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Factory Fattori | 18 Novembre 2019

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MATEMATICA VS FALLIMENTO

MATEMATICA VS FALLIMENTO
Saverio Fattori

Una sera Vito Melito presentando il suo libro Invito alla corsa ha detto che lui negli anni Settanta la gara di maratona la divideva mentalmente in tre blocchi di quattordici chilometri, mentre oggi tutti sono ossessionati dal passaggio alla mezza maratona. Mi è parso geniale, anche perché quattordici è un numero che scritto così non mette nessuna paura. Era al tempo una distanza pure questa classica in fondo, era pieno di gare di dodici e quattordici chilometri, spesso su terreni vari, e badavi alla posizione più che al tempo. Melito, celebre eroe della Cento chilometri del Passatore, ha continuato dicendo che i primi due segmenti andavano gestiti dentro la propria mente, in completa autarchia, impermeabili agli stimoli esterni, solo nel terzo si alza la testa e solo lì inizia la gara vera, quella per le posizioni in classifica. Recentemente ho intervistato Ana Nanu una atleta che ha vissuto in Romania una giovinezza da atleta di livello internazionale. Il suo allenatore quando la vedeva davanti la incitava oltre ogni logica cronometrica nei passaggi. Per il resto era un buon allenatore. Quando Ana faceva di testa sua, quando il suo istinto la faceva attenedere guardinga il momento giusto, le gare le vinceva.

E se uno invece è mosso da un istinto sbagliato? Se uno dentro di se ha come un demone che lo fa sbagliare regolarmente?

Partire forte, oltre le proprie possibilità è sintomo di poca intelligenza? Di arroganza? Che senso ha questo piccolo suicidio annunciato? Ormai anche i bambini sanno che in una gara di dieci chilometri sbagliare il primo chilometro è un errore gravissimo, partire da subito in affanno, disperato, cercando di avere dietro da subito gli atleti che devi battere, di non vederli, di ignorarli. Se ambisci a fare trentacinque minuti perché il primo ti scappa a tre e quindici… credi che poi mettendo in cascina quel tempo poi la media finale verrà più facile? Ancora credi agli orchi con le fate? Sei un esordiente alla prima campestre scolastica? O un ritardato?

Non ne esco, ma non credo si possa chiudere così la faccenda. Mi sono rivolto a Cesare Picco, psicologo e psicoterapeuta autore di un interessantissimo libro, Stress&Performance Atletica, gli chiedo lumi e lo invito a guardarsi su You tube la cavalcata folle finita male di Marcello Fiasconaro agli Europei di Roma del 1974. Mi dice che è saltato di testa perché venendo superato si è rotto il sogno dell’uomo solo al comando che probabilmente lo stava guidando e che gli dava energia.

È però stato anarchico perché animato da un sogno fragile. Io penso a quanto sia distante l’aggettivo fragile da quel cavallo pazzo… era il primatista del mondo lui, questo era il problema, doveva solo vincere e doveva scappare via dai blocchi, oltre la paura di perdere, piombare sul traguardo prima della inevitabile crisi, fregare il tempo e la distanza, i terribili ottocento metri.

Picco mi conferma che partire troppo forte e poi calare, se rappresentato con il modello della curva stress performance, può indicare un motore a gas: si va subito a regime ma poi si cala con il proseguimento della gara. L’atleta tende a presentarsi al via con un livello eccessivo di tensione e appena sente il colpo di pistola dello start scoppia come un esplosivo.

In effetti cosa c’è di più stressante di essere condannati a vincere?

Fuori dal problema stress da favorito Picco mi conferma che a livello più esistenziale magari c’è un desiderio di spostare i limiti e di attaccare i limiti con alte aspettative. Questo il punto, manca l’umiltà di definire matematicamente i propri limiti, di prenderne atto, di rinunciare ad ogni illogica esplorazione. E infatti Picco mi riporta a terra, all’umiltà, l’istinto sbagliato che io vivo come maledizione ineluttabile, può essere educato, ammesso che uno lo voglia… e come stratagia per aggirare il trauma del fallimento Picco mi consiglia di definire tre obiettivi per ogni gara: uno decente, uno buono e uno ottimo. Così non corri solo per la migliore gara della tua vita, che più invecchi più si fa chimera, e sei contento comunque. Sto pensando a una decrescita felice delle prestazioni. Un parco, un ombrello sempre con me perché non si sa mai, un cane. Cose così. Senza obbiettivi particolari. Niente stress.

Articolo già uscito sulla rivista Correre