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Factory Fattori | 17 dicembre 2017

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MOHAMED HAJJY, IL PANZER

MOHAMED HAJJY, IL PANZER
Saverio Fattori

 

Qualità o quantità? Perchè la quantità è diventata così importante nel nostro sport, come in nessuna altra attività dell’umano? La quantità, ovvero il numero dei chilometri percorsi, a volte sembra più rappresentativo dell’intensità. Tutti o quasi possiamo ambire alla quantità, solo pochi eletti possono ambire alla qualità. La quantità è democratica, la qualità aristocratica. Possono coesistere questi due elementi? È possibile disputare molte gare su lunghe distanze senza essere un semplice collezionista di medaglie, ma correndole su ritmi alti, soprattutto senza perdere troppo di brillantezza, senza usurarsi motore e carrozzeria?

Giorgio Calcaterra è arrivato a una enorme fama appunto destreggiandosi in questa arte difficile, soprattutto in passato ha collezionato maratone in successione su tempi ben più che dignitosi, prima poi di dedicarsi soprattutto alle Ultramaratone con buon successo. Certo, si tratta di avere determinate caratteristiche, e di non averne altre, o di averle meno sviluppate, questione di allenamento, ma probabilmente molto fa la genetica che determina certe propensioni.

Molto meno noto è un altro atleta che italiano lo è, ma da poco, e ha vinto infatti il titolo nazionale di Ultramaratona in quel di Castelbolognese, si tratta di Mohamed Hajjy, non è tra i top runner più nominati, è un personaggio difficile da decifrare, indubbiamente interessante appunto perché sottovalutato. A mio parere si tratta di un vero è proprio panzer della corsa, ma è come gareggiasse sotto traccia, correndo maratone di seconda schiera, ma su ritmi da vero e proprio top runner.

Gli altri atleti di buon livello lo conoscono e lo temono, quando gareggia nei cross su distanze normali, tipo diecimila, qualcuno alla fine gli ricorda che ha fatto solo una ripetuta e ora deve fare le altre quattro o cinque… i colleghi marocchini lo hanno battezzato Uomo di ferro, Hajjy lo sanno, non molla mai, pericoloso e indomito.

Mohamed non è più giovanissimo, nasce a Marrakech nel 1979, e vive in Italia ormai da vent’anni, inizia a correre a dodici anni, il talento è limpido, dai diciassette inizia a far parte della nazionale marocchina, pista e cross soprattutto, nel ’98, dopo un passaggio dal Portogallo, arriva nel nostro paese, prima Brescia poi Reggio Emilia, qui inizia una attività finalizzata alle gare su strada, piano piano ha capito di avere la capacià di tenere ritmi alti per molti chilometri e nel 2002 ha esordito in maratona. Ha gareggiato per la Corradini Excelsior Rubiera, erano gli anni di Stefano Baldini, poi alcuni anni a Roma, e a qualche anno è tornato in Emilia, attualmente è tesserato per il Celtic Druid Castenaso, abita a Terni, è sposato e ha due bambine di dodici e due anni.

Mentre scrivo è arrivato a correre novantasette maratone, è incredibile, sembra davvero una condotta di carriera (e di vita forse) dissennata, una bulimia, non è escluso che quando leggerete questo pezzo il muro delle cento sia superato, senza dimenticare sei gare di cinquanta chilometri, di queste ne ha vinte ottantatrè, è perfettamente a suo agio in maratona, deve essere una sorta di dimensione mentale intima, familiare, ne sbaglia pochissime, quasi nessuna, ha un personale di 2’14, niente di trascendentale, forse migliore il suo tempo sui diecimila, 28’24, ma la cosa strabiliante emergerebbe se qualcuno calcolasse la media dei tempi, io sono negato in matematica e non è facile reperire tutti i dati, spero qualche statistico si prenda il disurbo… lui corre normalmente ogni settimana una maratona intorno alle due ore e venti… come un carrarmato, con una facilità impressionante, ha un organismo capace di recuperi prodigiosi, sembra non logorarsi mai, in Marocco nel periodo giovanile aveva un allenatore, ma ormai da anni si fa i programmi da solo e da un po’ di tempo allena atleti amatori. In questa stagione ne ha corse sei di seguito. È perfettamente coscente che se si fosse speso meno e meglio poteva valere un tempo da élite mondiale, ma è stata una scelta consapevole quella di amministrare la propria carriera in questo modo, senza punte, ma con una regolarità su buoni tempi mostruosa. Mi sembra una sorta di operaio della corsa, un operaio molto specializzato, non da catena di montaggio, se non un artista della corsa di certo un abile artigiano, ma umile, molto umile, innegabilmente talentuoso, ma uno che lavora sodo sulla fascia e lascia palcoscenici più prestigiosi ad altri, lui si gode teatri di provincia con grande mestiere, ma picchia sempre duro, sempre a tirare, a sondare gli avversari. Gli chiedo se ha avuto momenti neri in gara in cui si è pentito di essere partito, maledendo le troppe gare e il troppo coraggio, ricorda Fano 2013, era davvero stanchissimo, ma era partito, gara comunque finita in 2’26, Hajjy piace agli organizzatori anche perchè è una garanzia, ad oggi nessun ritiro, onora sempre gli impegni e quel sorriso un po’ famelico sul traguardo lo fa personaggio.

Mohamed Hajjy per avere una resa così intensa divide nettamente la fase della preparazione, che in genere fa in Marocco, da quella delle competizioni, da luglio a novembre praticamente solo allenamenti, inizia la stagione con i societari di cross per doveri di casacca e via di seguito a inseguire le stagioni delle corse su strada e delle maratone, nei periodi di carico arriva a correre fino a duecento chilometri alla settimana, frequenta spesso percorsi ondulati, in pista gli allenamenti più classici… quindici mille… ma anche otto duemila… trenta quattrocento… quattro quattromila… tre cinquemila… ripetute in salita brevi… il solito menu su due allenamenti quotidiani. Mangia molta frutta secca, zuccheri, datteri, fichi secchi, molto pesce, calamari, salmone, pesce azzurro, riso, pasta, nel periodo del ramadan non gareggia e si allena pochissimo, esercizi ginnici per lo più, non è il caso di “bruciare” muscolo, Hajjy non ha allenatori, nutrizionisti, ha imparato a capire il proprio motore e a gestirsi al meglio, mi racconta che non ha problemi ad affrontare allenamenti molto intensi anche da solo, senza compagni, l’abitudine alla fatica, l’attitudine a concentrarsi, sembrano le sue più grandi qualità, ma da bravo guerriero segni sul corpo ne lasciano così tante battaglie, Hajjy in carriera ha subito ben cinque interventi chirurgici, problemi alle ginocchia e una tibia che non ne voleva sapere di collaborare.

 

articolo già uscito sulla rivista Correre

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