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Factory Fattori | 26 aprile 2018

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Medaglia medaglia arf arf

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Saverio Fattori

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Nei giorni che precendono e seguono la Maratona di New York le pagine feisbuc dei podisti e dei gruppi che li radunano in greggi, sono infrequentabili. E non si tratta di essere contro, o comunque di dissentire da un pensiero comune per essere alternativo ad ogni costo. NO. È tutto molto più semplice: la retorica che accompagna questo rito collettivo a tratti si fa davvero insopportabile. Questo bisogno di diventare pubblici, anche senza particolari meriti è avvilente, e non c’è luogo e tempo migliore che questo avvenimento per esibirsi in questa pratica. È sempre stata una maratona particolare, questo si sa, ma la miscela New York marathon addizionata al social di Zukki, dà vita a un mostro dalle mille teste poco o per nulla pensanti. Teste che vengono prese al lazo con l’ambita medaglia di finisher, mani che dal collo se la portano ai denti, denti che la serrano in una smorfia di felicità. Decine, centinaia, migliaia di maggiorenni che addentano oggetti di metallo e si mettono in posa.

Si ingolfa di significati una corsa podistica sulle distanza classica della maratona, fino ad appesantirla, a riempirla di grassi saturi, zuccheri, olio di palma, coloranti vietati dalla legge. Una cosa buona farcita e condita troppo e che diventa indigeribile. Tutti nel commentare la propria esperienza personale dicono le stesse cose convinti di aver disvelato chissà quale arcano, tutti in gregge, gruppi cover di gruppi cover di gruppi cover… emuli di emuli, micronarrazioni standard che  sembrano uscite da un generatore automatico di pensierini su questa gara, fra un po’ qualcuno si inventerà una App specifica e ci farà i soldi, mentre io marcisco in una aziendona padana. Ecco. Buonaserata.