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Factory Fattori | 16 ottobre 2018

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GLI OCCHI SONO LO SPECCHIO DELL’ANIMA DELLI

GLI OCCHI SONO LO SPECCHIO DELL’ANIMA DELLI
Saverio Fattori

I veri problemi sorsero quando ebbi la malaugurata idea di smettere. Quasi tutti smettemmo, fu anche una fase storica, con elementi macro economici che non potevamo capire e nemmeno ci interessavano. Il mercato criminale metteva fuori eroina e tu la consumavi credendo fosse una tua scelta, il tossico era un banconat per la criminalità organizzata, ma un bancomat che si scassava, l’eroinomane finiva nella merda in poco tempo, o ti moriva, o andava in carcere, o veniva catechizzato in quanche comunità collinare che ti svuotava il cervello dal vizio per farti diventare il diacono di una religione basata sul reinserimento nella società civile attraverso il lavoro o lo studio. Quanto di peggio. Quelli usciti dalle comunità li riconoscevi subito, avevano lo sguardo perso all’orizzonte e bevevano chinotto. Perché già nella Coca Cola era insito qualcosa di illegale. Avevano visto la luce e pretendevano, come i baristi, di spiegarti come girava il mondo e il senso dell’esistenza. Per fortuna in paese non era costume che ti portassero nelle comunità di recupero, perché per le famiglie sarebbe stato disonorevole, meglio cercare di risolverla in privato con qualche schiaffone. Ne giravano pochi di questi lobotomizzati, quei pochi arrivavano dalla città, come zombie, scendevano dalla ferrovia Veneta, ci portavano il loro verbo introducendoci alle gioie del chinotto, ma la frase magica era sempre Anche io ero come te. E tu avresti voluto rispondere Manco per il cazzo.

 

Ma come tutte le fasi storiche anche quella dell’eroina era destinata a esaurirsi, o meglio, a trasformarsi. I più dementi provarono a smettere di farsela in vena, anche per evitare pericoli di contagio con siringhe infette, ma era la reazione più illogica, anche i bambini della materna sanno che l’eroina sniffata è eroina buttata, senza pacca in testa non ha senso, il lento rilascio dei benefici va bene per le massaie esaurite, e comunque rimaneva la sostanza che dava più dipendenza, il pericolo permaneva. Altri, i più miti, continuarono con le canne e l’alcool, e proseguirono per il resto dell’esistanza, anche a famiglia fatta. I più giovani, le classi ’72 e ’73, iniziarono con le prime pasticche, ma solo nei fine settimana, per poi rituffarsi nel mondo dei vivi nei giorni lavorativi. Le droghe come hobby, diversivo, non più attività principale, ragione di vita assoluta. La mediorità avanzava. Naturalmente anche la cocaina iniziava ad espandersi, l’uso si fece solido, non era più solo una curiosità. Era finita l’autarchia oppiacea, il bastare a se stessi seduti sulla panca accanto al juke box. Quelli in coca rompevano i coglioni al bar, volevano sempre fare qualcosa, ma non sapevano spiegare cosa di preciso, parlavano e non ascoltavano, quando uno parlava troppo, non ascoltava e aveva le pupille dilatate avevi già capito, meglio scrostarselo di dosso, sì sì ok ciao ciao, volevano sempre andare da qualche parte. Poi quando la gente andava finalmente da qualche parte poi voleva andare da qualche parte ancora, poi tirava ancora coca e la finiva, allora andava da qualche parte per cercarne ancora, che almeno per andare da un’altra parte ora c’era la ragione. Non se ne usciva. I cocainomani diventano criceti, pedalano a vuoto. Era finita l’era delle pupille a spillo e iniziava quella delle pupille espanse. Bell’affare… Gli occhi sono lo specchio dell’anima.