Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

Factory Fattori | 21 agosto 2018

Scroll to top

Top

LA FATICA PIU’ BELLA di Gastone Breccia

LA FATICA PIU’ BELLA di Gastone Breccia
Saverio Fattori

 

Lo dico subito, La fatica più bella è uno dei libri più importanti di sempre scritti attorno alla materia corsa. La storia di piccoli e medi atleti che sta dentro alla grande Storia della corsa, come in tante cose importanti che con la corsa non hanno nulla a che fare. Penso allo sceneggiato tedesco Heimat, le vicende di una famiglia, generazione dopo generazione, dentro i grandi eventi della Storia, le guerre, i cambiamenti economici e sociali. Credo sia questo che funziona nel libro di Breccia, l’anima dello storico di professione e quella da podista amatore evoluto, danno vita a un bell’affresco, una visione di insieme. Non è mai vago, e non è egocentrico.

 

Mai come in questo caso la fotografia della copertina imprigiona il senso che la corsa ha per Gastone Breccia. Breccia è docente universitario, uno storico, in particolare esperto di strategie militari, ha scritto molti testi di saggistica soprattutto incentrati su questo aspetto della storia. Io nella foto di copertina, bellissima, non riesco a vedere due atleti, ma due guerrieri, due guerrieri dello stesso esercito. Se noi ritagliassimo questa immagine, se togliessimo la scritta CORRIDORI della canotta del guerriero a destra, avremmo due soldati, reduci di una battaglia nella quale la salvezza dell’uno è dipesa anche dal coraggio dell’altro. Penso alla battaglia delle Termopili, come potrei pensare a una delle maratone corse da Breccia, che, pure questo va detto, è uomo da due ore e ventisette di maratona. Ma esiste un nemico nella corsa? esiste la controparte? Breccia affronta già nelle prime pagine l’argomento: In trentacinque anni ho conosciuto centinaia di atleti e molto raramente ho provato qualcosa di diverso da un senso di solidarietà che in molti casi diventa simpatia e in quelli più fortunati diventa amicizia. I ritratti che Breccia fa dei grandi atleti non professionisti che ha incontrato negli anni sono letteratura alta, amici e avversari, spesso compagni di allenamento, più sfortunati di lui, studente poi accademico. Gente come Jesus, con il volto impenetrabile da ragazzino, padrone di un piccolo negozio di frutta e verdura ad Arepiqua, un ingresso senza finestre sulla strada che scendeva al fiume, lui la moglie e una bimba piccolissima che dormivano nel retrobottega… la mattina andava a comprare la merce fresca. Vite diverse che poi convergono in quella bolla esistenziale formata da due corpi che corrono fianco a fianco nella fatica condivisa, quel minimo comune denominatore che azzera ogni diversità per un tempo breve ma profondo, e ci rende intima la sofferenza. Quindi ha senso che io parli di battaglie quando non esiste il nemico? Forse no, anche perchè Gastone Breccia il corpo lo mette in gioco sempre, come quasi mai gli intellettuali fanno, ed è questo che fa la differenza, nella corsa, perchè arrivare a correre 1’13″36 da M45 vuol dire prendere la faccenda maledettamente sul serio, come nell’altra sfera della sua vita: da storico e accademico il suo corpo lo ha tolto dalla sedia davanti alla scrivania sino a portalo nei lughi di guerra in Afghanistan sul fronte curdo, dove le milizie del Pkk combattono gli integralisti del califfato, territori che la pace in fondo non l’hanno conosciuta mai. E non c’è pace mai nemmeno quando di sonda quel territorio misterioso che sono i nostri limiti fisici.

Quindi ha senso che io parli di battaglie nella corsa, quando non esiste il nemico?

Certamente sì, ha senso che tu parli di battaglie. Perché in noi stessi possiamo trovare sia il nostro migliore amico che il nostro peggiore nemico. E di fatto lo incontriamo più volte, non solo in diverse fasi della vita, ma a volte nella stessa giornata. Francesco Petrarca diceva che il suo grande avversario, contro cui combatteva quotidianamente, era l’accidia. Per me è lo stesso: sono fondamentalmente pigro, per strano che possa sembrare. Faccio fatica a mettermi in moto per agire, correggere una tesi, scrivere una pagina, preparare una lezione. Faccio fatica a impegnarmi in tante cose. La corsa è diventata un’amica preziosissima, una piccola battaglia quotidiana che mi dà forza per combattere altrove.

La corsa, l’allenamento, la sofferenza, la gara, sono una battaglia contro i nostri limiti, e questo è ovvio, ma anche contro la nostra fragilità, la nostra pigrizia, la nostra voglia di mollare. Non sempre si vince… ma combatterla fa bene. E gli altri amici e compagni di allenamento, avversari in gara, la rendono più movimentata…

Tu nel libro scrivi che non ha senso mettersi a correre una maratona senza un obbiettivo cronometrico, sia esso due ore e trenta o sei ore. In pratica smonti un po’ la figura del Puro finisher, quello che come unico obbiettivo percorrere la distanza di maratona, terminarla. Questa posizione, sappilo, non rende simpatici…

Lo so. Ma penso che la corsa di maratona vada presa sul serio, e rispettata. Prenderla sul serio significa prepararsi, ognuno al suo livello; prepararsi, inevitabilmente, significa lavorare a certe andature, che siano i 3’km di un campione, i 4′ al km miei di oggi, i 5′ km di un amatore di discreto livello, i 6′ km di un runner alle prime armi, e così via. Se ti prepari è impossibile non avere un’idea di quale possa essere il tuo ritmo in gara. E se ti metti un numero sul petto devi, sottolineo devi, avere rispetto dell’atletica, dell’evento, dell’organizzazione e degli altri atleti. Non apprezzo quelli che cazzeggiano, passami il termine, che si travestono, che trotterellano sotto ritmo salutando la folla, e così via. Né quelli che si presentano alla partenza di una maratona senza preparazione “solo per finirla” (pochi, per fortuna): potrebbero andare a corricchiare per 42 chilometri in un parco, se vogliono dimostrare a se stessi di essere capaci di farlo, mentre schierarsi alla partenza di una gara ne fa degli esibizionisti fuori posto. Una gara ha le sue regole e il suo senso: che è, o dovrebbe essere, per ciascuno dei concorrenti, dare il meglio di sé. Questo significa rispettare se stessi, gli altri partecipanti, e soprattutto lo sport. Bisogna mettersi in gioco, sfidare i propri limiti: per questo il cronometro, in una maratona, non può essere ignorato. “Finire ad ogni costo” è poi sbagliato per una serie di altri motivi, che cerco di spiegare nel libro e che certo puoi immaginare. Ci si fa del male, fisicamente senza dubbio e psicologicamente in qualche caso, per dimostrare cosa? Si può sbagliare il ritmo iniziale, preparazione, alimentazione e così via, ed è molto più saggio riconoscerlo in tempo, imparare dall’errore e tentare di nuovo con più esperienza…

Nel libro tu continui a ribadire che non è un libro sull’aspetto tecnico, invece nei fatti tu dai una sacco di consigli, scrivi del podista cosciente (o l’allenatore nel caso di podisti professionisti) come di un meccanico che debba scegliere dalla sua cassetta gli attrezzi più adatti per migliorare il proprio motore. Porti esempi lontani, sembri ossessionato dall’esperienza di atleti del passato come Zatopek…

Hai ragione, forse avrei dovuto scrivere che non è un manuale sulla preparazione di una maratona, sistematico, con tabelle, ma che ci sono comunque molti consigli tecnici… E hai ragione anche sugli esempi lontani. Perché la corsa è sport naturale e antico, molte metodiche di allenamento restano valide attraverso il tempo. Il fartlek su tutte, ma non solo. Di Zatopek hai ragione: forse non direi “ossessionato”, ma certamente è un personaggio che sento particolarmente vicino, perché le sue doti fisiche erano sì eccezionali, ma non quasi “aliene” come quelle dei grandi corridori degli altipiani; e perché in lui la battaglia personale con la sofferenza assumeva connotati davvero epici…

La forza del libro è data dall’urgenza, si sente che non è un compito, è il libro che prima o poi dovevi scrivere, per scuoterti dal gorgo dell’accidia, della pigrizia di cui parli sopra, dal posticipare. In fondo la corsa questo insegna, devi correre, devi uscire ad allenarti e devi farlo ora, senza darti scuse, e se non corri, almeno devi sentire il senso di colpa…

Per me scrivere significa dare ordine e senso alla vita, fin da quando ero ragazzo. E trentacinque (ora trentasei) anni di corsa di resistenza meritavano di venire allo scoperto, di essere messi in comune non soltanto con chi mi vive accanto, ma con uomini e donne che non ho mai incontrato ma che possono condividere, apprezzare, e forse arricchire quel che resta della mia vita di atleta.

Il libro l’ho scritto quasi tutto in un momento molto difficile, quando pensavo di essere ormai costretto a fermarmi, per colpa di un inizio di coxartrosi. Poi le cose si sono messe meglio, per fortuna, e ho corso il 25 marzo scorso una delle mie gare più belle in assoluto; intanto il libro era quasi finito. Sono felice di aver superato la pigrizia e aver “portato alla luce” alcune delle cose per me più preziose, amicizia, agonismo, “fisicità” nell’affrontare la vita…

Nel tuo libro L’arte della guerriglia arrivi a dire che in Occidente abbiamo rimosso l’idea della morte non solo nella vita civile, ma additittura anche per i militari pare prevalere questa rimozione, e a spingendoci oltre possiamo dire che neghiamo la vecchiaia, la malattia, non credi che noi sportivi agonisti siamo i primi a soffrire di questa sindrome di eterna efficienza fisica?

Io credo che sia la prima volta nella storia, e me lo hanno confermato amici medici, che atleti over 40 continuino ad allenarsi con una continuità e un impegno da semi professionisti. I risultati sono eccezionali, basta vedere cosa combinano i master nella gare… ma non sappiamo, perché mancano i dati statistici, e la medicina è una scienza eminentemente statistica, quali possano essere gli effetti a lungo termine sul fisico dei quarantenni, dei cinquantenni e oltre.

Più che sentirmi ostaggio di una sindrome da eterna efficienza fisica, mi sento come un esploratore in una terra semisconosciuta: quanto potrò ancora chiedere al mio fisico? Fino a quando il mio cuore sosterrà ritmi attorno ai 4’/km per una maratona? E così via. Certo, capisco il tuo dubbio: più passa il tempo, più diventa difficile staccarsi da una forma fisica che appare “eccezionale” rispetto a quella dei nostri coetanei. E il momento in cui sarà necessario fermarsi sarà molto duro da affrontare. Spero di mantenere la mente lucida…

Oggi nemmeno i giornalisti inviati e corrispondenti di guerra stanno davvero nelle zone di conflitto armato, per lo più se ne stanno asserragliati in grandi alberghi internazionali, l’importante è una potente connessione wi-fi. Tu come storico hai sentito il bisogno di recarti in zone incandescenti dell’Afghanistan. Cosa conservi di quella esperienza? E non dirmi che ti sei allenato…

Sì che mi sono allenato! In Afghanistan, all’interno della grande base avanzata di Farah, c’era un bel percorso attorno alla pista d’atterraggio. Ho anche trovato due ragazzi della “Folgore” che si preparavano per la maratona di Livorno – e rimasero un po’ stupiti nel vedere un professore di quasi cinquant’anni che andava più forte di loro… Invece in Siria ho lasciato le scarpe nello zaino. Lì c’era la guerra vera: ho rinunciato non tanto per il pericolo (passavo la notte in luoghi del tutto sicuri, e avrei potuto correre all’alba), ma perché mi sarebbe sembrato fuori luogo, in mezzo a ragazzi e ragazze che rischiavano la vita. E’ stata un’esperienza molto bella: da storico militare, ho visto e imparato molte cose sulla guerra, su come ci si sente normali a prendere un té a pochi metri dalla postazione di un cecchino… e da uomo, ho imparato molte cose sugli esseri umani. Che possono essere meravigliosamente tenaci, generosi e disposti al sacrificio, o ferocemente crudeli coi propri simili in nome di “valori” che hanno meno consistenza dei sogni all’alba.

Articolo uscito sulla rivista Correre

 

 

 

Next Story

This is the most recent story.