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Factory Fattori | 17 dicembre 2017

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QUANDO LA PERFEZIONE NON BASTA

QUANDO LA PERFEZIONE NON BASTA
Saverio Fattori

Davide Tirelli sulla linea di partenza mantiene lo lo stesso sguardo teso di sempre, si tratti di una corsa su strada del caledario romagnolo di questi anni o di un millecinque anni Novanta da correre sotto i 3’35 in un meeting internazionale. È ancora magrissimo, ligneo, intatto, ci separa un anno di età, lui più vecchio di un anno, classe ’66. Mi sono trovato spesso sulla stessa linea di partenza (intendendo nelle corse su strada romagnole o qualche cross regionale, non in meeting inernazionali…) e sempre mi sono chiesto: Io al suo posto avrei mantenuto lo stesso stato mentale? La stessa determinazione? Credo ci voglia molta umiltà nel protrarre la carriera, per dilatarla fino alle categorie amatoriali, occorre al tempo stesso fame e serenità, perchè a volte ti capita di essere preceduto da buoni atleti ma che non hanno certo lo stesso passato glorioso. Ma Davide prima e dopo la gara è sempre cordiale, scherza e ride, non è uno qualunque nemmeno nella seconda parte della sua carriera, ad esempio nell’M50 ai Cds regionale ha dominato quest’anno tutte e tre le prove, la gamba ha mantenuto un certo nervosimo, e salire sul podio accanto a lui, anche se un po’ scostati, è sempre un’emozione forte per tutti, almeno per quelli informati dei fatti.

Nel 2002 finisce il primo segmento di carriera, ma gli simoli mentali no, viene tesserato dall’Atletica Avis Castel San Pietro terme, un sodalizio di atleti amatori di livello alto che spesso vince i campionati italiani di settore. Nel 2005 Davide vince il titolo Master sui 5000 metri a Comacchio, due anni dopo da M40 sarà quinto ai mondiali di Misano con un 15’02 che testimonia ancora di grande efficienza. Niente male, ma teniamo sempre presente che Tirelli ha fatto anche i Campionati mondiali “veri”… quelli con la diretta internazionale, gli stadi gremiti non solo di famigliari e di atleti che parteciperanno ad altre gare. Avete presente? Però Davide c’è, a rimettersi in gioco.

Nel suo curriculum atletico tante partecipazioni a manifestazioni internazionali, Goodwill Games, Campionati mondiali, Europei, Giochi del mediterraneo e Universiadi, manifestazione, quest’ultima, che al tempo aveva ancora un certo prestigio e che nel 1991 gli valse un argento, nello stesso anno raggiunge le semifinali ai Mondiali di Tokyo. Non erano anni facili quelli, nemmeno in Italia, c’erano talenti grossi, Gennaro Di Napoli per citare il più cristallino, e ancora Stefano Mei, un altro fenomeno, indomito e con qualche anno in più, tre per l’esattezza, uno che non faceva sconti a nessuno dai millecinque ai diecimila…

Ma la cosa che impressiona di più nello storico di Tirelli è un tempo, perchè l’atletica si sa, è ben misurabile, quel tempo fu ottenuto a Nizza a due settimane da Barcellona, era un meeting internazionale di gran livello, arrivarono sul traguardo a grappolo, per Davide fu 3’34”61 e ancora oggi fa male dirlo, ma quel tempo non gli fu sufficiente per essere incluso nella spedizione dei Giochi di Barcellona ’92.

Davide ha sempre fatto atletica in provincia, mai spostato da Ravenna, non è precoce, è l’ennesimo calciatore in una nazione di calciatori, le chiodate le mette relativamente tardi, nel 1984 con la Rinascita Ravenna, ma è talento vero e in pochi mesi è medaglia di bronzo ai Campionati italiani juniores negli ottocento. L’anno seguente sarà titolo nei millecinque, quella che diventerà “sua” gara. Ancora un anno e approda nel gruppo sportivo delle Fiamme Azzurre, società militare degli ex agenti di custodia carceraria, fatto curioso, in quegli anni il direttore tecnico è Pietro Mennea. Per tutta la carriera agonistica rimarrà fedele alla maglia e all’allenatore Ignazio Aresu, una di quelle figure provinciali che hanno fatto un lavoro importantissimo rimanendo un po’ ai margini del Regno, ma ottenendo grossi risultati. Ignazio collabora a distanza con Sandro Donati, ha contatti con Leporati, allenatore storico di Mei e lui stesso ottimo mezzofondista. Si tratta di adottare nuove metodiche di allenamento, sono anni rivoluzionari per la nostra atletica. Se a Ferrara Lenzi fa macinare chilometri su chilometri, con Tirelli si decide di lavorare sulla qualità e sulla intensità.

Oggi il tempo a disposizione è limitato, deve destreggiarsi tra lavoro, è Ispettore di Polizia Penitenziaria presso la Casa Circondariale di Ravenna, e famiglia, la moglie lavora a Forlì, un figlio studia all’università di Trieste, facoltà di Fisica, e l’altro frequenta la 4° liceo classico e pratica pallanuoto. Attualmente riesce a fare in media cinque allenamenti a settimana ma l’obiettivo non è più la pista come poteva essere quando la corsa era una professione, ora sono soprattutto corse su strada, seguendo un calendario sociale con gare distribuite in tutto l’anno, e le campestri in inverno, quest’anno ha dominato i Cds regionali di categoria e l’Avis Castel San Pietro l’ha spuntata dopo un avvincente duello con il Casone Noceto.

Dire che oggi “corre per divertirsi” ha senso, ma nel limite del possibile, come detto mantiene una serietà nell’approccio, a 51 anni, dopo tanti anni di attività, non si può pensare di non avere problemi fisici, l’usura è inevitabile, tirare la corda con allenamenti troppo intensi potrebbe essere deleterio. Nel 1997 subì un intervento chirurgico ad entrambi i tendini di achille, l’operazione riuscì perfettamente ma da quel momento iniziai ad avere uno scadimento dei risultati e non riusci più ad ottenere risultati cronometrici soddisfacenti, quando nel 2002 passò all’Avis Castel San Pietro ha continuato l’attività abbandonando piano piano le corse in pista e dedicandosi di più sulla corsa su strada. Alcuni allenamenti continua a farli in pista, si tiene in contatto con alcuni ragazzi di Ravenna e molto spesso si allena con loro. Gli allenamenti sono in funzione della gara da affrontare e con l’esperienza accumulata nel corso degli anni di attività cerco di gestirmi nei migliore dei modi, con l’età che avanza si privilegia di più la corsa aerobica, senza dimenticare lavori di tipo lattacido, naturalmente i recuperi tra un allenamento e l’altro sono molto più diluiti. Niente lavori di forza ed elasticità la schiena non lo permette più, qualche salita per curare il tono muscolare, anche se a Ravenna più di qualche cavalcavia non si può pretendere. Nel corso degli ultimi anni gli acciacchi sono aumentati, nel 2009 ha subito un altro intervento chirurgico, lesione meniscale e usura della cartilagine. Pochi mesi dopo l’intervento la madre è morta improvvisamente e questo lo ha colpito profondamente facendogli meditare il ritiro, poi piano piano ha ritrovato di nuovo le motivazioni per correre.

Quando lo incontro non parla tanto si sè, piuttosto di quella gara “strana” che erano e sono i millecinque. Fa delle smorfie, si torce le mani, sa che non potrò mai capire quell’equilibrio tra forza e velocità prolungata. Mi dice che negli ottocento vince sempre il più forte. Il millecinque è più complicato, quasi misterioso, mai scienza esatta, a volte vince il più furbo. Davide faceva i cento metri in 11’4, negli ottocento vanta 1’47, nei finali dice che “si difendeva”, io gli ricordo un campionato italiano del 1989 a Cesenatico, in “casa” praticamente, dove sul rettilineo finale se l’era vista con Stefano Mei, Davide campione in carica avendo vinto l’anno prima a Milano, Mei aveva vinto il giorno prima i 5000. La mattina le batterie, gare affollate, al tempo i Campionati italiani erano ancora ambitissimi, Mei vince la sua batteria, è considerato il favorito della gara, la gara si sviluppa, tattica, all’ultimo giro, si accende la bagarre, Davide molto lucido aspetta, aspetta i 200, sente che ha ancora tanto da spendere, all’ultima curva è dietro a Mei si allarga e piazza un ultimo 100 metri come si deve, alcuni prendono 12 secondi, Davide vince a mani alzate staccando di 8 decimi il rivale con un tempo modesto di 3’49”. Aveva battuto un campione che rispettava. Saguiranno anni molto buon, due campionati italiani indoor al coperto, e cedendo all’aperto al solo Gennaro Di Napoli. Davide ha avuto una longevità atletica leggendaria, nelle stagioni dal 1987 al 1996 ha sempre stampato almeno un tempo sotto i 3’38 nei millecinque, ed è sceso in pista con tutti i grandi mezzofondisti di anni irripetibili, da Patrignani a Panetta, D’Urso, Benvenuti, Bruzzi, Vandi, Lambruschini… dimenticandone tanti… allora quelli che poi arrivarono allo scenario internazionale medagliati trovarono pane duro anche nelle gare di solo respiro nazionale.

Purtroppo Davide ha avuto sfortuna con l’appuntamento olimpico, e sono giunto alla conclusione che negli sport minori di norma si diventa famosi per aver partecipato alle Olimpiadi, Davide nell’ambiente è ricordato proprio perchè non vi ha partecipato, nonostante i numeri, questa la caratteristica che lo identifica. Già nell”88 a ventidue anni aveva corso con regolarità sotto i 3’40, aveva vinto un triangolare Italia-Spagna-Portogallo e anche al Meeting di Rieti era arrivato un buon 3’37… ma era il giorno di Gennaro di Napoli che aveva battuto Sebastian Coe, e quella luce intensa lo mise in ombra, niente convocazione per Seul. Magari la Fidal avrebbe potuto usare una piccola torcia…

Ma quattro anni dopo Barcellona sembrava davvera arrivare perfetta, al culmine della carriera, nella stagione precedente aveva corso in 3’36”, il CONI aveva fissato in 3’35″00 il minimo. Davide corre meeting importanti tra cui quelli nordici che si svolgevano tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, tre millecinque in sei giorni: Helsinki 3’37″5, Stoccolma 3’37″6, Oslo 3’39″0, arrivando curiosamente sempre quarto, dietro all’élite mondiale.

Arriva il15 luglio, meeting di Nizza, a due settimane dai Giochi di Barcellona, sembra il giorno magico, dodici alla partenza e una lepre incaricata di tenere alto il ritmo, Davide sta bene, passaggi regolari, Khirochi vince ma Davide non è molto dietro, è nella mischia, ottavo posto, ma soprattuto quel tempo, quel tempo che sembra valere Barcellona, è personale: 3’34″61, i sette che lo precedettero parteciperanno tutti alla finale olimpica. Quel giorno a Nizza era presente anche il Commissario tecnico italiano dell’epoca, Locatelli, che non andò a congratularsi per il risultato ottenuto. Questo parve da subito un cattivo presagio, e infatti la Federazione non avendolo precedentemente iscritto, ed essendo scaduti i termini di iscrizioni (questa fu la motivazione addotta dalla Federazione), non lo inserì nella spedizione. Davide guardò le Olimpiadi alla televisione. Al tempo non c’era Facebook e quella che sembrò una ingiustizia creò indignazione limitata e destinata a spegnersi in fretta. Singolare che per una volta un atleta fosse arrivato allo stato di grazia nel momento migliore, situazione non facile da ottenere, e grande merito va dato anche al tecnico Ignazio Aresu per aver creato le condizioni. Ma non bastò. A volte la perfezione non basta.

Un altro cruccio gli è rimasto, quello di non aver mai fatto un cinquemila sui livelli che dovevano competergli, si fermò a quattordici minuti netti, e forse quello fu un limite anche per ottenere risultati migliori sulla sua distanza, poi un giorno i tendini dissero basta, e dopo tre tremila a Ponte Nuovo, nella periferia ravennate, si ritrovò con una pallina da ping pong dietro la caviglia. Intervento, ripresa, ma nulla fu come prima. Quello fu un giorno imperfetto.

Articolo già uscito sul mensile Correre. Foto di Jader Consolini