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Factory Fattori | 8 Dicembre 2019

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Alienazioni padane #27

Alienazioni padane #27
Saverio Fattori

Tutto per la Rebby si faceva più difficile e confuso… chissà se sarebbe stata all’altezza di fare l’amore… però sentiva di essere pronta… roteava il collo e si strofinava il naso e le orecchie come un coniglietto, respiri profondi e concentrati fino a trovare il giusto ritmo. E stretching come prima di una gara di salto in lungo… alle superiori aveva vinto i campionati provinciali, quattro metri e cinquantotto … tirava su col naso, mocciosa, bimba fantastica, le si andava disegnando un sorriso sempre più grande poi gli era crollata addosso che tremava con gli occhi lucidi… piangeva col sorriso disegnato in faccia… come quando piove col sole e sulla destra della foto compare un arcobaleno. Fuori dalla macchina il grano alto e giallo, luci di macchine agricole, una luna blu complice fottuta, un canale finto fatto di cemento.

Fare l’amore. Per quel che ne aveva capito fino a quel momento aveva scopato e fatto pompini… boh… tecnicamente dovrebbe cambiar poco… è tutto più mentale… emotivo…

In realtà non era riuscita ad essere lucida e razionale nel raccontare i fatti alla Jusy, non aveva saputo dire quanto fosse durata la scopata sottraendo i preliminari, se avesse avuto almeno un orgasmo… nulla sulle dimensioni del cazzo in erezione… diceva di sentire le voci come Giovanna d’Arco, di vedere bagliori e madonne come un’umile pastorella analfabeta e semi demente. Deludente. Diceva che era come se fosse rimasta in acido… riconosceva solo la faccia del suo studente, i tratti del viso di tutte le altre persone le sembravano ostili e deformi. Nel pomeriggio era passata al bar… mostri… mostri schifosi, caricature. Quel Piero poi… le sue battute che fanno male, squallido, i suoi capelli unti, doppi sensi… idioti che ridono con lo stuzzicadenti in bocca e i piedi sul biliardo.

Le loro facce, facce che invecchiano, loro che restano sempre uguali, fino a che una fabbrica che gli chiude, un incidente in macchina sull’Adriatica o un cancro di un genitore, una retrocessione in serie B della squadra del cuore, non gli muove la retta della vita.

No, tu no Jusy, tu sei il mio amore… tu sei di un’altra…

Stai ancora con Carlo? Dovremmo metterci insieme io e te, adesso che quello stronzo non si fa più sentire e che la patina di muffa verde ha completamente rivestito il tuo Carlo. Ai francesi la muffa piace. Ma sono tutti froci i francesi, si sa, che ne sanno!

Sai… non esiste nessun studente pugliese… uscivo con Ale …tu ci sei uscita ma tanto non ti interessava, dico bene, non ha funzionato. Dico bene?…

Dici bene.

Ancora gli sbirri, sopra l’argine di cemento, camminano guardandosi i piedi, che posson trovare… un pelo di cazzo, un fazzoletto sporco, un unghia dell’assassino, un urlo strozzato che ancora gira col vento… c’è anche la donna vestita elegante, non troppo, sembra piuttosto un’impiegata di terzo livello, tutta in verde e beige, occhiali senza montatura, dà disposizioni con le dita della mano unite, il braccio rigido… ridicola… ridicola marionetta. Sopralluoghi inutili.

Era stata lei a fare riesumare il corpo di una ragazzina che faceva ancora le elementari.

Bruciata insieme alla madre e al patrigno in un capannone in disuso dietro l’area di servizio gestita dai genitori. Debiti. L’uomo aveva chiuso i componenti della famiglia e aveva riversato taniche di benzina e aveva dato fuoco a tutto. La moglie caraibica di Santo Domingo era una donna splendida, era venuta in Italia sposando un inutile coglione pensando di dare un futuro migliore alla figlia. Aveva lottato con tutte le sue forze per scappare fuori poi era stata tramortita, la figlia adottiva sotto psicofarmaci sedativi. Carbonizzati nella sua follia di uomo fallito.

Un buon uomo, docile, aveva lavorato per anni sulla linea suburbana che si trascinava da BO a un remoto paesone ferrarese già in odore di valli e lidi. Obliterava i biglietti, una frazione di secondo dopo aver morso il cartoncino, ti guardava fisso, forse cercava di capire se ti eri accorto che in testa portava un parrucchino, forse pensieri di schifo e morte gli intasavano già il cervello. Poi si era licenziato, seguivano le solite storie fallimentari di attività in proprio. Soldi in prestito a tassi di interesse impossibili.

Debiti diceva. Usurai che lo perseguitavano. Stronzate. La maestra aveva riferito che la piccola negli ultimi tempi era strana. Il sostituto col nome di donna si era sistemata gli occhiali scesi lungo il naso dritto, riordinato i pochi carteggi delle deposizioni aveva disposto la riesumazione del corpicino per un esame più approfondito. Inutile dire che su quel corpo di bambina qualcuno s’era accanito usandolo come corpo di donna fatta. L’ex bigliettaio con la faccia bonacciona che non si arrabbiava con le sbarbe che in treno ridevano del suo parrucchino, la violentava da mesi, forse da anni, forse da sempre. Forse aveva scopato più la figliastra che la moglie.

Poi la bimba stava crollando psicologicamente e a scuola se ne stavano accorgendo. Pianti e silenzi, parole strane nei temi, tutto da copione, tutto troppo facile per il sostituto col nome di donna.

Quell’uomo aveva cercato di portare con sé lo schifo e la vergogna, annientando tutto con un rogo d’inferno.

E bravo il sostituto col nome di donna… il giornalone più popolare e ottuso della città l’aveva messa in prima con una foto enorme, e tanti complimenti, quella donna cocciuta ed efficiente… anche il corpo della Rebby era stato un sacco di tempo su un tavolone freddo a farsi tagliuzzare da mani esperte; mani esperte l’avevano spupazzata l’ultima notte, poi queste mani si erano accanite e le avevano serrato il collo proprio lì dove lei stava camminando un po’ a zig zag, cercando un’ispirazione.

Adesso il giornalone la mette in croce, un caso apparentemente semplice, un mese, nessun fermo.

Un uomo le va incontro, lei alza la testa, sembra lo stesso del bar, le parla in un orecchio, lei segue per qualche secondo muovendo il capo in cenno d’assenso, poi alza lo sguardo e finisce con un atteggiamento del tipo no, non se ne parla nemmeno, è sicuramente lo stesso del bar, agita le mani che poi rimangono ferme, più lontano possibile dal corpo, come se dovesse spiccare il volo verso la parte opposta del canale, accomodante, ma sempre più inquieto, si passa un fazzoletto attorno al collo.

Occhei, occhei, l’indagine è tua, signora culodritto, per carità.

A proposito non sappiamo ancora un cazzo di questo studente pugliese, ma sarà poi davvero pugliese, magari è abruzzese, molisano, magari non è per niente iscritto all’università, o è fuori corso da anni intrappolato in politica o eroina… un coglione venuto a far casino e a scopare… a Bologna sono migliaia cazzo. Sono tutti uguali.

Anche in paese han detto così… loro non l’hanno mai visto, ma lorolì sono come i negri e i giapponesi… anche a vederli sono tutti uguali difficili da distinguere, ricordare e descrivere.

Anch’io sai ero venuto a BO per fare casino e ho scopato molto sai cara… tutti trenta però… mai indietro di un esame. Rifiutai un ventisette avevo la febbre a trentanove durante l’esame. La mia era una famiglia povera, un mese di permanenza in più a Bologna per loro erano sacrifici e schiena rotta… però il ventisette l’ho lasciato là, vabbè non te ne frega un cazzo, lecito.

Il sostituto accenna un sorriso, è vero, non le frega un cazzo, ambedue hanno le mani accartocciate dietro la schiena e la faccia spenta degli innamoratini, un messaggio al telefonino, il sorriso resta sospeso… poi si allarga ancora di più… doveva essere la figlia, tesoro di ragazza, Debora.

Un bel voto a scuola, una vittoria in una gara sportiva, tipo pallavolo o avverte che farà tardi per una pizza con gli amici in un locale sui colli, magari una piccola innocente bugia, i genitori del fidanzatino hanno lasciato campo libero per un concerto al Comunale.

Sopralluogo inutile e galeotto. Che merde. Forse mi vede dietro la rete verde al limitare dei filari di frutta, ha il sole di fronte, mette una mano attaccata alle fronte e strizza gli occhi.

Io però non ci sono più. Io volo davvero.