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Factory Fattori | 26 aprile 2018

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CORRERE NEL VENTO (Stefano Frascoli)

CORRERE NEL VENTO (Stefano Frascoli)
Saverio Fattori

Credetemi, non è facile fare fiction sul mondo dell’atletica leggera, biografie molto belle ce ne sono, appunto perchè la vita vera sa stupire e sa essere migliore di qualunque ipotesi narrativa di fantasia, ma creare storie attorno a piedi che devono avanzare molto velocemente può dar filo da torcere. E neppure questa regola vale sempre, nel senso che grandi vite possono essere liofilizzate e massacrate indegnamente. La fiction Rai su Pietro Mennea fu quanto di peggio, lasciato decantare l’aspetto emotivo che colpì tanti anche fino alle lacrime, il risultato fu oggettivamente scialbo, artificioso. La scena nella quale Pietro è ostacolato tipo rugby da un avversario in una gara uno contro uno, fu irritante nella sua non credibilità. Il vero Carlo Vittori aveva una presenza scenica, delle pause da attore che Luca Barbareschi se le sogna, e non basta accendersi molte sigarette per rendere uno spirito ruvido e inquieto. Mennea stesso non era un tipo da Rai Uno prima serata.

E sono molti anche i libri bruttini sulla corsa che sono circolati in questi anni, alcuni recensiti e segnalati anche su queste pagine. Il problema è il solito: diventa stucchevole l’enfatizzare la corsa fino a renderla impresa epica, e con la scrittura andarci giù pesante è facile, celebrarla come amore assoluto, ragione di vita, spesso non produce grossi risultati narrativi.Mauro Covacich, scrittore di riconosciuto valore, riuscì con A perdifiato a disegnare un’ottima trama noir, raro esempio, raro come un caucasico che corre più forte di un africano.

Ma poi ho letto Correre nel vento di Stefano Frascoli, un libro di brevi racconti, confesso senza troppo entusiamo iniziale, convinto di trovare la solita celebrazione della corsa con poca complessità. Poi non era uscito per un editore noto, e ho molti preconcetti sulle auto produzioni. Eppure c’è qualcosa di nuovo in questo libro, anzi di “vecchio”. Stefano ama la scrittura di Dino Buzzati e questa impronta arriva subito, potente, ma la lezione dei Maestri va assimilata, non scimmiottata, e Stefano lo sa, la lingua è quindi datata, raffinata, ma non pesante, non è una lingua giornalistica e questo fa uscire il testo della cronaca per farsi qualcosa di assoluto. Di Buzzati c’è l’alone onirico e misterioso, la malinconia, in questo libro c’è tutta la fatica del vivere dentro la fatica dell’atletica, e finalmente la metafora atletica/vita a cui tanti ambiscono, funziona, tra le pagine ho trovato un’altalena di sofferenza e stati di grazia che dà vertigini.

L’ecrivain et journaliste italien Dino Buzzati (1906-1972) a Cervinia 1954 Neg:B70379PL — Italian journalist and writer Dino Buzzati (1906-1972) in Cervinia 1954

L’atletica mette in scena la circolarità dell’esistenza, l’età della forza arrogante e quella del decadimento fisico che arriva subdolo, si nasconde dietro a un allenamento di forza aerobica venuto male, con i giovani leoncini pronti a subentrare alle vecchie glorie, incerti se essere rispettosi o sprezzanti. Sono storie di talenti buttati al vento, di figure nell’ombra che ti iniziano al piacere della corsa, che non è mai solo sforzo ludico, ricreativo, ma dà un’impronta forte alla formazione della personalità. In pista sei esattamente la persona che sarai fuori dalla pista? Migliore? Peggiore? È stata una inignificante parentesi giovanile, o te la porterai dentro per sempre quell’esperienza?

Frascoli come atleta è un atleta di frontiera, quelli mai raccontati, ventotto anni, laurea in Giurisprudenza, non è un campione, non è un tapascione, appena sotto i due minuti negli ottocento, appena sotto i quattro nei millecinquecento, poco sotto i nove nei tremila. E allora se nessuno racconta gli stati d’animo degli abitanti di questa terra di mezzo ci si è messo lui direttamente, e lo fa senza egocentrismo, senza prendersi a unità di misura, lo fa guardandosi attorno, lucido e poetico al tempo stesso, specchiandosi negli altri atleti per capire se stesso, per capire il senso di tanto dibattersi in pista come fuori dalla pista, per vivere e non lasciarsi vivere.

Ho trovato una parte che racconta bene la dispersione di giovani talenti:

Piano piano, non chiedermi come mai, egli ha iniziato a snobbare i riscaldamenti, ed è proprio lì che ha trovato il tremendo piacere di faticare meno […] Se è vero che la voglia di migliorare è un impuso irrefrenabile, allora è altrettanto vero, che piano piano, anche la paura di faticare, dopo la prima volta, crea dipendenza, una dipendenza fortissima e prepotente che ti divora.

 

Articolo già uscito sul mensile Correre