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Factory Fattori | 25 settembre 2018

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COS’HA NELLO ZAINO?

COS’HA NELLO ZAINO?
Saverio Fattori

La religione marxista mi aveva lasciato un baratro in fondo, da qualche parte, quella punta di fame chimica che ti scava anche a stomaco pieno. L’impegno politico era planato, infrangendosi, nell’eroina e nell’alcolismo sapientemente trattenuto, prima. Calcetto over 40 in campionati provinciali, poi.
Dopo gli anni di sbandamento avevo ritrovato energia e stavo cercando pane bianco che sazia.
Avevo iniziato come operatore volontario. Una sera avevamo portato due ragazzini pakistani alla struttura di via Allende. I due ci erano stati affidati per riportarli in famiglia dopo un tentativo di scippo in stazione. Avevamo parlato con un certo Grammatico, un cognome molto particolare che ricordo ancora. Ci aveva detto che era stato impossibile contattare i genitori, i bambini opponevano mutismo. Poi aveva estratto un foglietto che riportava un indirizzo e un nome arabo. Ancora non sapevo che era il nome del mio salvatore.

Gli infami, gli infiltrati e i provocatori mi avevano sempre dato fastidiosi e inequivocabili sintomi. Prurito e arrossamento alle ascelle, moltiplicazione di efelidi sulle gote e disturbi all’apparato digerente.
L’arabo che dirigeva la nostra cellula romana aveva scritto CIA in fronte. Non sembrava stupito di avere occidentali tra gli adepti. Non ero l’unico lavato in candeggina, ma tra di noi nessuna scintilla di cameratismo, preferivamo mischiarci al gruppo, eravamo concentrati nel tentativo di miscelare olio all’acqua. Il suo inglese era come il nostro, scolastico e rigido. In sua presenza mi grattavo come una scimmia e non riuscivo a trattenere gas intestinali.
Questo non disinnescava per nulla le sue ragioni. Quei sermoni carichi di rancoroso odio si allineavano al millimetro al mio stato d’animo. Quello che mi aveva fatto da mantello fin dalla prima adolescenza. I miei nervi erano scossi dalle parole di Mohammed. Lui non c’entrava un cazzo. La verità popolava le sue parole. Tutto era già in me. Era un infiltrato a parlare. Ma per conto di Dio.

Il kamikaze aveva guardato dentro l’autobus. Il conducente con un movimento del capo aveva fatto cenno di salire e di prendere posto. La bambina si era affacciata. Occhi da piccolo animale domestico. Il kamikaze era rimasto con i piedi e lo sguardo incollati all’asfalto. E l’autobus era ripartito.
Ma quello era un film, buono a placare le anime belle degli intellettuali ai festival del cinema. Premiano sempre film del genere. Come se avessero qualcosa da farsi perdonare.

Ho fatto le scale della stazione metro di corsa, il girello metallico mi ha abbracciato stretto alla vita come se dovesse trattenermi dall’azione decisa. Poi mi ha lasciato andare con un clangore strozzato. Mi sono buttato a caso nel segmento meno affollato.
Adesso dovrei interessarmi alle persone che mi stanno attorno. Dovrei iniziare a fantasticare sulla loro vita. Sono l’attore protagonista del loro film, quello del taglio netto, dei titoli di coda. Un gioco da dio balordo.
Mancano 19 minuti.
La ragazza con la felpa rossa sta messaggiando al fidanzato il voto dell’esame. Un trenta che non l’avrebbe comunque salvata da una vita di stenti economici e precarietà. Ma il gioco mi annoia. Troppo facile diagnosticare un cervello in poltiglia per televisione sedativa alla signora in tailleur che armeggia nella borsetta. Adesso consulta test clinici. La sua è l’età degli esami clinici preventivi.
Pensieri futili per chi sa di sostituirsi a un presunto dio boia.
Invece da gran figlio di puttana egocentrico penso solo alla mia vita passata. Di colpo ho rimosso la religione, i sermoni. Penso a tutte le persone che sono state male a causa mia. Penso a quanto sono stato male io, a causa loro. Ho fatto del male a tutte le persone che mi hanno incautamente avvicinato. Tutte le persone che mi hanno avvicinato si sono rivelate dannose.
Poi una stanchezza improvvisa mi fiacca le ginocchia. Mi lascio andare sul seggiolino libero. Una signora anziana rimasta in piedi mi guarda sul filo dell’indignazione. Le regalo un sorriso poi chiudo gli occhi. Non prima di appoggiare lo sguardo sull’orologio al quarzo. È la prima volta nella mia vita che ho un orologio al polso. Mohammed non ha voluto sentir ragioni. Si è pure arrabbiato, e l’orologio me lo ha tirato in faccia. Quando si altera parla in arabo. Ma pensa in inglese. Lo so.
Mancano 16 minuti.
Felpa Rossa e Cervello in Poltiglia scendono a questa fermata. Dovrebbero salvarsi se il destino non disegna ricami capricciosi. Fra sette minuti dovrebbero iniziare i primi fuochi d’artificio nella zona dell’edicola, quella che ti trovi davanti emergendo da questa bocca d’inferno vomitato sulla terra.
La sfiga è un cavallo imbizzarrito.
Ma fatico a fantasticare della vita in superficie, non è pigrizia. Concretizzo che non rivedrò mai più la luce solare. Nulla di ciò che succede di sopra è affare mio. ‘Fanculo la periferia degradata. ‘Fanculo i negozi di via Condotti. ‘Fanculo il Vaticano. Affanculo le formichine impazzite che occupano ogni spazio in quella piazza la domenica, in attesa che la figura bianco morte emetta rantoli malati. Civiltà putrefatta.
Su questo punto Mohammed con me aveva sfondato una porta aperta. Ramaioli queste cose non le voleva sentire, un passato da missionario cattolico ne induriva le resistenze.
È Ramaioli quello appostato all’edicola. Si è reso conto dell’inconsistenza delle sue tesi. E della forza incontestabile delle nostre.

“Ciao.”
La madre strattona la bambina, ma rimango al centro del suo interesse ludico. Rebecca non deve disturbare il signore, dice la madre. Non sono mai riuscito a superare la fase in cui hanno iniziato a chiamarmi signore. Non riuscirei nemmeno a datarla esattamente.
“Signore cos’hai nello zaino?”.
Una carica di esplosivo ad alto potenziale e un timer.
“Cose per bimbi grandi, non ti piacerebbero”.
“Ma io sono già grande, l’anno scorso ero piccola. Quest’anno faccio la seconda”.
E non farai la terza. Se tu e tua madre non scendete nei prossimi nove minuti.
Se fossi in un film adesso verrei preso da uno scrupolo di coscienza e sarei io a scappare di corsa in superficie. Da qualche parte. Appoggiandomi ansimante e sudato. Stordito dalla mia stessa follia.
“Dio mio il terremoto”.
La madre stringe a sé Rebecca, qualcosa scuote il convoglio senza farlo deragliare ma i freni urlano anche se non siamo alla fermata, il conducente ha avuto informazioni poco rassicuranti.
Fuori i bagliori artificiali biancheggiano offuscando i cartelloni pubblicitari. O è solo ciò che credo di vedere.
Forse i fuochi artificiali sono davvero iniziati. Nel mio orologio i segmenti dei cristalli liquidi sono spariti. Con tutta la sua disponibilità economica Mohammed non ha pensato alle pile. Non ha pensato a due misere pile grandi come pillole.
Non saprei dire quanto manca di preciso. Poco importa.
Mi spiace Rebecca.

 

Racconto uscito su Percorso alternativo Antologia di storie dall’inferno di una metropolitana