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Factory Fattori | 21 maggio 2018

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LA VITA DEGLI ALTRI

LA VITA DEGLI ALTRI
Saverio Fattori

 

Sono un podista cane che scrive di atleti forti, alcuni già affermati, altri giovani e promettenti. Li intervisto, li racconto. Chiuso il pezzo non sono sempre soddisfatto del lavoro che ho fatto, come se le vite di questi atleti faticassero a distinguersi una dall’altra. allora mi chiedo se dovrei spingermi un po’ di più nella fiction, riempire spazi che nell’intervista non sono emersi, farlo da narratore, non da finto giornalista, magari a scapito della verità, certo, sarei scorrettissimo, ma ricordiamoci sempre che la verità è sopravvalutata e a volte noiosa.

Ma vorrei almeno sapere che libri leggono, che film, quali serie televisive, se hanno problemi sentimentali, dubbi, a volte vorrei andare oltre, oltre le tabelle di allenamento, oltre i best, la prossima gara nel mirino, vorrei indagare i luoghi oscuri, come direbbe Ellroy.

Non è sempre facile inoltrarsi in certi territori, sento resistenze, a volte l’atleta sembra nutrirsi solo di energia, di luce, ogni complessità va riordinata, ogni pensiero negativo deve essere rimosso, come se le ombre togliessero forza, e lo capisco bene. Non gliene faccio nessuna colpa.

Per fare dieci mille a 2’50 devi scendere in pista con il cervello pulito, niente scorie, già è un macello così, figurarsi se nei due minuti di recupero tra una ripetuta e l’altra ti assalgono altri fantasmi.

L’atleta torna fragile, nudo, solo di fronte agli stop forzati, i maledetti infortuni, ma non sempre vuole parlarne. Noti che la sua pagina Facebook cambia nei contenuti, si defila, nessuna foto di arrivi vittoriosi, magari ha avuto un intervento ai tendini, un tibiale continua a infiammarsi e fa male anche il solo camminare, allora mette foto di cani, gatti e nipotini, torna ad essere un umano medio insomma, e non sai se contattarlo in un messaggio privato per capire che è successo sia la cosa giusta da fare, o aspettare piuttosto la sua risalita dagli inferi, una foto che testimonia di una ritrovata integrità, un podio, la frase classica in questi casi:

E si ricomincia da qui.

Scrivo anche di quelli come me, o più lenti di me, ma se con gli atleti forti cerco di non essere troppo enfatico, non faccio monumenti, con il podista medio a volte sembro addirittura sprezzante mettendo in ridicolo certi rituali ormai consolidati: la foto della medaglia da finisher, la foto della birra media che reintegra, i report del Garmin, i complimenti spregiudicati a fronte a prestazioni molto normali, insomma, il nostro rappresentarci al mondo attraverso la nuova vetrina dei social, uno strumento che, ricordiamolo, maneggiamo da meno di una decina d’anni. E questo mi rende poco simpatico.

Lo scrittor Romain Gary in Cane bianco scrive “Quando dico voi, è anche di me che parlo», è una frase egocentrica, come se mai il narratore riuscisse a mettersi da una parte, umile fotografo di una realtà altra da sé, come se dovesse sempre imporre la propria presenza.

Ma questa frase contiene anche il suo contrario, chi scrive non si erge a giudice severo solo con gli altri, non è impermeabile a ciò che lo circonda, ma indaga sulla propria identità, è inzuppato nello stesso brodo, quando parla delle vostre debolezze, delle vostre cadute di stile, parla delle sue debolezze, delle sue cadute di stile, i vostri fritti misti fotografati, le vostre meritate fiorentine dopo la maratona di Firenze sono anche i miei fritti misti, le mie fiorentine. Anche se non ho mai fotografato birre alla spina.

 

Articolo già uscito sulla rivista Correre

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