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Factory Fattori | 24 Settembre 2019

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Vasyl Matviychuk

Vasyl Matviychuk
Saverio Fattori

Ci sediamo al ristorante e capisci subito molto, quando guardi in faccia Vasyl senti immediamente che sei di fronte a una persona felice, allarga il sorriso a intervalli regolari, e prima di parlare dei suoi meriti cerca subito la battuta, l’aneddoto bizzarro, e ti è subito chiaro che questa felicità è sì, uno stato d’animo naturale, ma anche una diretta conseguenza delle gioie derivanti dalla corsa. Perché Vasyl è andato forte subito, fin da bambino, e questo ha fatto prendere una bella piega alla sua vita, mi viene in mente il titolo di un bel film inglese: La felicità porta fortuna. Quando arriva il ristoratore a elencare le specialità del locale è una scena comica, Vasyl sta al gioco dello straniero che ancora non capisce bene le nostre liturgie gastronomiche.

Già nel ’99 fa parte della spedizione ucraina ai Campionati mondiali Allievi a Bydgoszcz in Polonia, corre i 2000 siepi, le siepi poi le abbandonerà presto. Non ci sono intoppi, non si tratta certo di una meteora, da quelle parti le selezioni sono rigorose, l’anno dopo fa i Mondiali juniores a Santiago in Cile, doppia le due distanze più lunghe in pista, sui diecimila sarà ottavo, primo europeo, ma il primo botto arriva l’anno seguente, qui le parole sono quasi supeflue, ti mette sotto il naso lo smartphone e ti mostra una immagine: è il podio degli Europei di cross junior, è un trio curioso, Vasyl è in mezzo, vincitore, alla sua sinistra l’italiano Stefano Scaini, terzo, a destra un certo Mo Farah… e qua il sorriso di Vasyl si allarga quasi in un sorriso infinito quando lo indica me lo indica con il dito, Vasyl è biondo, al tempo vuole assomigliare a Eminem, operazione non del tutto riuscita, per fortuna.

Il cameriere intanto si scandalizza un po’ perché chiede la Coca Cola ad accompagnare i garganelli col ragù, ma poco importa, la Coca lo fa digerire bene e tanto basta. Non segue diete particolari, certo nessuna follia a tavola, tanta pasta, un giorno alla settimana lascia l’organismo a secco di carboidrati e mangia solo carne, bianca per lo più, poi cioccolata, tanta, e quella che sembrerebbe meno indicata, quella più golosa, al latte. Il suo attuale presidente, Nerio Morotti, patron della Gabbi Ponteggi di Bologna, nemmeno lui segue diete particolari, ogni volta che lo cerco al telefono è sempre al ristorante, per lui crescentine fritte e il vino della casa.

Quel giorno fantastico, a Thun, in Svizzera, viene immediatamente contattato da tre persone, un agente turco, poi l’olandese Jos Hermens, grande mezzofondista degli anni Settanta e uno dei manager più importanti al mondo. Incontra anche Alberto e Patrizia Pizzi della Cover di Verbania, sembra un film di spionaggio, certo la tentazione di prendere il volo è forte, ma si tratta di decidere verso dove.

Vasyl si conferma un talento puro, in estate agli Europei in pista a grosseto Mo Farah vincerà i cinquemila, lui i diecimila. Quel giorno Stefano La Rosa è tra i volontari della manifestazione, chiede uno scambio di canottiere, vuole la sua come ricordo da indossare, Vasyl gli procura quella di un gigantesco pesista ucraino, difficile dire se fu burla o fatalità. È un altro giorno da incorniciare.

Serhij Lebid’, il più forte crossista europeo di sempre degli ultimi anni, è già in Italia, alla Cover Mapei, l’anno seguente sarà lui a fargli da ponte, lo aiuterà con la lingua e a sistemarsi, Gianni Demadonna sarà il suo manager. Patrizia Pizzi, moglie di Alberto, è una seconda mamma, per gli atleti della Cover si prodiga, fa sentire tutti in una grande famiglia, nel giugno 2010 scompare prematuramente, per l’ambiente è una botta tremenda, per gli atleti che l’hanno conosciuta un ricordo costante.

Nel 2003 per Vasyl arriverà una piccola delusione, il destino lo riporta a Bydgoszcz, Europei under 23, diecimila metri, parte da favorito, a cinque giri dal traguardo sembra mantenere le premesse, sembra sicuro, guarda il maxischermo, è lucido ,ha cento metri di vantaggio ma non continua a spingere, si fa riprendere, spera nell’effetto elastico, crede di ripartire facile, più riposato, ma all’ultimo giro un greco misterioso di cui non saprà più nulla in futuro lo beffa. Sono lezioni di vita che Vasyl non dimenticherà.

L’anno seguente viene ingaggiato per tenere alto il rimo alla maratona di New York, è un progetto Mapei, una équipe televisiva di Sky lo riprende dai giorni precedenti e il giorno stesso della gara non lo molla un attimo, Vasy è telegenico e va forte, ma i keniani a cui doveva tirare la gara non si presentano, quindi i riflettori saranno solo lui che però avrebbe dovuto fermarsi al trentesimo chilometro… e nelle gambe solo quelli c’erano di chilometri… ma a questo punto è lui la Star, non può più ritirarsi come previsto. Al trentasettesimo chilometro è crisi nera, arrivano i crampi, si ferma, guarda per terra per cercare qualcosa di commestibile, gli operatori video non gli danno tregua, Go! Go! gli urlano, lui riuscirà a tagliare il traguardo tredicesimo in 2’16… tutto sommato una esperienza bella, non facile, di certo da raccontare a figli e nipoti, la società gli regala una bicicletta da corsa e la divisa dei ciclisti della Mapei. In questo periodo lo allena Severino Bernardini, uno che di cose grosse ne ha fatte in passato, molte di queste con la casacca giallo nera che oggi indossa Vasyl. Sono anni di promesse mentenute, la maglia della nazionale ucraina ormai è incollata, corre i cinquemila in 13:38 e i diecimila in 28:18 ma ormai nel mirino c’è la maratona, il miglior risultato lo ottiene a Torino nel 2008, è quinto con 2:10.36, risultato che probabilmente gli vale il sogno olimpico a Pechino. Ancora una volta mi mette davanti al naso lo smartphone e mi mostra la foto di quel giorno, alla destra del gruppo si nota uno Stefano Baldini tiratissimo.

Prima della partenza, forse un minuto prima, per la prima volta si rende conto davvero di quello che gli sta succedendo, di quanto sia sconfinato il palcoscenico olimpico, degli ucraini che lo tiferanno, degli italiani che lo riconosceranno, e le gambe prendono a tremare, è una cosa che stupisce lui per primo, mai successo, non è una gara come le altre, sarà ventisettesimo. Quel giorno a Pechino il mondo conoscerà lo sfortunato keniano Samuel Wainjiru, per Vasyl è importante essere della partita.

L’anno dopo si fa conoscere ancora meglio nel nostro paese trionfa alla Maratona di Carpi e infrange il dogma keniano che imperava da dieci anni, in realtà quel giorno il favorito era Lee Troop un australiano da 27:51.27 sui diecimila.

Il 2010 sembra essere l’anno del decollo definitivo, prepara gli Europei di Barcellona a Saint Moritz, sembrano davvero quaranta giorni perfetti, mai stato così bene, lavori di grande qualità, e lo scenario europeo è abbordabile. Vasyl sente la medaglia vicina, probabile, non è un sogno irrealizzabile, i sogni logici sono i più belli. Ma qualcosa si mette storto, a volte quando la macchina organica è al massimo dei giri, un dettaglio salta, paradossalmente è più delicata una Formula 1 che una utilitaria. Non salta un tendine, un muscolo, ma si spezza il nervo di un dente appena arrivato in Spagna, a tre giorni dalla gara… tre giorni senza mangiare, nè dormire, e sono dolori, sedute dal dentista e iniezioni che rompono l’incantesimo. Si presenta al via per onor di firma, ma sembra un incubo, proprio il giorno in cui noi vivevamo il dolore per canto del cigno di Stefano Baldini. Sul racconto di Barcellona 2010 il sorriso di Vasyl si spegne, ma di poco, fa parte del gioco e lui è un professionista, si guarda avanti, e basta.

Nel 2012 è tra i protagonisti di Spirit of the Marathon II, un documentario che racconta lo spirito con il quale sette individui che affrontano la Maratona di Roma. Vasyl insegue il sogno di un’altra selezione olimpica in una maratona affascinante ma lenta, difficile, è incredibile come un atleta di questo livello e con certe aspettative sia rimasto incantato dalla magia che gli scorreva davanti anche quando faticava sui sampetrini, anche quando il cronometro correva troppo. Sembra un bambino quando racconta di quel giorno, sembra grato, sinceramente grato alle opportunità che gli ha dato la corsa.

Lo scorso anno, a trentacinque anni, Vasyl inizia a chiedersi se non sia il caso di smetterla con la corsa vissuta da professionista, è sposato con Olga e ha una figlia, Daria, di tre anni, vivono a Domodossola, ma nel bolognese la Gabbi Ponteggi cerca un atleta di prima fascia come ciliegina di una società ancora forte ma sempre più orientata verso atleti amatori ancora molto competitivi e lui sembra essere la persona giusta. Arturo Ginosa lo mette in contatto con Morotti e il gioco è fatto, i bigiornalieri continuano, il menu settimanale che varia dai centosessanta chilometri i duecentoventi, pure. Il 6 gennaio scorso lo vedo al Campaccio, è ancora lì davanti, tredicesimo in una gara di livello altissimo. Quindi mi è chiaro che la storia continua… Vasyl è un atleta serio, professionale, se la società chiama lui prende il treno e arriva, si presenta al via della durissima Tre monti di Imola con febbre alta e arriva nei primi dieci.

Intanto aggirandomi tra i tavoli del ristorante noto che servono i tortellini con la panna, un sacrilegio che va oltre agli spaghetti alle vongole col parmigiano tagliati con forchetta e coltello, alla maniera di Vasyl Matviychuk.

Articolo già uscito sulla rivista Correre