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Factory Fattori | 21 maggio 2018

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RENATO ZAMBARDI

RENATO ZAMBARDI
Saverio Fattori

Renato è stato un esploratore di mondi allora sconosciuti e in fondo presi con sospetto e ironia dagli specialisti della singole discipline. Noi al tempo non capivamo bene questa cosa di tre sport diversi mischiati in un brodo che ci sembrava indefinibile e impossibile da gestire, quindi troppo bizzarro. Il triathlon aveva iniziato a germinare anche in Italia, come molte cose nuove veniva dagli Stati Uniti, e anche questa circostanza a volte semina disorientamento nel vecchio Continente. È dunque possibile interpretare bene tre discipline così difficili come nuoto, bici e corsa? La scommessa era aperta e Renato se la giocò tutta fino in fondo, da subito. Si parla del 1987, questo sport era nato per scommessa solo dieci anni prima in tutto.

E diventò sbito una piccola religione, devi crederci davvero, ma lui riusciva a farlo con leggerezza, umiltà, senza paranoie, ossessioni, anche perchè gli veniva facile: miracolosamente si scoprì ottimo nuotatore, un vero anfibio, un metro e novanta, gran torace per il galleggiamento, mani come badili e pinne naturali, un motore da buon podista. Il ciclismo, pare venga da sè, ma tutto deve essere gestito con perizia, nulla è lasciato al caso. E Renato questo lo capii presto. Come quasi tutti allora veniva dal mondo del podismo. Ricordo che facevamo i minuti in allenamento io e lui, uno veloce e uno in recupero, erano i primi anni anni Novanta e già un orologio al polso che emetteva dei segnali acustici per scandire i tempi era avanguardia tecnologica, aveva anche i primi indumenti di tessuto tecnico.

A me sembrava tutto un po’ eccessivo, per me contavano solo gambe e fiato, ma ero solo un podista, al triatleta la forza e l’istinto non basta, deve gestire gli allenamenti e la gara con attrezzature e acume tattico, vedere un po’ più lontano, tamponare la specialità dove è più debole, tenendo presente che la coperta a volte sembra corta, se lavori troppo sul nuoto peggiori in corsa, se insisti nella corsa perdi la gamba per la bicicletta… Renato mi parlava di queste cose, ma io avevo la testa vuota e dicevo sempre la stessa frase: Boh, non so come fate per me è già complicato correre…

E non capivo quello che voleva farmi capire, ovvero che il suo era un mondo più eccitante e colorato, che può essere meno stressante per il corpo e per la mente non focalizzare tutto sulla sola corsa, sette giorni la settimana…

E iniziarono ad arrivare i primi risultati con l’Himont Ferrara, sei anni in questa società, la più forte in Italia, le prime foto sui giornali, era imponente e muscolato, noi podisti rimanevamo nel cortile a fare le solite gare, anno dopo anno, con i volantini sempre identici, aumentava solo il numero delle edizioni, Renato iniziò con le trasferte, Bardolino, Tolentino, per lo più le gare si svolgevano in località molto belle, come ricorda Michele Vanzi, ottimo triatleta di Portomaggiore e caro amico, erano i tempi in cui in Italia primeggiavano Danilo Palmucci e Fabrizio Ferraresi.

Renato dalle nostre parti era stato d’esempio, aveva portato quella tripla lucida follia tra di noi, Maurizio Zoni di qualche anno più giovane sarebbe diventato buon Ironman, (si parla di una gara di quasi quattro chilometri a nuoto, centottanta in bici e infine la maratona…) poi Stefania Bonazzi, Renato aveva visto in lei un potenziale incredibile e l’aveva seguita a inizio carriera, Stefania avrebbe poi fatto undici anni di nazionale, medagliata mondiale nel triathlon e nel duathlon. E il primo triathlon della vita lo fa a Molinella con una bici in prestito. È grazie alla forza propulsiva di Renato e al Gruppo podistico che per alcuni anni a Molinella si tiene questa gara di triathlon, forti anche del fatto che il paese può vantare una delle rare piscine olimpioniche, non è facile curare i dettagli di una gara del genere, il podismo è molto meno complesso, la gara piace, diventa importante, ma Renato è combattuto, lavora per l’organizzazione, gli aspetti tecnici sono affidati a lui, ma non vuole rinunciare a gareggiare, è un atleta nel pieno delle forze e stare a guardare gliavversari sarebbe lacerante, gli atleti in fondo sempre un po’ bambini, è forse per questo che qualcosa si incrina, e l’avventura si interrompe.

 

Erano anche anni da Pirati, sabotaggi in zona cambio, l’eterna questione della scia nella frazione ciclistica, Renato era forte nuotatore, discreto podista, ma pagava nel tratto in bici che oggi, essendo stata condonata la scia, è transizione, ma allora era terra di nessuno, dava adito a polemiche infinite, e Renato doveva trovare alleanze, usare il cervello, che a noi podisti non serviva. Spasso Renato che usciva prestissimo dall’acqua attendeva Gabriele Romagnoli, detto Veleno, debole nuotatore e forte ciclista, poi era scia selvaggia, il tratto di corsa avrebbe messo in pace tutti e deciso la classifica. Ecco quello che Renato e altri triatleti più o meno silenziosamente ci rimproveravano, il fatto che nel podismo tattica e cervello non facevano la differenza, era roba da muli, ma nel triathlon il motore non bastava (per contro noi dicevamo che loro erano dei diesel incapaci di raggiungere punte assolute) e occorreva anche una buona centralina per governare le variabili, bisognava saper leggere la gara nel suo svolgimento.

Poi Renato ebbe problemi alla schiena, quella stazza così possente alla fine lo aveva limitato, specie nella corsa, ma fermarsi mai, faceva mountain bike e soprattutto gare master di nuoto, prendeva medaglie, ma era un talento che da solo non gli bastava, lui era abituato agli spazi aperti, a fuggire via il prima possibile dalla vasca in bicicletta a cercare la scia giusta. Mi raccontava di uno dei primi triathlon dalle part idi Sant’Agostino, il tratto a nuoto lo avevano fatto nel Cavo napoleonico, un canalaccio infido che collega il Po al Reno, erano tempi selvatici, i siluri erano ancora rari e di nutrie non se parlava, non era ancora uno sport di moda per ricchi che vogliono sporcarsi un po’ di fatica perchè la vita con loro è stata troppo generosa.

A Renato veniva facile nuotare veloce, merito della forza più che della tecnica, come ricorda Andrea Scalambra, tecnico molinellese, ma facile, troppo facile, e per questo non gli dava soddisfazioni. Quando mi raccontò questa circostanza non capii cosa intendesse, che c’è di più bello di vincere gare Master in uno sport così bello, in assenza di gravità e senza troppa fatica? Oggi capisco e mi sembra ancora di sentirlo quel suo racconto. In realtà si preparava a prender congedo dalla competitività. Quei morsi alla bocca dello stomaco, quella tensione della gara non li sentiva più, anche se di fermarsi in poltrona non se ne parlava per uno come lui. Era in una terra di mezzo, cauto, le gare iniziavano a lasciarlo indifferente, ascoltava i miei racconti podistici, ma sembrava non ricordare quella assurda follia che ti porta a metterti un pettorale e a puntare a una classifica. Era un’altra vita.

Quando uno sportivo forte si ammala gravemente, l’ingiustizia ci pare doppia. E fa ancora più male. Rimaniamo increduli. Nel 2012 le brutte sensazioni fisiche di Renato hanno una diagnosi terribile, ora ci sono altre battaglie da affrontare, l’avversario è forte e gioca sporco. Nel 2013 risulta comunque iscritto a una gara di nuoto a Rovigo, non rinuncia alle uscite in mountain bike con il gruppo di Molinella.

Bello il suo incontrare Margherita Nannini ottima oncologa e triatleta, moglie di Iron man! Margherita è troppo giovane per conoscere sportivamente Renato, ma si sono trovati sulla stessa scia ed è stata una piccolo fortuna in un tempo amaro. Margherita, alla notizia della sua scomparsa, su Facebook lo ha salutato così:

Ciao Margherita, posso disturbarti?” La tua preoccupazione era sempre la stessa, disturbarmi.
“Perchè quando vai dal fornaio per comprare un pezzo di pane gli chiedi scusa?”
Più o meno è sempre stato questo l’incipit delle nostre conversazioni. In punta di piedi.
“Ieri potevi spingere di più”.
Più o meno è così che le nostre conversazioni proseguivano. Parlando di triathlon. O semplicemente di altro, come se parlare del tuo reale bisogno fosse scomodo ad entrambi. Se di base non è facile indossare il camice bianco, indossarlo davanti a te era ancora più difficile. Perché con il tempo più che il camice avrei voluto indossare il mantello dei superpoteri e fare quello che non sono stata capace di fare, cambiare il contenuto delle nostre conversazioni, farle finire a quel “ieri potevi spingere di più”.
Delle tante cose che ti devo di questi anni, che adesso non so se definire lunghi o meno, di certo non troppi, una è il nostro dialogo muto su Strava, quel non-luogo virtuale dove tu sei rimasto appeso a quella linea rossa fino all’ultimo o quasi (9 Maggio 2017, giro pomeridiano di 22Km delle ore 16:15) per vivere, per dirmi che c’eri e stavi lottando.
Lunedì quando andrò al lavoro sentirò la mancanza di quell’incipit, ne sono certa. Come sono certa che se per te avrei potuto spingere di più, l’attività di Strava di oggi è per te.