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Factory Fattori | 19 novembre 2018

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L’ARTE DI SOFFRIRE

L’ARTE DI SOFFRIRE
Saverio Fattori

 

A me i giapponesi hanno sempre fatto un po’ paura. Questa società perfetta dove sembra annullarsi ogni conflitto nell’ideale di un bene comune in un sistema produttivo e sereno, al costo di una omolagazione claustrofobica, mi mette a disagio. Un po’ come mi fanno paura i figli che sono sempre d’accordo come i padri. Ma di certo è un problema mio. Nella mia azienda anni fa circolavano a piede libero loschi figuri in giacca metalizzata ben pagati identificati come Consulenti che ciarlavano di Sistema Toyota. Raccontavano un sacco di cose tanto banali quanto irralizzabili dalle nostre parti commentando delle slide con omini stilizzati e frasi molto sintetiche. Non so che fine abbiano fatto, non so se insistono sul pezzo con gli stessi aforismi o se si siano riciclati buttandosi su nuove astruse teorie.

Da appassionato della corsa ho visto anche io i video dei giapponesini tiratissimi nel viso che arrivano a branchi nelle mezze maratone con tempi che in Europa ti varrebbero titoli nazionali e che nel paese del Sol levante ti fanno naufragare a fatica nei primi cento. Naturalmente hanno i loro Giorgio Calcaterra, stacanovisti delle maratone e ultramaratona in sequenza settimanale. Hanno tuti lo stesso sorriso un po’ storto, perchè corrono sempre storti, con il capo piegato da un lato, come mirassero il culo dell’avversario che li precede. Ma non vorrebbero avversari davanti, resistere, resistere sempre, non farsi sorpassare, a costo di stramazzare a terra, questa la loro tattica. Sofferenza. Sempre. Allenamenti infernali agli ordini di allenatori dalle teorie non sempre scientifiche. In realtà a renderli così sofferenti è lo sforzo immane di fare una corsa fatta di piccole falcate molto frequenti, una tecnica redditizia, obbligata se hai le leve corte, ma pittosto innaturale. Abbiamo le gambette corte? Beh cerchiamo di zampettare velocemente. Non fa una piega.

Mi sono quindi avvicinato al libro di Adharanand Finn, L’arte giapponese di correre, con una certa riluttanza, convinto di leggere una tediosa celebrazione del metodo giapponese, metodo che ha davvero prodotto un numero incredibile di atleti di livello medio alto nella gare di maratona e mezza maratona. Ricordiamoci però che il record nazionale giapponese dei 1500 metri si attesta attorno un mediocre 3’37. In pratica fin dalle scuole superiori quasi ti impediscono di correrle le distanze più brevi in pista, ossessionati come sono dalle gare lunghe e staffetta infinite ben coperte dalle televisioni e da un pubblico festante e competente assiepato ai bordi delle strade. I giapponesi vanno pazzi per queste staffette, nulla meglio dell’Ekiden mette in scena la forza del gruppo, l’individuo con la sua prestazione si integra nella squadra e ne determina il risultato.

Le gare in pista, pur frequentate nei cinque e diecimila con infinite batterie, non scaldano il cuore degli appassionati e delle televisioni. Finn è un giornalista inglese, discreto runner da 35′ nei diecimila e maratoneta sotto le tre ore. Dopo aver visionato i camp keniani ha deciso di indagare il Giappone per cercare di capire i segreti. Ha avuto un approccio molto laico, nessun preconcetto negativo, anzi. Ma a pagina 91, leggo una frase che è una vera e propria crepa, quasi un colpo di scena.

Finora ho tentato di scoprire perché i giapponesi siano così bravi nella corsa, ma forse mi sarei dovuto domandare perché non sono più bravi degli etiopi o dei keniani.

Ovvero, questo sta cercando di dirci Finn, come mai con una base così ampia faticano a trovare atleti di livello assoluto? A noi in Italia, quando eravamo Re, questo giochino riusciva. Non è una considerazione a freddo naturalmente, e ci arriva dopo aver parlato appunto con un atleta keniano che svolge la sua attività per lo più in quel paese, e che prima di una gara importante torna in Kenia almeno due settimane… a finalizzare la preparazione con suoi conazionali più forti? No. Torna in Kenia a riposarsi staccandosi da alleanamenti ritenuti da lui sfibranti… L’idea di fondo che pervade la cultura nipponica, in senso lato, è che il successo si raggiunga solo al termine di sforzi inauditi. E questa teoria non ha basi scientifiche. Spesso chi troppo si allena ha infortuni, o non continua la progressione nei risulati. Sicuramente la Storia mi smentirà e il prossimo Mo Farah avrà gambe cortissime, cappellino, e smorfia da karakiri.

Comunque questo libro va assolutamente letto, ma una volta essersi fatti una idea dell’aziendalismo podistico nipponico, che a molti piacerà, di seguito si avrà cura di leggersi o rileggersi La solitudine del maratoneta

di Alan Sillitoe, per volare a una idea di corsa votata a una idea di libertà e a una sana ribellione.

Articolo già uscito su Correre