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Factory Fattori | 17 dicembre 2017

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SOSSORDI (Anche i ricchi sudano)

SOSSORDI  (Anche i ricchi sudano)
Saverio Fattori

 

Qualche mese fa è uscito su Internazionale.it un bell’articolo sul fenomeno Ironman e i suoi discepoli (https://www.internazionale.it/reportage/claudio-giunta/2017/04/23/ironman-sport), una bella analisi sul mondo e sulle dimaniche mentali che mettono in pista queli che “hanno deciso di crearsi un ostacolo e di superarlo”, l’articolo prendeva in esame anche la parte economica del gioco, chi ci guadagna, e quanto costa praticarlo, ipotizzando una spesa di circa diecimila euro all’anno per praticarlo seriamente, tra iscrizioni, soggiorni, attrezzature, coach, sottintendendo che l’unico modo per praticare questa via crucis è appunto farlo “seriamente”, ma non seriosamente, pare che gli uomini di ferro siano anche, oltre che dei rigorosi asceti, dei gran simpaticoni.

 

E da noi, per le sole competizioni di corsa, che aria tira? No, sono negato per i numeri, non stilerò nulla di matematico, di esatto, e del resto sono conti in tasca che sono già stati fatti, ma è innegabile, e inevitabile, che qualcosina sia cambiato anche nel nostro mondo, da quando da bambino, a metà degli anni Settanta, iniziai a correre, non potrei giurarci, troppo piccino, ma di sicuro solo i “poveri” o quasi frequentavano questo sport, lo sport di fatica per eccellenza, i ricchi e i figli dei ricchi per lo più facevano sport come il tennis.

 

A volte mentre aspettavo di entrare nello stadio del mio paese per fare Atletica, mi fermavo davanti a quei campi rettangolari rossi della stessa terra rossa che calpestavo io con le Valsport di plastica che passava la Polisportiva, campi ordinati dalle righe bianche fatte con lo stesso gesso con cui erano fatte le nostre corsie sempre un po’ incerte però, specie in curva, mentre quelle dei campi di tennis erano perfette. I giovani allievi tutti in fila mimavano i colpi senza la palla come piccoli mimi dell’assurdo. Ma non era certo quello a darmi da pensare, e nemmeno le loro Lacoste colorate a confronto della mia canotta rosso blu sempre di alcune taglie in più, già gloriosa, e poi avevo già eroi locali da evocare, era passato Mario Lega, già mito, uno che ce l’aveva fatta, primatista italiano di salto in lungo nel ’79 a mezza spanna dagli otto metri, in forza alla Fiat Iveco di Mennea&Simeoni, potevo già vantare idoli, tennisti di fama invece zero.

E nemmeno ne facevo una questione di classe, non potevo cadere vittima di invidia sociale, troppo piccino, un animalino ero, quello che mi colpiva era un fatto bizzarro ai mei occhi che si ripeteva puntuale ad ogni errore del marmocchio armato di racchetta, ecco, ad ogni palla sbagliata il severo maestro infliggeva la punizione. Frustate? Bacchettate sulle nocche? Flessioni? Salto nel cerchio di fuoco? NO. Giri di campo attorno all’esiguo perimetro del campo, quella era la punizione più grande… una corsa “inutile” senza costrutto, una fatica fine a se stessa, che non portava al raggiungimento di una risultato immediato, una palla, piccola come quella del tennis, o magari più grande, come quella che si contendevano dentro lo stadio i pulcini calciatori. Insomma, io facevo di mia spontanea volontà una attività che a pochi metri era considerata una punizione, questo mi colpì davvero molto, e quando ti arriva un messaggio così forte e chiaro a dieci anni poi ti rimane appiccicato addosso tutta la vita. E così ho sempre pensato di aver fatto uno sport sfigato per sfigati.

Però poi le cose cambiano, usi e costumi della nostra società si modificano e oggi anche i ricchi piangono, ovvero faticano, fanno sport duri e faticosi. Lo squash lo vedi solo in certi film americani anni Ottanta, quasi te lo eri dimenticato, manager che parlano di bolle finanziarie mentre tirano mazzate con una forza sorprendente, e in quella potenza mandano messaggi subliminali all’avversario che amico amico non è, ma è avversario dentro a quello spazio così esclusivo come fuori dal Club, per affari, potere, amanti… e niente, oggi anche i ricchi soffrono correndo, eseguendo quell’esercizio che quando ero piccino qualcuno (a ragione?) considerava solo punitivo.

Forse sono quegli stessi marmocchi invecchiati e puniti che oggi trovano liberatorio (o masochistico?) quel semplice gesto che diventa sensato perchè non si gira più attorno a un campetto di tennis, ma si può prendere a scusa per visitare una metropoli straniera, o per passare un fine settimana al mare o in montagna mettendoci in mezzo un’iscrizione, un pettorale e una medaglia. A questo punto quella corsa che pareva così vana oggi dà valore aggiunto al solito turismo, torni dal fine settimana fuori porta con una medaglia, ti sei creato il tuo piccolo ostacolo da superare, al diavolo i musei, le chiese e quei parchi archeologici che alla fine deludono sempre un po’.

Articolo giò uscito sul mensile Correre