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Factory Fattori | 9 Dicembre 2019

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LE ORE LIETE

LE ORE LIETE
Saverio Fattori

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A dodici anni feci la mia prima “24 x un’ora”, a Ozzano dell’Emilia, pista in terra rossa, ero il più giovane della mia società, fu una pazzia finita male, di passo, allora il premio consisteva in un diploma che certificava in bella calligrafia i chilometri e i metri percorsi, trovo ancora fosse una bella idea. Quando ripresi a gareggiare, primi anni ’90, la “24 x un’ora”, era un tipo di competizione di fascino e ancora in piena salute. Ogni società doveva schierare un atleta che per sessanta minuti correva attorno all’anello della pista, la somma dei chilometri complessivi degli atleti con la stessa casacca, determinava la classifica finale. Quella gara era una dimostrazione di forza e compattezza del collettivo, a poco valeva schierare la punta di diamante se messa un po’ con il badile tra ventitrè mediocri, in genere vinceva chi riusciva ad avere un livello medio alto ed escursioni limitate tra il miglior atleta schierato e il più debole, a volte i meno forti si sacrificavano e coprivano le ore notturne o le più calde. Era buffo vedere i giudici correre dietro agli atleti nei metri finali per mettere la bandierina nel punto esatto dove avevano terminato la gara allo sparo di pistola dei sessanta minuti, e i bastardi sprintavano come per mettere alla corda i poveri giudici, non era il tempo dei chip, lo sforzo organizzativo era mastodontico, commovente per certi versi. Quello sparo segnava la fine del martirio per gli atleti al loro atto finale, e l’inizio per quelli che partivano per la loro frazione, freschi e pieni di ambizione.

Al tempo L’Ora in pista era considerata una gara massacrante, si correva anche in competizione singola, in ogni regione, a cui seguiva una classifica nazionale. Era la “Maratona della pista”, sbagliarla significava spesso portarsi dietro un deficit organico che potevi scontare nelle gare seguenti, a volte per mesi, specie se poi arrivava improvviso il primo caldo, e capitava spesso visto che si correvano a maggio, il mese della Madonna. Infatti poteva capitare di vedere Maria Santissima seduta comodamente sulla traversa della porta del campo da calcio, con un mazzo di rose in grembo, in genere questa apparizione ti coglieva verso il quarantacinquesimo minuto di corsa quando forza e lucidità venivano meno. Ogni società aveva la sua tenda e un tavolino pieghevole davanti, sedie da campeggio, e un volonteroso aveva il compito di dare i tempi sul giro, e di annotarle a penna su un foglio pre excel, questo ovviamente anche nelle ore notturne, si faceva capannello, un sacco di chiacchiere, certo, si mangiava, pure, era una piccola festa fuori, ma in pista non si scherzava troppo, al tempo uno come me che correva vicino ai 17 chilometri e mezzo, era nel mucchio, poca roba, ricordo tesserati Amatori vicini ai 19 chilometri. Noi preparavamo questo appuntamento con serietà, quella gara, se chiusa bene, definiva uno stato di piena efficienza.

Poi nel tempo questa gara dalle mie parti negli anni ha subito variazioni, rimaneggiamenti, asportazioni. A Bologna è sparita, a Ferrara è diventata prima 12 per un’ora, ma oggi ogni atleta corre mezz’ora. Esistono oggi pochissime società capaci di avere 24 atleti in grado di correre a un livello accettabile per un’ora. Forse le stracittadine, in particolare le maratonine, hanno divorato tutto in questa fascia di mercato, e comunque non interessa più a nessuna società esibire questa forza così solida e al tempo stesso un po’ anonima. È un segno dei tempi, l’ennesimo, si è perso tanto nel nostro sport, non tanto nelle performance al top, assicurate dalla presenza nelle nostre gare di ragazzi africani, o nella quantità, centinaia di migliaia di persone si mettono canottiera e pantaloncini e corrono, ovunque e comunque, ma si è smarrito quasi del tutto quel livello medio, quella base solida che assicurava la tenuta in una gara come questa. Questa giostra che dura un giorno oggi resiste in Lombardia, Zeloforamagno e Varese, e in Veneto, San Giovanni Lupatoto, poco altro.

In realtà curiosando su Facebook a volte vengo tratto in inganno, noto link che parlano di corsa e di 24 ore, ma in realtà scopro che si tratta di gare dove un atleta corre da solo per un giorno intero. Una volta correre un’ora in pista sembrava un’impresa, e oggi è piuttosto normale che esistano competizioni Endurance di questo tipo. Curioso. Come se oggi l’iniziativa personale potesse supplire alla carenza del collettivo. Quasi impossibile trovare ventiquattro persone che corrano per un’ora in pista. Ma ne trovi che se la bevono tutta la giornata di corsa. Come se l’asta dell”‘impresa” fosse schizzata via impazzita, sempre più in alto, ormai difficile da distinguere, come quei palloncini che scappano ai bambini, per un po’ li segui, poi il sole ti fa male agli occhi e rinunci.

Articolo uscito sulla rivista Correre