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Factory Fattori | 21 maggio 2018

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NORTH POLE*

NORTH POLE*
Saverio Fattori

In tutto il mondo è conosciuto come l’extreme runner che sfida la morte.

È tutta in questa frase la follia del nostro tempo, una follia che si interseca con il nostro mondo di pipedi che muovono le zampette armati di satellitare e pettorale, ma che va ben oltre. È l’incipit di un articolo di www.tgcom24.it. Non tutti possono vantare di avere l’attenzione di un media nazionale. Cosa dobbiamo fare per avere addosso l’occhio di bue, per essere illuminati e uscire dall’anomimato? Essere molto belli, e magari talentuosi, quindi potremmo essere attori. Avere una voce interiore molto personale e brillante. Scrittori? Registi? Queste cose sono merito di strategie o di studio? Certo, anche. Uscire dal gruppo. Emergere. È il sogno più o meno inconfessabile di molti, a meno che non si soffra di una modestia quasi patologica. Ma il lavorare duro non basta affatto. È imprescindibile, sì, ma non basta. Il talento non esce in dispense in edicola, non è in allegato al settimanale che sfogliate in bagno. Il telento è un gran bastardo. Non ha etica, logica, al massimo si affida alla genetica, per il resto battezza a caso. Può beccare brutta gente. È ingiusto. Bizzarro.

Quindi per essere conosciuti da una larga fetta della popolazione che si fa se non si entra nella vita dalla porta principale per grazia ricevuta? Boh. Un’ultramaratona nel nord del Canada, verso L’Alaska la Yukon Arctic Ultra, gara a tappe che si sviluppa per 480 km con temperature che possono scendere fino a -50°, può essere una buona idea?

Può essere un’idea e pare funzioni. Specie se la sfida con la morte sembra buttare al peggio e quasi vince lei, la Mietitrice. O se rischi l’amputazione degli arti per assideramento durante la tua marcia in questa eroica competizione. Se perdi le calzature perchè sei preda di allucinazioni bloccato in un fosso per diciassette ore. E ricordati di ringraziare la fede per il fatto di aver scansato il peggio. Non i soccorritori. Un grande classico. Il sessantenne Roberto Zenda non è nuovo a questo genere di competizioni, con lui c’erano altri trenta sventurati nello Yukon, regione che io non ero certo esistesse e che associo alla fortune di Zio Paperone e alla sua corsa all’oro.

Da adolescente ebbi l’infausta idea di iniziare a fumare.

Al tempo l’iniziazione erano le North Pole, anticipavano le Marlboro, e spesso qualcosa di peggio, non credo esistano ancora, comunque ti arrivava un’ambigua boccata alla menta che bruciava la gola, e solo in un secondo tempo l’acre tabacco. Eri quasi bambino e quella menzoniera freschezza ti dava buone sensazioni. Ingannevoli. Insomma quella aspirata doveva catapultarti nel gelo artico. Chiudevi gli occhi, trattenevi il fumo, e lo buttavi fuori solo dopo aver visto un plotone di pinguini e una famiglia di orsi bianchi. Non so perchè mi è venuta in mente questa cosa leggendo l’articolo su questo sfortunato atleta dell’impossibile, a cui, e ora sono serio, auguro il meglio, spero che superi questa disavventura, che non perda gli arti, o che comunque abbia tutto l’aiuto possibile per riprendere una vita normale sempre che a Zenda la normalità non faccia schifo, ma credo che il nostro cervello a volte ci giochi strani scherzi e ci butti fuori strada. Soprattutto tendiamo a dimenticare il significato delle parole. È bene ricordare, e l’ho già scritto su queste pagine, che un atto eroico prevede sempre che gli eventuali benefici ricadano su altri soggetti. L’eroismo non è egocentrico. Qualcuno è conscio di questa cosa e mette a cornice di una impresa bizzarra che attira giornalisti annoiati, una raccolta fondi. È una sorta di risarcimento al mondo per l’esibizione pubblica della propria medietà. La mediocrità esibita senza filtri andrebbe tassata sempre.

  • Articolo già uscito sul mensile Correre

P.s.:

 

 

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