Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Factory Fattori | 26 aprile 2018

Scroll to top

Top

NEW YORK MARATHON 2026 (Ho visto cose)

NEW YORK MARATHON 2026 (Ho visto cose)
Saverio Fattori

new-york-marathon-great-race-exhibit

Sarà uno spettacolo festoso e colorato in mondovisione. Sarà un evento ancora più stupefacente di quanto lo sia mai stato in tutti gli anni della sua breve ma intensa esistenza. La sua valenza simbolica raggiungerà l’acme, segnerà l’apoteosi dell’uomo comune che si impadronisce della scena e urla la propria forza. 130 mila piccoli uomini che uniti formeranno un gigante, un serpentone energetico mai visto. Rockstar, pornostar, Ringo Starr ( e tutti i sosia accreditati dei Beatles), politici fintamente progressisti, politici veramente conservatori, cardiochirurghi tremuli, notai da varie generazioni, ventriloqui con pupazzo al seguito, missionari, piastrellisti, banchieri, bancari, uomini della finanza d’assalto, pusher pentiti, pusher in piena attività, maniaci sessuali che richiedono la castrazione chimica volontaria, concorrenti di telequiz televisivi, collaboratori di giustizia e relativa scorta, cassintegrati con sensi di colpa, dirigenti con sensi di colpa, ex detenuti, detenuti con permesso giornaliero, cervelli in fuga, ex picchiatori, ballerini con ambedue i menischi operati, ricettatori, danzatrici del ventre, culturisti pentiti, anoressiche rigorose, satanisti, integralisti cattolici, integralisti islamici, integralisti in senso lato, indignati generici, testimoni di geova timidi ma caparbi, scrittori quasi famosi, giornalisti rinnegati, mezzibusti televisivi, personaggi televisivi a figura intera, ex eroinomani, cocainomani in attività, ex bambini prodigio, le ultime dive del cinema muto, tornitori, massaggiatrici orientali, turisti sessuali, palazzinari… l’elenco sarebbe infinito, contempla ogni professione, tutti gli status sono rappresentati. I soli sacerdoti alla partenza saranno 465. Sfileranno compatti in un settore a loro riservato, preceduti da un centinaio di zampognari abruzzesi e seguiti da una processione di atleti particolarmente religiosi.

strange

Sarà un crogiolo di umanità commovente.

In canottiera e mutande tutti sembrano uguali. È la democrazia di un giorno, l’uguaglianza nella fatica, quarantadue chilometri per tutti, nessun privilegio.

A New York non vince il singolo.

Vincono tutti.

È questa la rivoluzione.

E così sia.

+

Mancano solo gli atleti veri. Ma in compenso ci sono trenta suonatori di botti arrivati dalla provincia di Caserta che avanzeranno lungo tutti i quarantadue chilometri battendo ininterrottamente sulle pelli dei loro strumenti. Nessun top runner africano è stato invitato, i manager petulanti sono stati allontanati dall’organizzazione, ma hanno combattuto prima di rassegnarsi, prima di convincersi che non c’era verso di fare recedere gli uomini di Robert Board da questa decisione. La cosa per loro presenta aspetti pericolosi, potrebbe costituire un precedente e farsi regola per il futuro delle grandi maratone. Board ha preso atto di una semplice evidenza. Se nessun atleta bianco è in grado di competere per la vittoria, se non è possibile attaccare il primato mondiale, allora è inutile darsi troppa pena, la gente non si ricorda i nomi degli ultimi vincitori.

I telegiornali tengono la foto del vincitore per una frazione di secondo, il conduttore sbaglia la pronuncia del nome, poi si procede all’intervista di un concorrente operato di alluce valgo che ha coraggiosamente portato a termine la prova. Non è solo una questione economica. Non è assolutamente una questione economica, i compensi per i Top Runner sono in caduta libera da anni, Board ha un visione nuova dell’evento sportivo che dirige. Ha capito che la New York Marathon ha molti aspetti, uno di questi è la competizione atletica, ma questo aspetto si sta rivelando un carattere che edizione dopo edizione si è andato a indebolire. Fino a farsi inutile. Lo senti ancora, ma come sentiresti un arto amputato. Quest’anno non sono previsti ingaggi, niente premi in denaro per i primi arrivati, nessun rimborso legato al piazzamento e alla performance cronometrica, nessun record verrà battuto. Non è stato così scontato prendere questa decisione, Robert Board vive nel mito della competitività fin da quando era bambino, ma c’è un momento in cui un grande leader deve metter da parte la propria soggettività e concentrarsi su una strategia che tenga conto di fattori mutanti. Ha preso atto che la M.Y.M. prima di essere una competizione atletica, è un immenso palcoscenico mobile dove ognuno mette in scena la propria identità. Per la prima volta non verrà stilata nessuna classifica ufficiale, i microchip saranno disattivati nella funzione di cronometro, fungeranno da rilevatori di posizione, uno strumento per gli uomini della Sicurezza che dovranno monitorare una folla mobile sterminata. New York nei giorni della maratona sarà una città blindata e separata dal resto del pianeta.

In autunno, a Berlino, il mondiale di Maratona è stato portato sotto le due ore dal nuovo astro nascente, l’italo-etiope Yemaneberhan Crippa. Sul tracciato di New York sarebbe impossibile attaccare questo tempo, nemmeno predisponendo un sistema di 10 lepri e il led sull’asfalto a segnalare l’ideale ritmo del primato precedente. Crippa a Berlino dopo aver sfiancato l’ultima lepre negli ultimi dodici chilometri aveva gareggiato con una riga azzurra luminosa che avanzava a 2 minuti e cinquanta a chilometro.

Crippa in una gara ha mutato ogni parametro della specialità, ogni performance sembra deludente e non arriva a interessare i media, d’ora in avanti le maratona vinte con tempi superiori alle due ore non faranno notizia. La gente si stuferà anche di Crippa, di vederlo combattere contro una riga sull’asfalto. Non è stato saggio come lo fu l’astista ukraino che rinnovava stupore di centimetro in centimetro. Crippa il mondiale lo ha abbassato di oltre due minuti. Quando al trentesimo chilometro si era lasciato dietro la riga luminosa, il direttore di corsa e il suo manager avevano provato a farlo ragionare. Poteva gestire il vantaggio sul mondiale senza demolirlo. Ma lui nulla. Africano ingordo. Incauto. Nemmeno delle scariche elettriche sotto le piante del piede avrebbero potuto fare desistere.

Inutile cercare la prestazione assoluta sulle strade della Grande Mela, il percorso e la temperatura non lo permetterebbero. Scendere sotto le due ore di maratona è stato un po’ come andare sulla luna. Massima esaltazione bruciata in poche ore. Il resto è post-orgasmic chill. A livello femminile l’antico record dell’inglese Redcliff rimane inattaccabile. L’italiana Eleonora Vandi che lo scorso anno ha chiuso quattro maratone sotto le due ore e venti, sembra più interessata a vincere campionati mondiali e Olimpiadi, senza curarsi troppo del cronometro.

Il nuovo presidente onorario della New York Marathon è anche uno degli uomini più potenti del pianeta. Maniaco dell’efficienza fisica e ossessionato dalla maratona della sua città. Il senatore democratico Robert Board ha allargato il numero delle iscrizioni, aumentandolo di 90 mila unità. È un uomo che ama le sfide, un visionario pragmatico, sa prendersi le sue responsabilità, ha valutato i rischi. Li ha ritenuti accettabili. Ha reclutato 10mila volontari, 5mila saranno gli addetti alla sicurezza, un team di esperti ha lavorato con lui per sei mesi analizzando ogni aspetto dell’organizzazione. I maratoneti giunti in città seguiranno un lay out predefinito, hanno dovuto comunicare in anticipo i propri spostamenti, nessun turista fai-da-te, le agenzie accreditate si sono occupate di tutti i dettagli, dall’iscrizione alla gara fino alla ripartenza dal John F. Kennedy, passando per la sistemazione alberghiera e le gite facoltative extra.

Tutto in città fa riferimento alla maratona, mostre d’arte, festival di cinema, party a tema. I ristoranti presentano tutti un menù Big Apple con un bilanciamento proteine – carboidrati perfettamente calibrato. Per l’occasione è stata inaugurata la catena Marathon Kebab.

Tutta la città è un groviglio di controlli, gli aeroporti e le metropolitane sono presidiati, la gioia e la serenità vanno custodite con cura e attenzione, nessuno ha osato indignarsi per le nuove 600 mila telecamere che l’amministrazione ha collocato in ogni palmo di cemento nudo verticale e orizzontale degli edifici e delle strade. Poliziotti e volontari accreditati osservano l’umanità in tuta e scarpette da runner, ogni zainetto potrebbe celare l’ultimo modello di Nike come una carica esplosiva e dei dispositivi per sferrare un attacco di terrorismo batteriologico. Occhi indiscreti ma benevoli. Occhi di genitori severi ma giusti. La maratona è femmina, la maratona è mamma.

I maratoneti sono sorridenti, tutti gireranno un video intitolato LA MIA MARATONA DI NEW YORK, da condividere su You Tube. I commenti che accompagnano questi video seguono più o meno la stessa liturgia autocelebrativa. Recitano filastrocche ipnotizzanti che più vengono reiterati e più perdono di senso.

Un video della mia partecipazione alla maratona di New York. Un’impresa esaltante, che auguro a tutti di potere vivere una volta

Tutti salutano e portano in favore di inquadratura gli amici che fingono di sottrarsi al rito per pudore, tutti sono felici e spensierati, nessuna tensione agonistica si evince dal tono della voce e dal linguaggio del corpo. I maratoneti hanno divise sportive fornite dalle agenzie di viaggio recanti la nazionalità sulla schiena, oppure magliette I LOVE NEW YORK, foto di animali domestici, o foto di bambini. Dovrebbero essere le foto dei figli rimasti a casa, oppure bambini scomparsi come sulle confezioni del latte di alcuni decenni prima. Alcuni di loro il giorno dopo correranno con buffi travestimenti per la gioia del pubblico assiepato ai lati della strada. Un gruppo di una ventina di sosia di Elvis rumoreggia nei pressi di uno degli alberghi convenzionati. Il loro accompagnatore fa battute sulla presunta overdose di cibo che avrebbe stroncato il cantante, in antitesi alla dieta rigida a cui dovrebbe attenersi un atleta. Qualcuno in risposta rutta rumorosamente generando ilarità.

I primi a prendere il via alle 9.40 saranno 250 Babbi Natale. Si apriranno a raffica sul Ponte di Verrazzano, 250 puntini rossi che gli elicotteri delle televisioni riprenderanno nei minimi dettagli. Il secondo settore è riservato ai pagliacci di Mc Donald, uno degli sponsor più importanti e che ha appoggiato con entusiasmo la decisione di sopprimere la parte agonistica della corsa. Tutti i pagliacci reggeranno un aquilone di colore verde per ricordare le vittime del maremoto che lo scorso anno ha tolto l’Irlanda dalle cartine geografiche. Le onde di sessanta metri hanno risolto una volta per tutte i dissidi tra Cattolici e Protestanti, ma aperto polemiche sulle interpretazioni del calendario Maya. Il terzo settore è dominio degli atleti della categoria trampoli, seguiti dalla categoria retrorunner e dai trapiantati di collagene attivo negli arti inferiori. Come noto la federazione internazionale ha di recente regolamentato la materia. Gli atleti possono gareggiare solo se il peso della sostanza artificiale non supera il 30% della massa totale dell’atleta.

Trampolieri e retrorunner mal si sopportano, sarebbe bene dividere questi atleti, inserire tra loro categorie di concorrenti sereni e dalle pratiche meno invasive. Maratoneti pacifici, trapiantati di cornea, divi del cinema, top manager ammanettati alle segretarie. Trampolieri e retrorunner si intralciano a vicenda, improvvisi sbandamenti e cambi di direzione generano collisioni. Su You Tube è possibile visionare alcuni filmati molto violenti e bizzarri. Una pagina di Facebook raccoglie gli amanti di questi combattimenti e si divide tra i sostenitori dei retrorunner e quelli dei trampolieri. Un trampoliere che precipita sul formicolio di atleti o spettatori causa feriti. Un retrorunner non sempre si avvede dei pericoli e non riesce ad ammortizzare gli urti con le mani. Sono nervosi, martoriati da lesioni che corrono lungo la colonna vertebrale.

Il servizio d’ordine nella prima mattinata aveva dovuto sedare alcuni scontri al termine della conferenza stampa nella sala congressi dell’Hotel Palace Fitness. La giornata era iniziata con una funzione religiosa tenuta dal reverendo O’ Brien. amico fraterno e guida spirituale del senatore Board. Padre O’Brien infiamma gli animi. La gente lo ama. O lo odia. Non lascia indifferenti. Per alcuni è la luce, lo sconvolgimento, un sintomo indubitabile che dal 2012 davvero qualcosa su questo pianeta comatoso è germinato. Per i detrattori rappresenta le tenebre, il medioevo, l’oscurantismo più reazionario. Porta un pensiero unico e nessun dubbio. Lui e Board sono la salvezza dell’Occidente. Oppure l’eutanasia.

O’Brien nel sermone aveva ancora una volta messo al centro dell’anima il sistema cardiocircolatorio. Il ristagno del sangue genera patologie nel fisico, l’ossigeno non arriva ai muscoli e al cervello. Siamo creature di Dio molto evolute, ma un tempo siamo stati simili agli animali, non siamo creature sedentarie, non siamo fatti per stare seduti a una scrivania davanti a un video luminoso. L’ATP che dà benzina alle nostre cellule va rigenerato, l’energia deve essere convogliata o crea storture, vizio, negatività. Un organismo allenato che gestisce bene le escursioni del battito cardiaco non genera tossine maligne.

Un uomo che corre è un uomo buono.

Le endorfine spazzano i dubbi e i cattivi pensieri, rendono il nostro cervello pulito e ordinato. Un uomo che ha corso un’ora di fondo lento sa individuare le priorità della propria vita. La famiglia-il lavoro-l’acqua calda corrente. L’iperventilazione aumenta le nostre potenzialità di analisi. Quando nella slide è comparsa la scritta ACQUA CALDA CORRENTE le persone in sala hanno riso. Il reverendo è rimasto impassibile e ha dato disposizione al suo assistente affinché venisse tolta l’acqua calda dalle docce a disposizione dei maratoneti. La sala è ripiombata in un silenzio assoluto. Un uomo che ha corso un’ora di fondo medio, ha continuato O’Brien riottenuta l’attenzione dei presenti, sa che la vita può essere densa di sensazioni ed esperienze positive. Ma è conscio dei pericoli. Sa che deve tenere la guardia alta sulla propria soglia anaerobica. Un uomo che ha corso un’ora di fondo medio sa essere un uomo giusto. Ma concreto. È un uomo che ha trovato la sua linea di corsa ideale, quella meno dispersiva, la sua linea blu. Ma non dimentica di buttare veloci occhiate ai lati per verificare i pericoli. O’Brien si fa cupo. Sa giocare con le pause, tiene il picco dell’attenzione del pubblico come tiene i salmoni quando fa la pesca con l’esca artificiale. Ha imparato la banale legge del potere che al popolo sembra sembra nuova. Identifica nemici. Infonde paura. Usa buffe metafore applicate alla corsa, parabole grottesche. Parla di runner famelici travestiti da grizzly, runner imbufaliti da eccitanti e ormoni. Triatleti oltre i due metri e il quintale di peso che con una gomitata possono tirarti giù uno zigomo. Tribù di maratoneti in necrosi muscolare che corricchiano nei pressi degli svincoli autostradali, gente pericolosa che aspetta inutilmente un trapianto di massa magra da anni. Gente che si è bruciata cervello e corpo con allenamenti sbagliati e senza la giusta integrazione. Gente disperata che ha perso la linea blu e sta maturando l’idea di procurarsi la materia organica con ogni mezzo. Gente che quando ci vede correre felici nei nostri parchi attrezzati chiusi agli estranei, ha pensieri negativi. Invidia sociale. Lussuria. Sono famelici. Sono affamati, ma è una fame chimica, bulimica, indecente. Sarebbero pronti a divorarci ancora vivi se questa pratica potesse reintegrare le loro masse muscolari inaridite, le loro arterie occluse, i loro capillari secchi. Si attaccherebbero ai nostri colli, se potessero succhiarci la linfa che trasporta ossigeno ai tessuti, se questa pratica potesse restituirli a una vita atletica soddisfacente. Il loro sangue è debole e liquido. I globuli bianchi hanno preso il sopravvento, sono divorati da infezioni, i globuli rossi arretrano svuotandoli di vita. Hanno i valori di sideremia e ferritina di un coleottero. Solo restii a fare esami ematici, chi li ha fatti li tiene nascosti, chi non li fa dice che si fida solo delle proprie sensazioni che gli sembrano buone. La forma arriverà, assicurano, quando sarà tempo, hanno obbiettivi lontani e ambiziosi. Stanno continuando a caricare chilometri, hanno una loro strategia ben definita, una programmazione ferrea che nel primo microciclo di allenamenti inchioda le gambe all’asfalto. Ma è tutto sotto controllo. Quando sarà tempo voleranno. Mentono. Mentono anche a sé stessi. Ma non dobbiamo avere pietà di loro. Un organismo debole è per paradosso più aggressivo. Un organismo a fine carriera non ha più nulla da perdere. Questi maratoneti esangui ci minacciano e abbiamo ragione di temerli. Un uomo che ha fatto una seduta di ripetute in pista è un uomo che non nega i pericoli, non è uno stolto, un ingenuo… non è imbrogliato dal buonismo metafisico. È uno che conosce le ombre della natura umana, un uomo forte che sa gestire lo stress psicologico, i cattivi pensieri che assalgono nei minuti di recupero tra una ripetuta e la seguente. Combatte la formazione dell’acido lattico. Ma sa che è un male ineluttabile. È uno che con l’acido lattico ci parla. È un dialogo tra entità che si rispettano. Il viso di Padre O’Brien si rabbuia, sembra richiamare forze misteriose che sgorgano dal suo ventre enorme, respira a fondo per tuonare ancora più deciso. Non sempre i maratoneti in necrosi muscolare sono riconoscibili. Spesso si truccano per nascondere il pallore del viso e l’alone livido che gli cerchia gli occhi. Sono minati dall’anemia, hanno le gambe molli e pesanti inchiodate da infiammazioni tendinee. Ci possono avvicinare e con modi gentili ci chiedono consigli o a loro volta ci raccomandano aminoacidi ramificati di qualità superiore, hanno sempre un libro di stretching da qualche parte. Vi chiedono di seguirli. Non dategli retta, rallentando il passo e guardandoli bene vi accorgerete che il trucco inizia a colargli in faccia, sono maschere grottesche. Negli anni passati volevano acquistare il pettorale della nostra maratona senza acquistare il pacchetto comprensivo della sistemazione alberghiera.

Bobert Board siede alla sinistra di Padre O’Brien, ha un tic che pare una paresi facciale. La felicità gli procura sempre degli irrigidimenti nervosi che gli bloccano parti del corpo sempre diverse e imprevedibili. Da giovane, ai tempi del College era stato un decente mezzofondista veloce. Con la staffetta del miglio aveva preso una medaglia di bronzo alle finali nazionali. A quei tempi si usava molto la tens, uno stimolatore elettrico adottato per curare gli infortuni e favorire il recupero muscolare dopo sedute di allenamento intense. Robert Board sembrava ossessionato da quel piccolo strumento in plastica nera dal quale si propagavano fili neri e rossi, quel piccolo ragno stava sulla lavatrice del bagno in comune nella camera del collegio. Robert aveva trovato il modo di modificare il potenziale elettrico. Un giorno un giavellottista che lo aveva usato senza chiedergli il permesso per poco non era rimasto fulminato. Robert Board ha l’aspetto di un cinquantenne in forma splendida. O di un trentenne invecchiato precocemente a causa dello stress. La sua reale data di nascita è misteriosa, un piccolo vezzo che gli ammiratori hanno perdonato, nelle interviste televisive sull’argomento età glissa con gag sempre più divertenti. Ha una fisicità spigolosa, occhi azzurri come l’acqua del Mediterraneo, capelli grigi metallizzati, nessun intervento di chirurgia plastica evidente, le rughe sono le sue cicatrici, visto che nemmeno la Guerra Del Golfo si è permessa di lasciargliene altre. Robert Board è l’inventore del tapis roulant in piscina. È andato per gradi. Ha salvato centinaia di migliaia di amministratori delegato donna dalla ritenzione idrica e dalla conseguente formazione di cellulite. Ha messo a punto una linea di prodotti a base di alghe che si trovano solo nei mari della Corea del Sud dalle proprietà miracolose. Ha salvato centinaia di migliaia di annunciatrici televisive dal doppio mento. Poi è sceso in politica. Oggi è impegnato nel tentativo di salvare il pianeta. Possiede duecentocinquanta alberghi sparsi in tutto il mondo dotati di palestre avveniristiche, campi da golf, piscine coperte e scoperte, piste di atletica, piste del ghiaccio (anche nelle zone desertiche), pareti in roccia e artificiali, centri logistici per addestramento paramilitare, ambulatori attrezzati per eseguire piccoli interventi di chirurgia estetica. Sta trattando l’acquisto dell’isola di Lanzarote che sarà trasformata in un enorme resort per atleti evoluti di tutte le specialità aerobiche. I migliori atleti del mondo di atletica, nuoto e ciclismo, l’èlite degli allenatori e dei medici sportivi, un crogiolo di esperienze da condividere, competitività, certo, ma propositiva, l’isola dell’eccellenza umana, i migliori cervelli e gli organismi più dotati in sinergia. Un unico obbiettivo. Spostare i limiti umani. E in seconda analisi uno più inconfessabile, quello che Padre O’Brien si ostina a non condividere per le sue rigidità di matrice cattolica. Lavorare all’utopia dell’immortalità. Irridere il tempo. Trattare con Dio. Da pari a pari. Robert Board non ha alcuna intenzione di rendersi ai vermi, il pensiero della morte gli è insopportabile, dorme cinque ore a notte, allo scoccare della terza ora si sveglia con un urlo agghiacciante, non ha mai voluto rivelare a nessuno l’incubo che gli mozza il sonno, sul comodino ha uno psicofarmaco sedativo che non dà disturbi all’apparato digerente. Board ha un’esistenza frenetica, la vitalità sessuale di un tredicenne, gioca a distruggere collaboratori e amanti, non ha pietà di nessuno. Non si perdona nulla.

Padre O’Brien gli ricorda la fine del politico italiano che per primo aveva creduto nell’immoralità, gli ultimi anni erano stati per lui un inferno, credere nell’immortalità vuol dire convivere con la propria morte in ogni istante della propria vita, è come essere nel braccio della morte, combattere l’ansia a colpi di utopia che si deposita giorno dopo giorno, fino a formare una frana può essere la scelta più tragica. L’uomo politico italiano si era prestato agli esperimenti dell’èquipe di biologi molecolari che lui stesso aveva formato e ospitato su un isola del Mediterraneo, esperimenti sempre più invasivi e che forse ne avevano causato il decesso. Il corpo di un ottantaduenne imprigionato e levigato nel sarcofago di un trentenne. Il suo medico personale, anche se se il leader si era prestato volontariamente a tutti i trattamenti firmando montagne di liberatorie. Però lui non era stato un uomo di sport. E in questa constatazione Board aveva individuato il limite del suo predecessore.

Robert Board prima di essere un ex militare, un uomo di affari, un grande politico, è un atleta. È questa la sua forza. La Maratona di New York è la sua ossessione, il suo portafortuna, le ha corse tutte, le ha corse sotto le tre ore, un fallimento domani sarebbe di sicuro un segno di malaugurio nel momento più importante della sua vita.

C’è un clima unico attorno a questa manifestazione, non è mai stata una “corsa a piedi”, tutto è grassettato, esibito, le persone che incontri nelle ore precedenti la gara si sentono partecipi attivi di un evento epocale, appena qualcuno riprende con un telefonino si gettano nell’inquadratura e si sentono in dovere di rilasciare dichiarazioni. Tutti portano un messaggio, una rivendicazione, ferite da cicatrizzare lungo i 42 chilometri della Grande Mela. Qualcuno era grasso, qualcuno era pigro, qualcuno era depresso, qualcuno aveva avuto una malattia grave, qualcuno aveva il figlio drogato, qualcuno si drogava, qualcuno era disoccupato, qualcuno era stato oggetto di mobbing, qualcuno era stato violentato da piccolo in un collegio gestito da preti, qualcuno era diventato amministratore delegato ma poi si era girato indietro e aveva visto il nulla, qualcuno era stato lasciato dalla moglie, qualcuno era stato lasciato dal marito, qualcuno si era scoperto omosessuale, qualcuna si era scoperta lesbica, qualcuno aveva le unghie incarnite, qualcuno era basso di statura, qualcuno era lì per promuovere una onlus che raccoglie fondi per le ricerche su una malattia rarissima, qualcuno è appena uscito di galera, qualcuno l’aveva fatto per scommessa, qualcuno per rispettare un voto a San Michele.

La Maratona di New York monda i peccati del mondo e allevia le pene.

Salvaci.

Amen

CHI NON HA MAI CORSO UNA MARATONA HA DEI PROBLEMI. OPPURE E’ UN PROBLEMA

Quando il senatore Board prende la parola questa scritta appare luminosa alle sue spalle, gli applausi per il sermone di padre O’Brien ancora rimbombano nella sala, qualcuno batte le pareti con il palmo delle mani a tempo, altri fischiano con le dita a puntellare i lati della bocca. È presente anche una rappresentativa dei bottari che quando sale l’entusiasmo scatenano l’inferno. Robert ringrazia O’Brien, i due si abbracciano, scuotono la testa felici, quasi increduli, si guardano e sorridono, tornano a stringersi. Avrebbero mai immaginato di arrivare così in alto? La risposta è SI’. Il destino non esiste, è un’invenzione dei perdenti. Tutto è stato pianificato, gli anni dell’adolescenza sono i più importanti, è lì che poggiano le basi dell’intera esistenza. In questi anni turbolenti è facile perdersi, chi tiene il timone dritto vince la regata. Gli altri naufragano.

Hanno costruito un impero economico, poi hanno preso per mano il partito democratico dopo l’attentato a Barak Obama, quando sembrava che il disordine degli Stati Uniti potesse propagarsi a livello mondiale.

Robert Board è l’uomo nuovo esploso dal nulla. Non è l’ultimo rampollo di una famiglia di petrolieri. È un esemplare splendido di self made man. Ha tenuto i nervi saldi, ha sostituito i quadri dirigenti del partito, ha ripreso la lotta al terrorismo con grande risolutezza, ha stretto un patto di ferro con la Cina e sospeso le riforme intraprese da Obama. I Repubblicani si sono trovati spiazzati, non hanno potuto che appoggiare la politica di quell’ex militare divenuto multimilionario in anni di crisi economica, Board sembra davvero non avere punti scoperti. Le borse mondiali hanno creduto in lui e sono esplose, l’euforia ha gonfiato i titoli.

Padre Richard O’Brien ha completato una teocrazia che la dinastia Bush aveva appena abbozzato. Robert ha portato la materia. Richard lo Spirito. Obama è in coma da sei mesi, ma nessuno sembra ricordarlo, né rimpiangerlo. Le veglie all’esterno dell’ospedale militare in cui è ricoverato sono sempre meno affollate. Il Dinamico Duo ha scelto la New York Marathon per celebrare un anno fantastico, per esibire il miracolo compiuto, per comunicare che un nuovo mondo è possibile. 130 mila partenti, uomini e donne di tutto il globo, tutte le nazioni sono presenti, anche gli stati più minuscoli e dimenticati. Uomini e donne di un nuovo mondo, un mondo sano e giusto, fatto di gente che sa individuare traguardi, che sa lavorare su un progetto, applicarsi con dedizione, secondo le proprie possibilità e il talento che il buon Dio gli ha fornito.

Robert aspetta il silenzio della sala prima di iniziare a parlare. Si è alzato in piedi e si è messo al centro del palco. Scruta tutti, tutti si sentono indagati. Uno per uno. Gli uomini della sicurezza in questi attimi sembrano particolarmente nervosi. Robert sa aspettare. Non si è buttato come un avvoltoio nei primi giorni dopo l’attentato di Dallas, non ha partecipato alle prime riunioni sull’Air Force One. Si è tenuto lontano dal panico e dalle energie negative, dall’inettitudine infettiva del vice presidente, ha aspettato che il terrore decantasse in uno stato d’ansia collettivo prima di mettere a segno colpi precisi. Non ha interrotto gli allenamenti, ha lavorato duro sulla soglia anaerobica, ha svolto sedute di allenamento in altura e di meditazione. Ha aumentato le dosi di testosterone e di GH. Ha fatto un viaggio in Arabia Saudita e Israele. Ha spiegato che la ricchezza non ha più a nulla a che fare con beni immobili, denaro liquido o possesso di materie prime. Nessuno ha bisogno di denaro. Né i ricchi, né tanto meno i poveri. Serve una proiezione di felicità che non ha nulla a che spartire con il P.I.L. Bisogna allattare l’immaginario collettivo con latte drogato. E solo il paese da dove Robert Board proviene sa gestire l’immaginario collettivo del pianeta. Ha assicurato i suoi interlocutori che Mister Obama non era affatto necessario perché queste condizioni si possano mantenere. Anzi. È rientrato in giornata. In tempo per una seduta di esercizi pre atletici, pesistica e una breve videoconferenza con i suoi più stretti collaboratori. Gente fidata. Tutti under 3 ore di maratona. Board nella sua squadra ha scelto solo ex atleti di buon livello, gente che non molla, abituata a soffrire per un risultato. Board detesta il fatalismo, il decadimento fisico, la sciatteria, la mancanza di obbiettivi, la dispersione di energia. Chi non sa gestire il proprio corpo come può ambire a essere l’èlite di una nazione? Chi non sa imporsi rigore e disciplina come può imporlo ai cittadini?

Robert Board e Richard O’Brian si conoscono da sempre, hanno partecipato a tutte le edizioni della maratona della Grande Mela, ininterrottamente dal 1976. Padre O’Brien non è mai sceso sotto le tre ore, per questo è oggetto di bonarie canzonature, predilige le ultramaratone in altura, l’aria molto ossigenata gli sgombra il cervello e lo avvicina all’Altissimo.

Board vanta un personale di 2,33 nell’edizione 1984 vinta da un atleta italiano allora sconosciuto. Per una incredibile coincidenza i due si erano presentati sulla linea di partenza e si erano fatti gli auguri. Gli auguri reciproci avevano sortito buoni effetti per ambedue. Quel giorno avrebbero corso la maratona della vita, la pietra costituente di una esistenza luminosa. Board era stato il primo a pronunciare la famosa frase interrogativa. Pizzowhat? Gli era scappata di bocca come un ringhio poi aveva appoggiato l’orecchio alla bocca dell’italiano che aveva dovuto fargli lo spelling. Dopo la gara i due non si erano rivisti. Il maratoneta italiano era stato risucchiato dai festeggiamenti e Board al tempo era solo un velocista passato alla maratona e con interessi nel campo del settore alberghiero.

Board si è imposto di correrle tutte le Maratone di New York, fino alla fine dei suoi giorni, ma niente accanimento terapeutico, vuole correrle dignitosamente, vuole correrle sotto le tre ore,

per ora ci è sempre riuscito. Si è imposto l’immortalità atletica. A novant’anni sarà ancora lì sul Ponte di Verrazzano, una linea azzurra da seguire, sempre sotto le tre ore, magari per una manciata di secondi. Ma sotto. L’edizione di quest’anno della N.Y.M., per lui ha un significato speciale. Correrà circondato dagli uomini della sicurezza, ma sarà in mezzo a uomini e donne che rappresentano l’umanità nella sua interezza, avrà gli occhi di tutto il mondo addosso, la CNN e altre centinaia di emittenti documenternno la sua corsa, il suo impegno, la sofferenza nella sua forma più naturale, un potente che si pone sul piano orizzontale, allo stesso livello dell’umanità media. Board verrà ripreso in ogni sua attività per tre giorni di seguito in una sorta di reality. Board mangia in una sala riservata e illustra la sua alimentazione a una giornalista. Board analizza i test atletici degli ultimi allenamenti con il suo personal trainer. Board incontra altri maratoneti, campioni del passato e del presente, maratoneti senza pretese che gli fanno autografare i suoi libri. Board abbraccia la moglie Rebecca e accarezza il capo ai figli Sebastian e Steve. Robert e Rebecca alternano battute sagaci e graffianti a slanci di affetto complice. Rebecca sembra canzonare l’ossessione del marito per la maratona. Robert le ribatte che dovrebbe leggere meno classici europei e lavorare di più sulla proporzione fianchi- glutei. La giornalista ride e regge il gioco. Non dormono nello stesso letto dal 2009, ma nessuno potrebbe supporlo. Nei mesi passati erano stati mandati in onda dei servizi di cinquanta minuti dove alternava consigli tecnici per preparare la N.Y.M. a considerazioni di politica interna e internazionale. Parlava di lavoro, sentimenti, famiglia, Gesù Cristo. Ragionamenti precisi, tesi difficili da confutare, slalom perfetti tra paletti di pragmatismo solido e ideali in forma gassosa.

Robert Bord oggi non ha intenzione di tenere lunghi discorsi, deve concentrarsi sulla gara e ha paura di saturare il pubblico. È svuotato di forze e di senso, ma nessuno dei suoi collaboratori sul palco o del pubblico davanti potrebbe ipotizzarlo. Gli occhi brillano e muove braccia e mani come un chirurgo. Parla e sembra che le mani mimino l’armeggiare di coltello e forchetta. Sminuzza i propri ragionamenti e imbocca il popolo plaudente. Board parla da sei minuti. E non ha detto nulla. Ma sotto di lui la gente sprofonda nelle poltroncine, come prede di un incantesimo

Board a sorpresa chiama sul palco otto persone sedute in prima fila che si alzano ordinate come tessere del domino, ricorda i nomi a memoria e li pronuncia perfettamente, anche quelli stranieri. Sono otto casi umani selezionati tra quasi cinquantamila schede arrivate allo staff di Board. Board li abbraccia uno dopo l’altro poi si limita a dire che ha imparato molto da questi otto amici. Non c’è libro che valga quanto un essere umano, nemmeno il più umile e ordinario, ogni essere umano è un capolavoro unico e non c’è opera al Metropolitan Museum che valga un infelice e imperfetto omuncolo. Nessuno coglie che queste parole sono una specie di gaffe nei confronti degli uomini saliti sul palco. Board ha capito quanto è stato fortunato, e ha capito che questa fortuna ora deve renderla aiutando le persone più sfortunate. Il primo a raccontare la sua storia e un messicano a cui hanno sparato mentre cercava di passare il confine verso gli States e che oggi gestisce una chiesa evangelica nel Texas, ha ancora del piombo in ambedue le cosce, ma organizza delle ultramaratone in zone desertiche che avvicinano spiritualmente i partecipanti alla figura del Cristo. L’ultima è una donna affetta da una malattia che non le consente esposizioni alla luce solare. Correrà i 42 chilometri indossando una tuta di un materiale traspirante studiato da una equipe finanziata dallo stesso Board. Una seconda pelle, una pellicola nera che la rende simile a una pantera. Quando la donna termina il suo racconto cerca di abbracciarlo. Board gli scivola a fianco e schiva il contatto, è sinuoso, sembra accennare un passo di danza caraibica. La donna nonostante le precauzioni ha escrescenze tumorali cutanee che si sviluppano a velocità folle, la malattia è inarrestabile, la vita media di queste persone non arriva ai quaranta anni. Se non indossasse la tuta si potrebbero vedere le macchie svilupparsi come le terre emerse di un mappamondo che visualizza i connotati di un pianeta sconosciuto. Oppure del nostro, dopo uno sconvolgimento apocalittico.

È venuto il momento dei saluti e dei ringraziamenti. Board e O’Brien alzano le mani e lo sguardo al cielo. Dal soffitto calano palloncini e coriandoli, l’inno americano pervade la sala. Lacrime e abbracci, mani sul petto in corrispondenza della pompa cardiaca. Board e O’Brien scompaiono nel nulla. Come fossero ologrammi. Come fossero il frutto malato di una allucinazione collettiva.

Board parte nel sesto settore, quello delimitato dagli sbandieratori di Siena, riservato a manager di alto livello e uomini politici, le sue guardie del corpo lo circondano, poco lontano rimbombano i bottari italiani. Negli ultimi minuti prima della gara vuole stare concentrato sulla gara, nessuno può avvicinarlo, il tempo delle pubbliche relazioni è sospeso. Come un maratoneta qualunque vuole esprimere la migliore prestazione possibile, ripensa agli ultimi allenamenti, termina il riscaldamento con esercizi preatletici, ha un cesto personale dove ripone gli indumenti con gesti precisi, quando un flash gli trafigge il cervello, nel cesto rivede il maglioncino d’angora azzurro con lo stemma dorato, la divisa scolastica di quando era bambino.

Torna alla prima gare di velocità a scuola, alla voglia di primeggiare confusa nel virus della paura di non farcela. Le gambe intorpidite, svuotate di sangue. I genitori sugli spalti. Le ragazzine con i maglioncini rosa d’angora e le bandierine con il logo dell’istituto. L’arancione amico della pista in terra battuta. Gli impianti sportivi sono nella prima periferia della cittadina, i viali si allargano, il verde aumenta, la primavera avanza, ma non dà forza, è una stagione ibrida. È arrivato solo quarto della sua batteria e il tempo non è stato sufficiente per i ripescaggi della semifinale. Ha corso tre decimi sopra il proprio personale, è partito perfetto allo sparo, con alte frequenze, ma ha corso contratto, semiparalizzato, senza distendere le falcate. E questo brucia. Mamma è papà gli fanno festa, scendono le gradinate e gli vanno incontro con la giacca della tuta, mamma ha tirato fuori un panino con la crocchetta di pollo e la foglia di insalata scondita, papà dice che è fiero di lui e che ha corso bene nelle frequenze e nell’ampiezza delle falcate. Il piccolo Robert sa che in padre mente. E non lo perdonerà mai per questo. Lui ha lo stomaco chiuso, è un pezzo di legno inanimato, lo vestono come si vestirebbe un manichino, le maniche entrano a fatica. Non parla. Ha deciso. A nove anni ha deciso tutto. Che la gara di oggi è stata il suo ultimo fallimento. Ha deciso che non vuole più provare quel senso di smarrimento. Nessuno lo ha deriso, il suo allenatore non l’ha rimproverato. Tutto questo è orribile. Si chiama anonimato, è una malattia subdola, molto diffusa, gli altri ti accettano perché non ti individuano come pericolo. Nessuno si aspetta nulla da te. Perché ti considerano un mediocre. Uno dei tanti. Quel sabato pomeriggio avrebbe preferito che qualcuno lo avesse preso a schiaffi e gli avesse inflitto una punizione, riconoscendogli doti inespresse, trattandolo da persona adulta e cosciente. Robert Board non sarà mai uno dei tanti e tutti i bastardi che affollano il campo di atletica e le tribune impareranno presto la sua legge. Dal giorno dopo inizierà a lavorare sulla sua persona. A nove anni, due mesi e tre giorni. Perché nella vita bisogna partire forte. E tenere. Questo è stata la scuola della sua specialità preferita, quella che correrà per tutta la prima fase della sua carriera agonistica, i quattrocento metri piani. IL GIRO DELLA MORTE.

È tempo di tornare al presente. Robert Board ha un I-pod di ultima generazione, ma una volta partito si sbarazzerà delle cuffiette, vuole sentire solo il suo corpo, stare in comunione con il proprio organismo, sublimarsi nella sofferenza a lento rilascio della maratona. Un uomo della sicurezza lo informa che Orlando Pizzolato non lo potrà raggiungere alla partenza per affrontare la gara insieme, un contrattempo lo ha trattenuto in Italia. Board è contrariato, gli aveva anche messo a disposizione un jet privato, cerca di controllare il malumore. Era bella l’idea di questa rimpatriata sul Ponte di Verrazzano, una di quelle intuizioni che può partorire solo un uomo di pensiero alto e doti non comuni. L’auto scoperta elettrica che lo ha accompagnato alla partenza è stata salutata dalla folla tra applausi e urla di incitamento, per ragioni di sicurezza l’uomo era un sosia, il vero Board aveva già raggiunto la linea di partenza indossando un ingombrante costume da Yogi Bear. Qualcuno potrebbe volerlo morto nel momento dell’ascesa politica inarrestabile, potrebbe succedere, la folla agevola i killer, come nel ’68 era successo a un altro Robert, quello della dinastia Kennedy. Il cardiofrequenzimetro dà conto di un battito cardiaco troppo elevato, 163 battiti da fermo è preoccupante, la tensione lo sta minando, gli ultimi allunghi prima della partenza non gli danno buone sensazioni, dove sono le gambe piene degli ultimi test? Avere vicino uno come l’italiano Pizzolato in questo momento sarebbe stato di grande aiuto, non gli piacciono gli italiani, i politici e gli uomini di affari che ha avuto modo di incontrare sono molli nel fisico e nella mente. Vaghi e lenti nelle decisioni. Parlano con te di fatti molto concreti, ma non sembrano mai prendere le cose seriamente, gesticolano molto, faticano a concentrarsi, il loro pensiero vola altrove. Glielo leggi negli occhi. Pensano al cibo e alle donne. Hanno tutti la pancia.

Pizzolato no, lui è rimasto secco e attivo, ha saputo costruire qualcosa di importante dopo il ritiro agonistico, non tutti ce la fanno, ha diffuso il verbo della corsa in un paese pigro e indolente, senza spina dorsale. pizzolato

Robert vorrebbe Pizzowhat al suo fianco, lo stomaco gli fa strani rumori, ma la sua colazione è stata corretta, secondo le sue abitudini, studiata da un équipe di medici dietisti e testata nei mesi precedenti. Un uomo della sicurezza si avvicina e gli mormora qualcosa all’orecchio, l’uomo sembra preoccupato da una informazione arrivata in cuffia, ma Board non lo ascolta, ha lo sguardo fisso e distante, assente, continua gli esercizi di stretching. L’uomo della sicurezza si protende verso di lui con in cellulare, il display rettangolare emette una luce verde intermittente, adesso tutti gli uomini della scorta sembrano scossi, si muovono come animali in gabbia impotenti, fanno pochi passi in un verso, poi alzano il viso al cielo e fanno dietro front. Gli elicotteri delle emittenti televisive hanno sgombrato lo spazio aereo, due caccia militari hanno attraversato il campo visivo in rapida successione, poi altri due, a formare una croce nel cielo di cattivo presagio. Succede tutto troppo in fretta, ma a Board le immagine scorrono davanti come fosse un filmato al rallentatore. Board non capisce nulla. Eppure capisce tutto. Capisce che le non sono nubi quelle che salgono dal fronte est della città. Si tratta di fumo, fumo molto denso, una colata di piombo fuso. E i bagliori sono fiamme vomitate dai grattacieli, vampate che si riflettono nel buio che sta avvolgendo il cielo molto velocemente. Robert Board non capisce nulla. E capisce tutto. Gran parte degli atleti sul ponte di Verrazzano sono al telefono. Qualcuno piange e batte i piedi, le donne in particolare sembrano perdere il controllo dei nervi, molti seguono le notizie delle edizioni straordinarie dei telegiornali sui loro piccoli strumenti tecnologici. Sbattono le teste per poter accedere alle immagini e per sentire l’audio, qualcuno mette il viva voce e attorno si formano gruppi in silenziosa attesa. Maledetti idioti, correre una maratona con quegli aggeggi al seguito.

Robert Board sa tutto.

Sa che un nuovo mondo è possibile.

Ma solo dopo aver seppellito questo-

 

 

Comments