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Factory Fattori | 9 Dicembre 2019

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COL TEMPO SAI

COL TEMPO SAI
Saverio Fattori

Ardizzone, Lauro, Rastello, Faustini, Pambianchi, Munerotto, Belluschi, Gargano, Denti, Gennicco, Garau, Terzer, Milani, Nicosia, Brunet, Bernardini, Boffi, Rossetti, Alliegro, Guida, Barzaghi, Erotavo, Pimazzoni, Milesi, Curatolo, Magnani, Fava, Cruciata, Serrantoni, Gelli, Tagliaferri, Gotti, Bizioli, Marchisio, Crosio, Bennici, Miccoli, Pusterla, Basiliana, Dandolo, Fauci, Cinà, Arena, Demadonna, Ogliar Badessi, Andreucci, Scartezzini, Lo Presti, Arlati, Di Pardo, Weissteiner, Carosi, Maffei, Currelli, Gerbi, Milana, Barbi, Goffi, Mazzara, Crivellini, Bizioli, Scaunich, Fiacconi, Solone, Pregnolato, Molinari, Zarcone, Striuli, Stramaccioni, Ortis, Carenza, Gozzano, Farinelli, Merlo, Villani, Accaputo, Di Saverio, Capovani, Tauceri, Donati, Ferrari, Truschi, Carchesio, Pesavento, Baccani, Curti, Balsamo, Cindolo, Armuzzi, Ingargiola, Cornolti, Selvaggio, Patrignani, Fegatelli, Fontanella, Calvaresi, Di Lello, Crepaldi, Ruggiero, Bartoletti Stella, Curzi, Rinaldi, Leuprecht, Ingrami, Leone, Fogli, D’Aleo, Gualdi, Battocletti, Zanon, Berradi, Caimmi, Fava, Modica, Pesavento, Sommaggio, Viceconte, Gamba.

Dove e quando mettere il punto a una lista piuttosto casuale? Da dove iniziare e quando interromperla? Perchè Giuseppe Ardizzone è il primo e Michele Gamba l’ultimo? E quanti altri potrebbero aggiungersi?

E che senso ha?

Nomi in successione casuale, nemmeno in ordine temporale o almeno alfabetico, nemmeno divisi per genere, mescolati senza logica, un magma disomogeneo, nomi che vivono nelle liste all time o riemergono dalle pagine di Facebook a commento di vecchie foto. Qualcuno ha brillato per pochissimo, un titolo italiano assoluto nei diecimila e puff, sparito, oppure solo a livello locale, quando ancora primeggiare a livello regionale o provinciale voleva dire correre su buoni ritmi, altri sono arrivati davvero vicinissimo al cielo, qualcuno è stato a livelli nazionali solo nelle categorie giovanili, altri hanno invece preso medaglie pesanti, alcuni avranno ottenuto la performance migliore della carriera in un sabato pomeriggio caldo e inutile, avranno gioito pensando a un futuro migliore che poi non si è concretizzato. Alcuni andavano bene solo su strada e si spegnevano in pista, o davano il meglio sui campi erbosi. Quanta gioia e quanta amarezza, quanta forza esplosiva nell’età migliore della propria esistenza oggettivata da rilevazioni cronometriche e piazzamenti. Tutti saranno più o meno certi di aver ottenuto cose buone ma leggermente inferiori a quanto si meritassero davvero, andranno fieri del proprio passato, alcuni cercheranno una sorta di rimozione per ambire ad altri successi in altri campi con la mente libera e fresca. Quelli che cercheranno di rinnovare la magia passando il talento al figlio, oppure allanando giovani di belle speranze. Quanti aneddoti ironici o terribili dietro a questi nomi, quanti risvolti inconfessabili dietro prestazioni improvvisamente migliorate senza logica, quanti meritebbero biografie, quante narrazioni andranno disperse, quanti testimoni poteremmo chiamare a deporre.

Davvero un dedalo quello della corsa, un groviglio di calendari podistici, da sempre, e in questi decenni ha visto centinaia di buoni interpreti, migliaia di ragazzi con cilindrate fuori dal comune portati sui campi nel pomeriggio da centinaia di professori di educazione fisica che volevano vederci chiaro su quelle zampette molto reattive. Molti avranno mollato perchè trattasi di sacrificio puro, o si è alimentati dal Sacro Fuoco, o buonanotte, troppa la fatica, troppa la disciplina, a volte nei piccoli centri non si hanno strutture o compagni di allenamento e allora diventa frustrante, soprattutto nei mesi invernali, si molla, o piano piano, in agonia, oppure di botto con un taglio netto, e non si finisce nell’elenco di cui sopra. Dei presenti molti hanno trovato una ragione forte per esistere, o meglio, per urlare al mondo la propria esistenza, la propria identità, per sfuggire all’anonimato, ed era un bel mezzo in anni in cui la corsa nel nostro paese era importante, dava visibilità, hanno trovato amici di una vita, o storie d’amore arrivate al matrimonio. Magari dietro alla gara sbagliata non c’era nessun infortunio fisico, ma un amore adolescenziale che ha deluso, oppure un divorzio dei genitori, un trasferimento, la vita insomma, a volte la vita si mette in mezzo ai nostri sogni e la direzione cambia. A volte mi chiedo chi sarà stato in Italia l’atleta più forte tra quelli che dovevano far coincidere gli allenamenti con almeno otto ore di lavoro. Qualche tempo fa parlando con Tiziano Favaron, storico fisioterapista di Gelindo Bordin e profondo conoscitore dell’ambiente, mi disse che uno degli atleti più talentuosi mai visto da lui era stato Loris Pimazzoni. Un nome che a molti non dirà nulla.

Una Treccani della corsa, ecco cosa ci vorrebbe, indagare, entrare nei dettagli di vita, non solo nei programmi di allenamento e nei numeri, non solo per attitudine agli stati nostalgici, ma per capire quando e perchè il meccanismo si è inceppato per trasformare uno sport in una cosa divertente e salutare.

Col tempo sai è una canzone mica tanto allegra di Leo Ferré , riproposta da Patty Pravo , Dalida, Franco Battiato, Gino Paoli,  forse troppo struggente per essere associata a una dimostrazione di efficienza fisica come quella esibita dai ragazzi dell’elenco.

Oppure no.

Articolo uscito sulla rivista Correre

Foto rubata all’archivio di Augusto Vancini (Gubbio 1983, Trofeo delle Regioni)