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Factory Fattori | 17 dicembre 2017

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GLI EROI NON SONO GLI EROI

GLI EROI NON SONO GLI EROI
Saverio Fattori

Le parole “Eroe” e “Maratona” molto spesso sono state pronunciate e scritte molto vicine tra loro. Quasi che una evocasse l’altra. L’aspetto “epico” ha sempre trainato nell’immaginario umano l’idea della quarantaduechilometriequalcosa. Mai corsa una, ma non sono immune al fascino di questa gara. Da bambino non volevo fare il pompiere, né l’astronauta. Come tanti sognavo un giorno di entrare per primo allo Stadio Olimpico salutato dalla folla.

Ho seguito alla televisione la maratona di Venezia e ho capito la difficoltà oggettiva legata alle condizioni meteo di quella mattinata. Non è stato facile portare a termine una competizione simile, e chi non si è ritirato ha rischiato di compromettere la propria integrità fisica, batoste simili sono difficili a recuperare a livello muscolare e organico. Pioggia, freddo e,soprattutto un vento che faceva correre sul Ponte della Libertà il vincitore Philemon Kipchumba Kisang a 3.22 a chilometro, come avesse due blocchi di ghisa alle caviglie. E se li aveva lui i blocchi di ghisa chissà dietro… Anche se i ritiri in fondo sono stati pochi, circa il 5% dei partiti, circostanza che ha fatto urlare al miracolo, è stata dura, per tutti, sofferenza vera, ma va detto che il podista sceglie sempre in coscienza questo patto lievemente masochistico ogni volta che si mette le scarpette e scende al parco. L’enfasi e l’uso improprio del termine “Eroe”, usato insistentemente in rete e su Facebook in particolare nei giorni dopo Venezia, mi ha colpito negativamente.

Gli organizzatori avrebbero dovuto chiedere scusa agli Eroi, leggo una frase del genere e nemmeno lo leggo il pezzo che probabilmente conteneva ragioni condivisibili, suona male, mi infastidisce. Del resto anche il Presidente della maratona definisce “Veri Eroi” gli arrivati.

Si tratta di intendersi sui termini. Le parole sono importanti, chi parla bene pensa bene. Il termine “Eroe” andrebbe usato a gocce. Un atto eroico non e’ riferito esclusivamente alla propria persona, è un sacrificio che ha come conseguenza diretta un bene comune. Se uno finisce la maratona di Venezia nonostante pioggia e bora non ha compiuto nessun atto eroico. Lo ha fatto semplicemente e unicamente per se stesso. Per la propria autostima, per onorare un impegno con sé stessi. Perché ha pagato pettorale e soggiorno con largo anticipo. Perché si è gente che non si arrende facilmente, ma tutto è riferito alla propria individualità.

A volte gli atti definiti a giusta ragione eroici non sono frutto di pianificazione, e spesso nemmeno di un’etica fuori dalla norma, a volte sono atti dettati dall’istinto, gesti che influenzano in positivo il destino di altri esseri umani, anche se l’impulso scatenante non era stato quello. Tutti noi, non essendo animali, dovremmo sempre interrogarci sul senso delle nostre azioni anche quelle in apparenza semplici, come correre, che però ci identificano ma al tempo stesso prenderci un po’ meno sul serio.

…Mi sono sempre fatto una certa idea di me stesso. E ci tengo. Sai, durante quegli anni di lotta, nella Resistenza, mi sono sempre domandato se fosse per la libertà, e per la Francia, che rischiavo la vita o per l’idea che avevo di me stesso. Dammi un whisky, dai.”

A scrivere è Romain Gary, grande scrittore ed eroe della Resistenza francese, una vita incredibile, marito di Jean Seberg, la biondina capelli corti che Godard chiama ad affiancare Belmondo nel capolavoro Fino all’ultimo respiro.

Un’esistenza invidiabile terminata con un colpo di pistola alla tempia, Gary aveva dimostrato la sua umanità fragile rifiutando l’idea dell’invecchiamento e del decadimento fisico. Le sue parole estrapolate dal romanzo Biglietto scaduto non sminuiscono le beau geste, le azioni di guerra coraggiose compite dalla parte giusta, solo le umanizzano, le riportano terrene, gli atti definiti eroici non sono riservati ad esseri superiori, lontani da noi, appartiengono ad ognuno di noi e come tali sono riproducibili. Si spera comunque non ci sia bisogno di azioni di guerra coraggiose, piuttosto maratone contro vento…

Magari qualche arrivato avrebbe potuto pronunciare la frase di Gary al volontario allibito del ristoro. “Dammi un whisky, dai.”

Articolo già uscito sul mensile Correre