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Factory Fattori | 17 Luglio 2019

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IL PAESE DELLE ULTIME CORSE

IL PAESE DELLE ULTIME CORSE
Saverio Fattori

Paul Auster è riconosciuto come uno dei più grandi scrittori americani viventi e nel 1987 scrive Il paese delle ultime cose , un romanzo disopico nel quale descrive uno scenario post apocalittico. Non abbiamo mai una precisa idea quello che è davvero accaduto, ma qualcosa è accaduto, qualcosa di definitivo si è compiuto, un evento drammatico su scala mondiale che pone fine all’ esistenza normale e mette in scena un’umanità disperata che deve sopravvivere con ogni mezzo, oppure cedere alla disperazione. Auster, che vive a New York, nella prima parte del libro descrive la fine che si danno gli adepti della setta de I maratoneti, questi danno vita a una corsa estrema, suicida, corrono in gruppo fino al collasso dei propri organi:

Pelopiù si muovono a gruppi di sei, dieci, persino venti, tutti insieme, alla carica lungo le strade senza mai fermarsi durante il loro percorso, correndo e correndo finchè non crollano sfiniti dalla stanchezza. Lo scopo è morire più in fretta possibile, sforzare se stessi fino a che il cuore non regge più.

Non è di certo una immagine rassicurante, ma si sa, la distopia è quel genere di fantascenza che ci mette maggiore inquetudini proprio perché usa immaginari non troppo bizzarri, non ci presenta mostri alieni in fondo poco credibili, è una sorta di tempo presente accellerato, e da sempre l’umanità è atterrita dell’Apolcalisse, il cinema americano ci ha lavorato molto. Detto questo, paranoia per il futuro a parte, Auster in fondo sembra un po’ conoscere il mondo della corsa ed è questo che mi ha incuriosito:

I Maratoneti dicono che nessuno avrebbe il coraggio di farlo da solo. Ma, correndo tutti insieme, ogni membro del gruppo è trasportato dagli altri, incoraggiato dalle urla, lanciato nella frenesia di una resistenza autopunitiva. E qui sta l’ironia. Per uccidere se stesso correndo, devi prima allenarti per diventare un buon corridore poiché altrimenti non avresti la forza di spingerti così oltre. Pertanto I Maratoneti si sottopongono ad ardui allenamenti per andare incontro al loro destino… Penso che in fondo sia una specie di religione.

Non so se Auster abbia mai corso davvero, o se come i grandi intellettuali riesca comunque a interpretare altri mondi, però è vero che per esplorare davvero i nostri limiti, e quindi per oltrepassarli in un salto nel buio, l’organismo va preparato con un certo rigore. Ed è verissimo che il podista sente istintivo il bisogno di correre in gruppo. Pensiamo a quanto sia difficile fare in solitudine allenamenti di qualità di interval training, oppure al serpentone uniforme dei partecipanti della Run 5.30, stessa maglietta, stessa corsetta in un magma quasi indistinto, perché la solitudine fa una gran paura a tutti. Sì, un po’ assomigliamo a una setta noi podisti, una setta tra le sette, abbiamo i nostri riti, abbiamo bisogno di aggreganti e la corsa non è certo tra i peggiori. La fatica dobbiamo fregarla, oppure irriderla con i selfie, l’importante è non rimanere soli in un duello a due.

Articolo già uscito sulla rivista Correre