo la piccola aveva rivisto il suo salvatore alla sagra del pesce azzurro, l’aveva riconosciuto immediatamente, un tipo cordiale, si erano dati appuntamento per il giorno seguente alla gelateria Nuovo Fiore. Lei allora aveva sedici anni, lui era sulla quarantina portata disgraziatamente senza averne consapevolezza, con camicia colorata fuori dai bermuda acquistata dalla moglie al mercatino settimanale. Avevano ricordato l’episodio, avevano riso della carpa, guardando la pagina del Carlino sembrava davvero lei la creatura tratta in salvo, poi si erano fatti più seri, erano anche stati tenuti in osservazione all’ospedale per un paio di giorni, avevano solo bevuto un sacco di acqua schifosa, la nonna poi non si era più ripresa completamente dallo shock e quello era stato l’ultimo anno di vacanze con i nonni. Dopo erano venuti i campi estivi studio e sport e la colonia, i mocciosi erano tenuti a vista da signorine, suore e bagnini privati, mezz’ora in acqua dopo gli esercizi ginnici. Ma i Lidi coi nonni erano rimaste le sue ferie ideali, la rosetta con la confettura di albicocca il brunch che dà vigore allo spirito e all’anima. Molto meglio dei last-minute a Santo Domingo con i buffet spropositati dei villaggi-vacanza.

Poi i discorsi erano scivolati in acque limacciose, anche il salvatore era stato a Santo Domingo, ma a lui era piaciuta, altro che Lido degli Estensi…. senza moglie però, aveva tenuto a precisare strizzando l’occhio malandrino, lei si era limitata a chiedere un bicchier d’acqua al cameriere.

Era duro ammettere che il salvatore le stava facendo una corte spietata, le aveva chiesto se aveva il ragazzo, per lui i ragazzi di oggi erano tutti frocetti, le aveva sfiorato un seno di proposito allungandosi sgraziatamente in una specie di stretching inutile. Lei era davvero imbarazzata, costui ci stava davvero provando, facendo leva sul suo senso di riconoscenza; lei aveva realizzato che era ancora viva per merito di questo laido di mezz’età, le si era drizzata la fine peluria delle braccia e si era stropicciata la fronte nervosa, via il sudore dai brufoli.

Dopo anni la peluria delle braccia le si alza ancora, quando si sente schiacciata in angolo, a prendere decisioni dettate dall’urgenza e non dalla logica, quando spicca mandati di custodia cautelare per pochi indizi solo perché la stampa preme e l’opinione pubblica s’indigna, volgare e ottusa più degli assassini.

Lei aveva perso la verginità così, inutilmente, in un capanno di canne lungo un canale fermo punteggiato da reti che rimanevano a un metro dalla superficie dell’acqua, poco lontano una valle. A portata di urla che aveva tenuto soffocate in gola, una valle piatta e una Venezia proletaria. Aveva saldato il suo conto col destino poteva davvero guardare solo avanti, fuori dalla finestrella di vetro opaco, oltre le canne, verso la sponda opposta del canale.

Dietro maiali rantolano in pedalini blu e compagne di classe sghignazzano volgari sotto le luci rosse della corriera, hanno mani dappertutto.