Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Factory Fattori | 16 ottobre 2018

Scroll to top

Top

DOMENICHE IN BIANCO

DOMENICHE IN BIANCO
Saverio Fattori

 

La prima domenica di novembre il mondo delle corsa impazzisce, anche perchè tutto il resto del mondo, ossia quello a cui non importa nulla del nostro sgambettare, sembra accorgersi di noi.

Un ragazzo sulla pagina Facebook Atleti disagiati ha scritto più o meno: “Grande notizia, la RAI trasmetterà la maratona di New York”. Amico mio giovane e inesperto, ti dico solo che Domenica in di Corrado Mantoni veniva interrotta e apriva una finestra su questo evento, ma tu non potrai capire che significa, ora ti tocca L’Arena di Giletti.

Domenica in era un varietà molto garbato a lenta combustione, una specie di Santa messa, la liturgia dell’italiano medio che si concedeva l’ultimo pomeriggio soporifero non lavorativo in attesa dei risultati dai campi di calcio. Poi finalmente arrivava 90° Minuto e De Laurentis riportava tutto nell’ordine naturale delle cose. De Laurentis e i suoi inviati (ripenso con nostalgia al candido Tonino Carino da Ascoli) erano di famiglia, quelle immagini dal satellite parevano lontanissime, formichine colorate su un ponte che ricodave gomme da masticare, accettabili in fondo, ma sembravano una piccola forzatura in quelle placide domeniche in era pre mondo web, dove le contaminzioni informative erano poche, scandite da qualche canale tv, e le cose erano vere perchè l’aveva detto il telegiornale.

In realtà oggi sappiamo bene che da quelle immagini remote qualche seme è germogliato se oggi tremila italiani a quella maratona oggi ci partecipano. Fred Lebow stava trasformando quella giovanissima maratona in un fenomeno di costume universale, e molti italiani oggi si sentono meno “medi” perchè il pomeriggio è soporifero in quanto la mattina hanno messo un pettorale e in prima persona sono scesi in campo.

Ma nell’ultima edizione il popolo della corsa è impazzito due volte, impazzito anche per una ragazza bianca e bionda vincente, con una corsa leggera e potente. Uno stile perfetto. Per una vittoria perfetta. In una domenica perfetta, dove una americana si è presa la Mela.

Ma allora non è vero che gli africani sono imbattibili! Era più o meno questo il senso di centinaia di post su Facebook della domenica sera, una vera esplosione, un entusiasmo incontenibile, la gioiosa constatazione che anche i caucasici possono tornare a essere protagonisti, che il campione da tifare è identificabile con noi, per vincere un po’ anche noi, perchè gli africani per forza vanno più forte, avevano le scuole lontane, ci andavano a piedi da bambini, con i leoni alle costole, e blablabla, ma sono un altro pianeta, magari un bel pianeta da esplorare, manager e allenatori lo hanno ben sondato, ma altro.

Si sa, in genere stanno là davanti a giocarsela tra di loro, ma l’altrettanto biondo yankee Galen Rup che vince a Chicago dopo quindici anni fa più notizia, e poco importa se il tempo non è allineato a quelli con cui oggi si vincono le grandi maratone internazionali, ed in genere questo è successo anche nelle grandi competizioni in pista, a volte i caucasici sono tornati protagonisti solo quando il livello tecnico della gara non è altissimo, per assenze o fase storica in stanca per una determinata specialità.

Mentre scrivo arriva la notizia che lo svedese Sondre Nordstad Moen ha vinto la Maratona di Fukuoka in 2h05’48”. Il pc inizia a emettere dei ronzii, vibra. Lo spengo e tolgo la batteria prima che esploda.

 

Articolo già uscito sulla rivista Correre