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Factory Fattori | 8 Dicembre 2019

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TRIESTE VAL BENE UNA MEZZA*

TRIESTE VAL BENE UNA MEZZA*
Saverio Fattori

Trieste è una città altera e bellissima, le montagne sembrano stingerla, è piccola in fondo, e la piazza è di quelle che non ti scordi, affaccia sul mare, e non è poca cosa. Di corsa dal centro andai su al Castello di Miramare, e poi giù di nuovo, ancora con i battiti alti, fiancheggiando gli stabilimenti balneari, alla spiaggia El pedocin un muro separa uomini e donne, secondo i dettami di una antica usanza che qui non molla e diventa caratteristica unica.

Noi podisti siamo persone semplici, a volte le endorfine ci saziano, e di saper la storia di un luogo magico come Miramare poco ci importa, importa che nel 2011 correvo ancora quasi decentemente e non mi interessai delle amare vicende di Massimiliano d’Asburgo-Lorena e della consorte Carlotta. Di questo gioiello affacciato al Golfo di Trieste, cantato anche dal Carducci ne scrivo così, distrattamente, scrivo di una città tirata da tutte le parti, da sempre contesa, perla mitteleuropea, mediterranea, e slava, ne parlo così, per prenderla alla larga… i mei amici triestini mi avvertirono, non troverai la cortesia della riviera romagnola da queste parti, anche perché sono quasi tutti ricchi o quasi, mi parve una semplificazione forzata e comunque a me piace quando le persone non si fanno troppo appiccicose appena sentono odore di turista.

Vabbè. Ma veniamo al punto… per due giorni non ho fatto che fare puntualizzazioni sulla vicenda (amara, s’intende) della Trieste Half Marathon ad amici esterni al mondo della corsa, molti avevano capito che la gara era stata completamente interdetta agli atleti africani, noi certe cose le diamo per scontate, ma non tutti sanno che agli atleti élite vengono dati ingaggi per il solo fatto di essere presenti alla partenza, appunto per mantere alto il livello tecnico della gara, avere gente che corre veloce là davanti dovrebbe (dovrebbe, oggi non tutto è così scontato) dare prestigio alla manifestazione. Gli ho spiegato questo dettaglio appunto perché non scrivessero inesattezze, visto che per qualche giorno questa notizia è diventata virale e molti si sono cimentati nel commentarla, con risultati alterni. Molti continuano a confondere la marcia con la maratona, e io in questi casi vado in bestia…

Di sicuro sbaglia chi ha scritto che la questione andava estrapolata dalla dimensione politica per relegarla a tecnica o economica. Se l’organizzazione avesse detto una cosa del tipo: Quest’anno non ci sono soldi per gli ingaggi, tutto sarebbe finito prima di iniziare. Ma la puntualizzazione sugli atleti africani in questo periodo storico è sembrata di cattivo gusto. Come minimo. Virare poi sulla preoccupazione umanitaria per questi atleti “sfruttati da manager senza scrupoli”, senza specificare nessun dettaglio non ha migliorato proprio nulla. Se chi organizza interpella intermediari poco seri è propria responsabilità. Ovviamente stretti all’angolo, consci di aver sbagliato qualcosa almeno a livello di comunicazione, hanno rinunciato al proposito e infatti ad aggiudicarsi la gara è stato Simon Rugut. Ugandese.

Ci sono diverse gare che senza stombazzare nulla puntano ad atleti non africani, atleti che a parità di personal best probabilmente costanto di più, nessuno scandalo, legge di mercato, gli atleti caucasici di primissima fascia sono meno, quindi è normale diventino “preziosi”. E comunque nessuno può dire a un organizzatore come gestire il proprio parco atleti. L’iportante è comunque non farne un manifesto programmatico e accusare chi lo contesta di strumentalizzioni politiche.

È una faccenda delicata, ma dobbiamo farci i conti, il rischio di anestetizzare lo spettatore esiste, il fatto che difficilmente nel nostro sport il drappello di atleti africani là davanti venga rimontato da uno svizzero, un olandese un neozelandese o un italiano può diventare un limite, appunto perché è come se venisse meno un colpo di scena, che funziona come detonatore in ogni narrazione, anche quella sportiva. Ma la vita è spietata, la corsa è spietata, ma anche meritocratica. E proprio nello stesso fine settimana è arrivata la risposta a tutto questo dalla Maratona di Londra. Spettacolo puro e meritocrazia. Null’altro.

*articolo già uscito sulla rivista Correre