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Factory Fattori | 9 Agosto 2020

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MITI E MITOMANI

MITI E MITOMANI
Saverio Fattori

Nel mio Olimpo personale atletico siedono due divinità della corsa lunga che si elevano su tutto:

Nel mio Olimpo personale atletico siedono due divinità della corsa lunga che si elevano su tutto: Franco Fava, e Stefano Baldini. Per ragioni diverse. Fava è il mio primo mito di una era ancora acerba per la nostra atletica, il corridore dal cuore pazzo e generoso che una notte del 1977 rincorse insieme a un prode inglese il record mondiale dei 10000 metri in Finlandia. Era un meeting che si disputava in due giornate, Fava aveva corso un cinquemila su buoni ritmi e il motore organico doveva sentirselo al massimo, tanto che iniziò a pensare alla distanzia doppia che si correva il giorno seguente, a lui più consona.

Quella sera cena lui e Tony Simmons, un tipo che sembrava più il chitarrista dei Queen che un atleta da 2’45 a chilometro, complottano l’impresa. In effetti le gambe girano, la forma dei due è al top, l’entusiasmo scaturisce non dalla follia, ma dalla consapevolezza che il record di David Bedford, un altro carrarmato inglese da ritmo e senza volata, è attaccabile.

In effetti correranno forte, molto forte, conducono per  sei chilometri, ma i due si trascinano dietro due giovani keniani, quasi una prima proiezione del futuro. Sarà Samson Kimobwa che farà il colpo della vita per poi sparire per sempre, se lo andrà a prendere lui il Mondiale migliorandolo di pochi decimi. Fava è terzo, 27’42″65 dietro a un altro keniano, Mike Musyoki e di seguito, attaccato, Simmons.

E’ un record italiano di quelli pesanti. A me non so perché quel racconto che lessi da bambino sulla rivista Atletica mi fece fantasticare. E amare questo maledetto sport. Non volevo diventare un vincente assoluto da grande, avevo sogni dimessi, zavorrati. Volevo galleggiare nelle acque alte, ma accarezzare l’idea del numero uno assoluto mi metteva quasi soggezione. Volevo arrivare ottavo alle Olimpiadi. Non primo. Nemmeno terzo.

Da grande volevo essere Franco Fava.

Altra Storia quella di Stefano Baldini, lui il capolavoro massimo l’ha compiuto, avevo visto quel ragazzino con la maglia verde della Corradini Rubiera venire a correre i Meeting bolognesi del Fidal Estate, gare dove ti buttavi dentro le batterie senza distinzione di categoria, solo con il tempo di accredito che dichiaravi all’iscrizione, tempo che nessun giudice aveva modo di verificare. Tutto sulla fiducia. Molti baravano, mettevano tempi troppo ottimistici oppure ottenuti in anni più giovanili, e fInivano dietro a treni di cavalli impazziti che ti facevano scoppiare il cuore. Oppure, come nel caso di Baldini, quando non trovavi coetanei così forti da tirarti fuori il meglio, ti intruppavi nei grandi. E crescevi. Ma in fondo al drappello. Allenandoti a perdere iniziavi a capire il tuo corpo, e un giorno avresti vinto. Contava solo il tempo in quella serate, i piazzamenti zero, e non c’erano premi. E il tempo che ottenevi andava rapportato alle tue sensazioni. L’ascesa all’Olimpo di Atene 2004 Baldini forse l’ha iniziata davvero in quelle afose serate bolognese. O magari è solo una mia proiezione, e per lui erano gare come tante altre. Io correvo in batterie più lente, e potevo gustarmi i più bravi mentre rifinivo il riscaldamento all’esterno del Campo scuola, sognando di salire piano piano di batteria, arrivando se non alla prima, la più veloce, almeno alla seconda. C’erano Fidal Estate interminabili, giudici eroici si sorbivano una decina di serie di tremila metri… in realtà nel tempo sarei arrivato anche alla prima, ma solo per il precipitare del livello tecnico del movimento. È proprio una sera a Sasso Marconi quando misero fuori le griglie e mi vidi nella batteria più veloce con un miserabile sedici minuti sui cinquemila, capii che qualcosa stava mutando, erano scattati gli Anni Duemila. Flash back, io in casa da solo, impazzito, davanti al televisore, non so urlo di gioia o piango, salto come una scimmia: Stefano Baldini entra in uno stadio costruito per la sua galoppata olimpica.

Non avevo mai potuto osare di essere Stefano Baldini da grande. Anche perché sono più grande.

In questi anni sono stato sempre un po’ sospettoso nei confronti del nuovo che avanza nel mondo della corsa. Io, che sono stato solo un mezzo tapascione, sportinaro di gare provinciali. Su questa rivista scrive anche Franco Fava, e nessuno può capire quanto questa considerazione mi faccia felice. Il suo articolo dello scorso ottobre però mi arriva come una botta e mi dà capogiri: cita come avvenimenti importanti una gara di centossesanta chilometri e l'”impresa” di una bambina di sette anni sui cinquemila metri. Nell’ultramaratona berlinese una italiana sarebbe arrivata terza assoluta. Ma nulla sappiamo del valore degli atleti in campo, tempi personali appunto, per stabilire valori, avere riferimenti. Sono davvero atleti forti o solo volonterosi? Poi sul fatto che esista (e pare esista…) un record europeo dei cinquemila su strada per pulcini, anche lì, non saprei… abbiamo statistiche? Però come posso permettermi io di essere sospettoso se il mio Idolo professa fede in questi mutamenti. Come mi permetto di essere sempre cinico e quasi sprezzante nei confronti di situazioni che non ho frequentato. Non ho mai corso centosessanta chilometri. Sono davvero molto confuso.

Tra le altre cose già qualche fa ho un po’ preso in giro i collezionisti di medaglie da finisher, quelli che fanno la classica foto mentre azzannano il feticcio metallico e commentano su Facebook: Anche questa conquistata!!!

Sta di fatto che Stefano Baldini è tornato a correre qualla stessa maratona ad Atene a quindici anni da quel trionfo, stesso percorso. Ed ha postato appunto la medaglia di finisher addentata. Come a dire: Siamo tutti uguali Fattori, rilassati, un passo dopo l’altro, le endorfine che ci fanno stare bene, gli amici, i sorrisi, e perché farsi tante domande? E mi sono sentito ancora più nudo e spiazzato.

. Per ragioni diverse. Fava è il mio primo mito di una era ancora acerba per la nostra atletica, il corridore dal cuore pazzo e generoso che una notte del 1977 rincorse insieme a un prode inglese il record mondiale dei 10000 metri in Finlandia. Era un meeting che si disputava in due giornate, Fava aveva corso un cinquemila su buoni ritmi e il motore organico doveva sentirselo al massimo, tanto che iniziò a pensare alla distanzia doppia che si correva il giorno seguente, a lui più consona.

Quella sera cena lui e Tony Simmons, un tipo che sembrava più il chitarrista dei Queen che un atleta da 2’45 a chilometro, complottano l’impresa. In effetti le gambe girano, la forma dei due è al top, l’entusiasmo scaturisce non dalla follia, ma dalla consapevolezza che il record di David Bedford, un altro carrarmato inglese da ritmo e senza volata, è attaccabile.

In effetti correranno forte, molto forte, conducono per  sei chilometri, ma i due si trascinano dietro due giovani keniani, quasi una prima proiezione del futuro. Sarà Samson Kimobwa che farà il colpo della vita per poi sparire per sempre, se lo andrà a prendere lui il Mondiale migliorandolo di pochi decimi. Fava è terzo, 27’42″65 dietro a un altro keniano, Mike Musyoki e di seguito, attaccato, Simmons.

E’ un record italiano di quelli pesanti. A me non so perché quel racconto che lessi da bambino sulla rivista Atletica mi fece fantasticare. E amare questo maledetto sport. Non volevo diventare un vincente assoluto da grande, avevo sogni dimessi, zavorrati. Volevo galleggiare nelle acque alte, ma accarezzare l’idea del numero uno assoluto mi metteva quasi soggezione. Volevo arrivare ottavo alle Olimpiadi. Non primo. Nemmeno terzo.

Da grande volevo essere Franco Fava.

Altra Storia quella di Stefano Baldini, lui il capolavoro massimo l’ha compiuto, avevo visto quel ragazzino con la maglia verde della Corradini Rubiera venire a correre i Meeting bolognesi del Fidal Estate, gare dove ti buttavi dentro le batterie senza distinzione di categoria, solo con il tempo di accredito che dichiaravi all’iscrizione, tempo che nessun giudice aveva modo di verificare. Tutto sulla fiducia. Molti baravano, mettevano tempi troppo ottimistici oppure ottenuti in anni più giovanili, e fInivano dietro a treni di cavalli impazziti che ti facevano scoppiare il cuore. Oppure, come nel caso di Baldini, quando non trovavi coetanei così forti da tirarti fuori il meglio, ti intruppavi nei grandi. E crescevi. Ma in fondo al drappello. Allenandoti a perdere iniziavi a capire il tuo corpo, e un giorno avresti vinto. Contava solo il tempo in quella serate, i piazzamenti zero, e non c’erano premi. E il tempo che ottenevi andava rapportato alle tue sensazioni. L’ascesa all’Olimpo di Atene 2004 Baldini forse l’ha iniziata davvero in quelle afose serate bolognese. O magari è solo una mia proiezione, e per lui erano gare come tante altre. Io correvo in batterie più lente, e potevo gustarmi i più bravi mentre rifinivo il riscaldamento all’esterno del Campo scuola, sognando di salire piano piano di batteria, arrivando se non alla prima, la più veloce, almeno alla seconda. C’erano Fidal Estate interminabili, giudici eroici si sorbivano una decina di serie di tremila metri… in realtà nel tempo sarei arrivato anche alla prima, ma solo per il precipitare del livello tecnico del movimento. È proprio una sera a Sasso Marconi quando misero fuori le griglie e mi vidi nella batteria più veloce con un miserabile sedici minuti sui cinquemila, capii che qualcosa stava mutando, erano scattati gli Anni Duemila. Flashback, io in casa da solo, impazzito, davanti al televisore, non so urlo di gioia o piango, salto come una scimmia: Stefano Baldini entra in uno stadio costruito per la sua galoppata olimpica.

Non avevo mai potuto osare di essere Stefano Baldini da grande. Anche perché sono più grande.

In questi anni sono stato sempre un po’ sospettoso nei confronti del nuovo che avanza nel mondo della corsa. Io, che sono stato solo un mezzo tapascione, sportinaro di gare provinciali. Su questa rivista scrive anche Franco Fava, e nessuno può capire quanto questa considerazione mi faccia felice. Il suo articolo dello scorso ottobre però mi arriva come una botta e mi dà capogiri: cita come avvenimenti importanti una gara di centossesanta chilometri e l'”impresa” di una bambina di sette anni sui cinquemila metri. Nell’ultramaratona berlinese una italiana sarebbe arrivata terza assoluta. Ma nulla sappiamo del valore degli atleti in campo, tempi personali appunto, per stabilire valori, avere riferimenti. Sono davvero atleti forti o solo volonterosi? Poi sul fatto che esista (e pare esista…) un record europeo dei cinquemila su strada per pulcini, anche lì, non saprei… abbiamo statistiche? Però come posso permettermi io di essere sospettoso se il mio Idolo professa fede in questi mutamenti. Come mi permetto di essere sempre cinico e quasi sprezzante nei confronti di situazioni che non ho frequentato. Non ho mai corso centosessanta chilometri. Sono davvero molto confuso.

Tra le altre cose già qualche fa ho un po’ preso in giro i collezionisti di medaglie da finisher, quelli che fanno la classica foto mentre azzannano il feticcio metallico e commentano su Facebook: Anche questa conquistata!!!

Sta di fatto che Stefano Baldini è tornato a correre qualla stessa maratona ad Atene a quindici anni da quel trionfo, stesso percorso. Ed ha postato appunto la medaglia di finisher addentata. Come a dire: Siamo tutti uguali Fattori, rilassati, un passo dopo l’altro, le endorfine che ci fanno stare bene, gli amici, i sorrisi, e perché farsi tante domande? E mi sono sentito ancora più nudo e spiazzato.

Articolo già uscito sul mensile Correre ( https://www.correre.it/)