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Factory Fattori | 15 Novembre 2019

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REPETITA

REPETITA
Saverio Fattori

Sui social si riaffaccia l’annosa questione delle ripetute in pista, o in strada, ovvero ripetute sì, o ripetute no, e quando, dove…? Pareri tecnici ne abbiamo? Tanti, troppi, ne possiamo trovare ovunque, anche su queste pagine. Tabelle? Da ubriacarci. Quindi mollo il colpo, su questo piano non ho quasi nessuna competenza specifica. Ma il senso ultimo della questione, al di là delle diatribe tecniche, che poco mi interessano, qual è? Boh. Forse fare (o non fare) le ripetute è uno status.

Quando ho iniziato a correre fare le ripetute in pista era già appartenere a una élite ristretta, perché ti “consigliavano” quella tortura solo se qualcuno già dentro all’ingranaggio intravedeva in te un barlume di predisposizione. Inutile dire che non era ancora tempo di programmi a pagamento, quindi le analisi erano sincere. Più o meno il senso era questo:

se sei uno che va forte allora fai le ripetute.

Ma la questione poteva abilmente esser girata dall’altro verso, così da confondere le indagini:

vai forte solo se fai le ripetute.

Tipo condanna, sacrificio ineludibile. Nel secondo caso si poteva intendere come arrampicata sociale dal basso verso il vertice. Ho corso a senzazione, poi ci ho messo la gara come massimo sforzo e test, ma credo non basti, ora voglio fare il salto. E già varcare i portoni di una pista di atletica era già un bello stacco mentale. Tirava un’altra aria, anche se era la stessa che respiravi in campagna come nella zona industriale, solo non c’erano cani a rincorrerti.

Va detto che fare oggi le ripetute in strada da soli con il satellitare e farle un tempo in quell’ambiente aspro e spesso ostile, già gravido di gente che andava più forte di te, è tutt’altro affare. Eri arrivato lì in quell’arena anche perché fare quei segmenti infernali tutto solo era un inferno, c’era da lasciarci il cervello oltre che le zampe, quindi cercavi compagnia nel martirio, spingevi il tastino dell’orologio al quarzo insieme agli altri sventurati e via, solo il rumore delle scarpette e qualcuno a gridare i passaggi. Un grande classico erano i cinque mille, recupero tre minuti, niente cardio, precetti antichi, solo bestemmie mute durante il recupero che passava incredibilmente veloce. Poi la scaletta, tremila, duemila, mille… i venti quattrocento, solita minestra insomma, non è che avessimo molta fantasia, non c’erano molte variabili. Ma eri certo che quella sofferenza era l’unica maniera per migliorarti, in particolare aggregandoti negli allenamenti più duri a gente che poi in gara ti arrivava davanti. Certo, il rischio c’era, rischiavi di bruciarti, di dare anche troppo, di arrivare poi vuoto. Quando a primavera arrivavano le gare in pista quanti ne vedevi con le mani nei capelli… gli allenamenti raccontavano di una condizione… poi a contatto con la realtà della competizione tutto si era sbriciolato e si cadeva a terra, avevi puntato troppo alto, eri partito con i passaggi per fare un certo tempo, ma le tue ipotesi o quelle del tuo allenatore, basate sui tempi ottenuti durante la settimana, si erano rivelate troppo ottimisiche, ti eri avvicinato troppo al sole, povero Icaro de noaltri. Ma ci avevi provato. E non era affatto una vergogna nemmeno il ritiro, se i passaggi da subito non erano venuti, se erano lenti e le sensazioni brutte, avevi capito che non era giornata, e ti eri rassegnato all’evidenza, ti fermavi, l’allenatore mollava il cronometro, stop, risparmiavi energie e avevi modo di riprovarci, delusione forte, poi un occhio al calendario. Non per il record italiano, europeo, mondiale. Ma solo per il personale, termine magico, per misurarti non solo con te stesso, ma con il resto del mondo che certo, andava e andrà molto più veloce.

Imparavi la lezione più ostica. Ti allenavi a perdere, ecco cosa facevi su quella pista. E nella vita poi ti sarebbe servito. Amen.

Articolo uscito sulla rivista Correre