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Factory Fattori | 18 Dic 2018

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UNA COSA PER VECCHI, UNA COSA PER SCRITTORI° (il futuro ha la prostata ingrossata)

UNA COSA PER VECCHI, UNA COSA PER SCRITTORI° (il futuro ha la prostata ingrossata)
Saverio Fattori

A cosa di riferisce questa frase? Io confido che i lettori di questa rivista abbiano un buon intuito e più o meno tutti possiamo ipotizzare che il riferimento è alla corsa. È il titolo di un articolo scritto da Guglielmo Pispisa scrittore siciliano che esordì nel 2005 con Città perfetta, uscito per Einaudi, altri titoli suoi molto importanti sono usciti per Marsilio e Meridiano zero. Il pezzo è apparso su

http://kaizenology.wordpress.com/, il blog del collettivo di scrittori Kai zen il 3 giugno scorso, Guglielmo, come spesso accade a molti intellettuali, (citiamo Murakami Aruki e Mauro Covacich per dimenticarne altri) è incappato nel nostro sport, per un sacco di ragioni, tutte valide. Perchè gli intellettuali di tutto il mondo non fanno parapendio, box thailandese, free climbing, motociclismo? Non lo sapremo mai con esattezza. Pare sia una questione di ritmi, lenti nella corsa lunga, lenti nella costruzione di una narrazione.

L’ho scelto per la sua essenzialità, la sua povertà, che rende liberi di praticarlo in ogni momento e luogo, purché si abbia a disposizione un paio di scarpette, certo. Ma l’ho scelto soprattutto perché dopo i primi tentativi, dolorosi e faticosi, ho realizzato che correndo percorsi lunghi non alleni solo il corpo allo sforzo. Più importante è l’allenamento della mente all’idea dello sforzo, all’accettazione del dolore e della fatica per tempi dilatati. Il nemico del fondista, mi pare di capire dalla mia piccola esperienza di dilettante, è la tentazione di mollare, la voce che dentro ti chiede ma chi te lo fa fare, che prova a convincerti che non ce la farai, che non ce la puoi fare. Chilometro dopo chilometro verifichi i tendini e i polmoni, ma ancor di più la fiducia nel tuo corpo e l’impazienza del concludere.

Tutto condivisibile, nulla di particolarmente nuovo, ma a darmi da pensare in realtà è come Pispisa ha voluto intitolare il suo intervento, per l’appunto: “Una cosa per vecchi, una cosa per scrittori”, ovvero, nella sua piccola esperienza da dilettante ha già percepito qualcosa di vero e per nulla positivo per il nostro movimento: la corsa è attività per adulti molto cresciuti che quasi avevano già gettato la spugna, e nella cui vita è arrivata improvvisa questa luce, inattesa, fuori tempo massimo. Da adolescenti tutti ragazzi studiosi, quasi nerd, gran voglia di farsi esonerare dall’ora di Educazione fisica per malanni inventati quali l’asma e la scoliosi. Ma poi un giorno la luce. Il sistema cardiocorcolatorio è importante, l’ossigenazione delle parti periferiche nel nostro corpo che si risveglia.

Il futuro insomma, ha la prostata ingrossata.

Inizio a pensare che questo sia l’inevitabile destino del nostro sport, divento fatalista, inizio a pensare che non siano colpe della federazione, grandi complotti o disservizi che impediscono ai ragazzini di fare atletica. Insomma, il nostro è uno sport lento, che favorisce la riflessione, l’introspezione, il battito del nostro cuore accompagna i nostri pensieri, si alza, ma con moderazione, il buonsenso che arriva con l’età matura ci preserva da azioni imprudenti, è qualcosa che in qualche modo ha già a che fare direttamente col nostro decadimento fisico, con il fallimento che ha già iniziato a mordere, ma che intendiamo in qualche modo tamponare.

La corsa di fondo (almeno a livello non agonistico) è uno sport per gente di una certa età, di sicuro oltre i trenta e meglio ancora oltre i quaranta, perché quando sei giovane il fallimento (fisico) è un’opzione che non contempli, anzi che di fatto non ti interessa. Ti puoi anche permettere di fallire perché sai che il tuo corpo non ti tradirà nei momenti decisivi (o almeno credi di saperlo), e questo rende improponibile l’idea di perder tempo nel metterlo alla prova, hai di meglio da fare. A quarant’anni il fallimento è una parte della vita, hai già imparato a fartene una ragione, il decadimento fisico è un compagno di stanza, ancora non troppo molesto. Ci scherzi insieme, entri in confidenza, gli prendi le misure. La corsa è un metodo per prendere queste misure e non ti sembra più di perdere tempo misurando le tue residue capacità, dimostrando a te stesso quello che a vent’anni non avevi bisogno di dimostrare. Ora sei curioso di vedere fino a dove ti puoi spingere, ora ne vale la pena.

Non fa una piega, tutto ciò ha senso, nessun umano ha mai ingannato il tempo, ma l’utopia a volte deve guidarci fuori dalla palude de mediocre esistere, esterni adogni logica, dobbiamo lottare, menar colpi ai mulini a vento, senza renderci ridicoli, ma decisi, ognuno con i propri mezzi, ognuno con le proprie strategie.

Io corro per non invecchiare, per continuare lo stallo dell’adultobambino, io non ho fatto la cosa che hanno fatto molti in vecchiaia, allungare la distanza così da giustificarsi il peggioramento della qualitaà, mi sono attaccato alle distanze normali, niente maratona ad esempio, ho cercato di rimanere attaccato con i denti ai miei anni migliori, correndo le stesse distanze, partendo sempre forte, senza obbiettivi lontani nel tempo, senza programmi di allenamento, senza Garmin, senza cardio, ignorando la mia soglia aerobica, correndo sull’avversario più forte di me, senza tattiche, senza preparare mai una gara specifica lontana nel tempo, come ogni gara fosse la prima e ultima, la più importante, correndo come un cinnazzo* alla prima campestre scolastica, quei cinnazzi che vediamo partire a razzo incoscienti come animalini, ho corso cercando l’utopia dell’immutabilità, della non- morte quindi, la corsa come immortalità.

Quando ho visto la start list di una gara che avrei corso in pista, mi sono reso conto di essere nettamente il più vecchio, la cosa mi ha messo addosso uno strano groviglio si sensazioni, tra l’orgoglio e lo spavento, ma dopo gli ultimi allunghi, meno elastici di una ventina d’anni fa, lo sparo ha messo fine ad ogni turbamento, la fatica e la sofferenza si mangiano tutto. Lo so, inutile mettermi in guardia, attaccarsi alla fisicità in vecchiaia non è una buona idea. Al primo infortunio serio vai in depressione e la fine agonistica sembrerà chiudere una capitolo ancora più importante, ma è comunque un passo alla volta.

Il futuro, sappiatelo, non esiste.

* bambino

 

°Articolo già uscito sul mensile Correre