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Factory Fattori | 3 Giugno 2020

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MAURO CRIVELLINI STORY

MAURO CRIVELLINI STORY
Saverio Fattori

IL MOTIVATORE E L’ALLENATORE

Se ho deciso di scrivere una piccola autobiografia a due mani insieme all’amico Saverio Fattori, in fondo la “colpa” è di mia moglie. Ho deciso di seguire il suo suggerimento e di aggiungere un sottotitolo che per me è stato fondamentale nella mia carriera. Da soli non siamo nulla, non otterremmo nulla. Da giovane avevo una forza e una voglia di sacrificarmi rare, erano di certo patrimonio mio. Ma senza i detonatori giusti, senza incanalare nelle giuste direzioni tutta questa energia questa Storia sarebbe mai stata scritta.

Nella mia vita e carriera sportiva ci sono sempre stati motivatori e allenatori.

Come quasi tutti i bambini di paese, ci si divertiva a giocare a calcio. Io ho iniziato nel parchetto dietro le scuole elementari Alda Costa in Via Cento a Vigarano Mainarda, durante l’ora di ricreazione e nei pomeriggi liberi da altri impegni.

Già in quel periodo avevo notato e mi avevano fatto notare che ero portato per la corsa, uno dei giochi preferiti era sfidare gli altri bambini nel giro o nei giri della scuola, era un edificio di vecchia costruzione con un ampio cortile sterrato e avevamo a disposizione un perimetro di circa trecento metri, naturalmente all’epoca non avevo assolutamente le idee chiare di cosa avrei fatto da grande, ma sapevo per certo che non mi piaceva studia, preferivo la vita all’aria aperta: giocare, correre, pescare…                                                   

Alle scuole medie continuavo a divertirmi giocando a calcio nella squadra del paese (io e altri tre ragazzi fummo scelti per un provino alle giovanili della SPAL allora come ora la squadra di calcio con il miglior passato e presente della provincia ferrarese) in realtà tutti gli sport mi interessavano e la scuola Galileo Galilei era bene attrezzata, la palestra permetteva di praticare pallamano, pallavolo, pallacanestro, ebbi anche modo di avvicinarmi per la prima volta alla corsa campestre.

Il mio professore di Ginnastica, professor Barbieri, era l’allenatore della squadra di calcio del Quartesana, squadra con grandi tradizioni a livello giovanile e nelle serie minori, era anche procuratore selezionatore e accompagnatore di calciatori particolarmente promettenti, io feci parte di questa cerchia ristretta e ci sentivamo delle piccole celebrità. Ma mi stancai presto primo perché non mi divertivo tanto e tanto stava emergendo che io nella corsa e senza l’intralcio del pallone me la cavano davvero egregiamente…

Ecco, è proprio nel professor Barbieri che mi sento di individuare la figura del motivatore o scopritore, fu lui il primo ad indirizzare la mia attività sportiva verso le corse campestri, partecipai quindi con entusiasmo al trofeo scolastico organizzato poco distante dall’edificio. Per la mia categoria la distanza prevista erano i 2000 metri, avrebbero quindi dovuto essere quattro giri da 500 metri, un percorso semplicissimo, un quadrato di terra. In realtà mi ritrovai in una gara molto più corta, i giri erano quattro, ma di circa 250 metri, quindi un chilometro circa, allora non c’erano ancora patemi d’animo per i tempi, le distanze erano incerte, l’importante era vincere. E vinsi.   

Ancora più semplice il regolamento dei Giochi della Gioventù: i primi tre si conquistavano il diritto di passare il turno (avevamo scoperto i trials e non lo sapevamo) e di andare alla fase successiva, quella Provinciale.

Seguirono giorni sereni, la vita scorreva serena come sempre nel nostro paese e nella nostra scuola, arrivò quindi il giorno fatidico della fase provinciale della campestre valevole come qualificazione ai Regionali, io e gli altri due della mia scuola ci sentivamo tranquilli e fiduciosi, certo, non ci eravamo ammazzati di allenamenti, dieci minuti o venti di corsa durante le due ore settimanali di ginnastica e oltre tutto continuavamo a praticare anche gli altri sport di squadra sotto la guida del nostro proffe.

Quel giorno ci portarono presso Campo scuola di Ferrara, vidi per la prima volta la pista di atletica leggera da vicino, quell’anello di quattrocento metri mi parve immenso, inattaccabile, metteva quasi paura. Ritirammo i pettorali e posammo la nostra roba negli spogliatoi, poi ci spostammo sulle Mura estensi, ancora non sapevo che quello era il campo di allenamento perfetto per i podisti di ogni tempo a Ferrara, né che si davano battaglia una volta all’anno nel prestigioso Muracross.

Ma non c’era troppo da pensare, c’era da correre veloce, le gambe mi tremavano, la partenza fu velocissima, io e gli altri due miei compagni quasi rimanemmo sul posto, stupiti, ma non potevo perdermi d’animo, dovevo fare sul serio, purtroppo le gambe parevano di piombo e rimasi come senz’aria nei polmoni, il cuore impazzito, ma dovevo tenere a tutti costi, facevo affidamento sul fatto che quella sofferenza che in fondo sarebbe durata poco, invece il tempo passava e il traguardo non lo vedevo

Decisi che era ora di fare sul serio ma mi ritrovai le gambe di piombo il cuore a mille e senza aria nei polmoni, pensavo tieni duro tanto due chilometri passano in fretta, ma quelli erano due chilometri veri e non passavano mai. Poi il traguardo arrivò, ma ero molto indietro in classifica, i miei compagni ancora di più.

Uscimmo da quella esperienza amareggiati e delusi al punto che decidemmo di non mollare il calcio pur corricchiando senza convinzione nelle ore di ginnastica a scuola, poi il proffe decise di allungare i nostri allenamenti, arrivammo a correre mezz’ora e anche la gara d’istituto del Galilei fu portata alla distanza corretta nel secondo e terzo anno delle Medie. Arrivai quindi più preparato.

E le cose si misero al meglio negli anni successivi.

Studiare non faceva per me, la licenza media mi pareva essere sufficiente, quando a quattordici anni arrivai al bivio della fine della scuola dell’obbligo virai verso la vita lavorativa, qualche impegno saltuario poi da un artigiano della zona, Ditta Bonzagni e Gamboni, lavoravamo lamiere metalliche, fabbricavamo raccordi e tubazioni, non mi lamentavo, la paga era buona ma è come se avessi energia in eccesso da impiegare in altre situazioni. Proprio in quel periodo nacque il Gruppo sportivo Vigaranese, stava esplodendo il podismo di massa e fui ben presto contattato, anche per fare numero, queste società, poco competitive, ambivano ai trofei per i gruppi più numerosi. Nel mio caso però le anime della Vigaranese, Giacomo Mastellari e Ferdinando Mazzoni, sapevano delle mie doti e vennero a parlare con i miei genitori per aggregarmi al loro gruppo. Anche queste due persone le potrei identificare con il termine motivatore. Mi raccontarono le gesta di grandi atleti come Franco Arese, Franco Fava e Massimo Magnani, quest’ultimo addirittura ferrarese! Magnani arrivando terzo ai Campionati italiani di maratona a Reggio Emilia si era guadagnato la partecipazione alle Olimpiadi di Montreal del’76. Insomma, era il primo ferrarese ad arrivare a palcoscenici mondiali nella corsa. Per me al tempo erano nomi affascianti ma sconosciuti. Sta di fatto che Mastellari e Mazzoni erano certi delle mie potenzialità e convinsero i miei genitori, si impegnarono a seguirmi negli allenamenti e a portarmi alle gare domenicali che ormai quasi in ogni comune stavano prendendo piede.

Erano anni pioneristici, si sapeva ancora poco di strategie tecniche, specie per i giovani, andavano per la maggiore gare lunghissime, ricordo la Ferrara-Mare di oltre cinquanta chilometri, i nomi grossi erano Vito Melito e i mitici gemelli Gennari che poi avrebbero costruito la loro fama con gare come la Cento chilometri del Passatore e Il Giro del Lago di Garda. Il problema era che le gare per la mia categoria erano 1500 metri, per quanto riguarda le campestri e tra i 2000 metri e i 3000 per quanto riguardava le prime mini camminate competitive, io mi allenavo tutta la settimana con adulti dopo la giornata lavorativa, chilometri su chilometri, troppi e senza brillantezza, spesso arrivavo stanco alla domenica, nonostante questo arrivavo quasi sempre nei primi tre, ricordo tra gli avversari nomi come Carpanelli, Bellucco, Cudini, e Molinari, quest’ultimo poi avrebbe avuto una bella carriera nel futuro.

A questo punto accadde una cosa fondamentale, credendo nei miei mezzi gli animatori del Gruppo Vigaranese mi chiesero se fossi disposto ad incontrare Giampaolo Lenzi, un professore di ginnastica che per passione stava allenando gli atleti più promettenti della nostra provincia, oltre a Magnani, ricordo Claudio Bottoni, Luciano Mazzanti, Laura Fogli e tanti altri. Fu così che un sabato pomeriggio ci presentammo al Campo scuola di Via Porta Catena, Lenzi scarabocchiò su un foglietto che trovò su una panchina dello spogliatoio il mio primo programma di allenamento. Ecco, Giampaolo Lenzi fu il mio primo vero e proprio allenatore. Era un programma molto semplice in fondo e lo avrei fatto da solo, in paese, al tempo non potevo andare a Ferrara, non disponendo né di tempo e né di mezzi, immediatamente. Lenzi aveva inserito modalità nuove che oggi ci sembrerebbero ovvie, ma che allora non lo erano affatto, non si trattava di fare solo corsa continua a ritmi più o meno uniformi ma introdusse variazioni di velocità, salite e le ripetute su distanze corte.

I miglioramenti, e di conseguenza le soddisfazioni, arrivarono immediatamente, ero pronto per essere tesserato per il Cus Ferrara, club già prestigioso e da lì iniziai a vincere quasi tutte le mini camminate e le corse riservate alla mia categoria.

All’epoca iniziai la collaborazione con l’amico Francesco Gallini non ancora fisioterapista, ma insegnante di educazione fisica, il quale con tanta passione si prodigava a farmi fare esercizi e allungamento di mobilità per migliorare postura, facevamo andature, esercizi di tecnica. Eravamo campioni nell’arte dell’arrangiarci, la nostra prima palestra fu sopra il “famoso” bar del Belo, padre di Francesco, altro non era che uno sgabuzzino con mobili, cassepanche e altre cianfrusaglie che seppe trasformare in attrezzi ginnici. Solo in un secondo tempo riuscì ad ottenere un vecchio capannone in disuso che adibimmo a palestra e cominciammo anche con i primi esercizi di training autogeno. Ancora oggi collaboriamo con varie società come allenatore e fisioterapista, e siamo entrambi appassionati di psicologia sportiva.

Nell’estate di quell’anno vinsi la mia prima gara podistica assoluta.

Fatto curioso fu che al mattino con il gruppo vigaranese andai alla camminata non competitiva dell’Anffas in piazza Ariostea, seppi dalle persone presenti che nel pomeriggio si sarebbe svolta una competitiva nel comune di Portomaggiore, in una piccola località, Portarotta, io non mi ero risparmiato al mattino e non avrei nemmeno saputo come arrivarci visto che il gruppo non partecipava. Fu allora che intervenne lo zio Gnaro disse: “Che problema c’è? ti porto io”. Da quel giorno e per gli anni a venire divenne il mio primo tifoso ed accompagnatore “ufficiale”.

Con il mitico Zio Gnaro

Il 1979 fu l’anno della svolta. Avevo scelto di tesserarmi con il Cus Ferrara per provare a fare quello che veniva normalmente chiamato “il salto di qualità”, ovvero uscire dalla dimensione locale per testarmi su altri orizzonti. Per me le sedute di allenamento in pista al Campo scuola erano ormai la norma, ma sembrava riuscissi ad esprimermi al meglio soprattutto nei cross e nelle gare su strada, in effetti quando iniziò la stagione delle corse su pista fu un piccolo trauma, quasi che non sopportassi di correre in un anello sempre uguale nemmeno per un chilometraggio limitato, ed era un vero problema, tutti continuavano a ripetermi che per i veri campioni le prestazioni su pista era un passaggio obbligato, impossibile ignorare sia gli allenamenti che le gare sul tartan. Lo sconforto aumentava perché, al contrario, gli altri sembravano gradire il fatto di avere punti di riferimento più precisi, un contatto più diretto con gli avversari, scarpette chiodate leggerissime e aggressive che assecondavano la spinta, ma per me nulla da fare, i tempi che promettevo in allenamento poi non trovavano conferma nelle gare. Ricordo un 3000 metri da juniores, Lenzi non era presente, il giorno dopo al campo naturalmente mi chiese come fosse andata e non fu affatto soddisfatto del mio 8’20, i lavori che facevo in settimana secondo lui avrebbero dovuto dare ben altri riscontri, prese ad alleggiare una domanda che sembrava non avere riposta, come se la mia potenza muscolare non riuscisse ad esprimersi, i cavalli motore andassero in dispersione, né Lenzi né Magnani se ne facevano una ragione.

Di certo in quegli anni si puntava a programmi di allenamento molto intensi, durissimi, sia per qualità che per quantità, non è escluso che a volte arrivassi provato e poco brillante proprio il giorno della gara, ancora forse non era così noto il concetto di recupero come parte integrante della preparazione, nel pieno della preparazione sono arrivato a correre qualcosa come 241 chilometri, per arrivare a livelli di eccellenza si prendevano rischi che ero ben cosciente di correre, e la religione del periodo era “ mettere chilometri nelle gambe” per avere una grande resa finale, noi caricavamo ma a volte forse mancava il tempo di smaltire le tossine nei muscoli e organicamente si rischiava un certo logorio. Detto questo accettavo di mettermi in gioco al massimo, mi era chiaro già allora che la differenza tra una attività amatoriale e una professionistica (o che ambisce a diventare tale) è la sopportazione alla fatica che arrivava a confinare nel dolore. Purtroppo si innescarono delle patologie croniche classiche di una usura sportiva, ebbi una anemia che mi abbassò l’emoglobina sotto i livelli di guardia e mi bloccò all’apice della carriera. Comunque al tempo erano davvero larghissima la base di atleti di livello alto e medio, quindi il campione poteva essere pescato tra tantissimi atleti, stava a noi la scelta se accettare o meno di giocarci tutte le carte fino in fondo, e io avevo scelto di dare il massimo, prima di entrare nel gruppo sportivo militare delle Fiamme Oro, quindi in pratica di accedere al professionismo vero e proprio, lavoravo, quindi mi alzavo alle cinque per affrontare il primo allenamento, prima di fare fino a dieci ore in cantiere, e il secondo allenamento lo facevo la sera

Ma torniamo un attimo indietro…

Arrivò così l’appuntamento dei Campionati italiani Juniores di corsa su strada sulla distanza dei 20 chilometri che si tenevano a San Remo nella primavera del 1979. Formarono una squadra composta oltre che da me anche da Valentino Polonio, Massimo Ferraro e Paolo Benasciutti, quest’ultimo atleta-accompagnatore visto che Lenzi non aveva potuto partecipare alla trasferta. In quel periodo, il professor Francesco Conconi, medico ricercatore dell’Università di Ferrara, noto in tutto il mondo per avere inventato l’omonimo test introducendo negli allenamenti l’uso del cardiofrequenzimetro, modalità che rivoluzionò il mondo dello sport, svolgeva anche attività di nutrizionista a un livello quasi sperimentale. Ci propose quindi la dieta dissociata, che si pensava potesse dare ottimi risultati nell’ideale rilascio energetico nelle lunghe distanze, in particolare in maratona. La dieta era semplice da seguire: i primi tre giorni della settimana solo proteine o quasi, nei rimanenti giorni prima della gara solo carboidrati e zuccheri per fare il pieno di glicogeno nei muscoli, in realtà nel tempo si sarebbe poi scoperto che non dava grossi vantaggi, e il rischio era quello di arrivare troppo gonfi e “ingolfati” alla gara.

Arrivammo al sabato pomeriggio a San Remo dopo un travagliato viaggio in treno, prendemmo alloggio in una stanza con due letti a castello, avevamo davvero pochissimi soldi come fondo spesa, centomila lire in quattro, tutto compreso. Mentre tutti eravamo saturi di pasta e dolci, consumati nell’ultima fase della quasi da averne la nausea, improvvisamente Valentino ci stupì: “Non so cosa darei per un piatto di pasta…”. Visto quel desiderio capimmo immediatamente che aveva interpretato la dieta a zona al contrario… io avevo portato da casa un paio di crostate di frutta per la colazione di tutti e Valentino capito l’errore mangiò una torta intera al termine della cena della sera precedente alla gara che si snodava sul lungomare, sotto un sole cocente e temperatura torrida. Sta di fatto che arrivò secondo assoluto, io terzo e Ferraro sesto, ero partito tranquillo temendo il calo finale e avevo finito bene, ero soddisfatto del piazzamento in quanto ero il più giovane.

Riprese la stagione in pista, portai i mei personali sotto i 15’ nei cinquemila metri e i 9’ nei tremila, ma rimanevo concentrato sulla seconda prova valevole come Campionato italiano sui 15 chilometri che si sarebbe disputata a Cava dei Tirreni in autunno e fu una delusione terribile scoprire che la mia società per problemi economici avrebbe rinunciato alla trasferta, fu quindi lo zio Gnaro a risolvere il problema, mi fece da autista e si sobbarcò tutte le spese, venerdì sera dopo il lavoro, faceva il muratore, mi caricò in macchina e partimmo, arrivammo all’alba, ambedue distrutti. Il sabato recuperai al meglio, la domenica mattina la giornata era bellissima, ero intimorito dal caldo e dagli avversari ma stavo bene, feci gara d’attacco fin dall’inizio questa volta e sfiancai tutti, cinque giri da tre chilometri, l’arrivo era all’interno del campo di atletica, la tribuna era piena, lo zio Gnaro che aveva seguito la gara all’esterno si precipitò a dire il mio nome allo speaker, così che quando entrai allo stadio tutti gridavano il mio nome, la fatica in quei momenti si volatilizza e non toccavo terra, pelle d’oca, la fatica non esiste più. Era il mio primo titolo italiano. I miei genitori dissero a mio zio che volevano rimborsarlo delle spese, ma lui non volle nulla, gli avevo dato una soddisfazione e una gioia che lo ripagavano di tutto. Da notare che poi il giorno dopo non riuscivo a camminare né a indossare scarpe, come se esaurita l’adrenalina il mio corpo mi chiedesse conto. Al mio ritorno in paese trovai una bellissima sorpresa, i miei amici avendo saputo della vittoria mi fecero trovare sulla porta di casa uno striscione: Benvenuto campione. Poi ci fu una festa con tanto di medaglia celebrativa in argento comprata con la colletta dei miei amici. Anche il comune non rimase indifferente e fui premiato in comune dall’allora sindaco Sassoli, alla presenza di tutti gli amici e i podisti della Vigaranese.

Nel 1980 vinsi le prove di Campionato italiano Juniores sia a Bisceglie in primavera che a Conegliano Veneto in autunno.

Bisceglie, Campione italiano di Maratonina juniores, 29/05/1980

In quel 1980 vinsi tanto anche in altre manifestazioni classiche, e va pure detto che il livello di quelle generazioni era piuttosto alto, ritrovai spesso avversari di valore, ma in quell’anno in Italia almeno su strada mi confermai pià volte come il più forte. Ad esempio tra le classiche mi imposi nel prestigioso Giro dei Tre monti di Imola.

Il podio Juniores del Giro dei Tre Monti di Imola con Gavino Garau e Mario Perna

Anche nelle campestri l’anno precedente mi ero fatto notare anche in altri contesti, nelle corse campestri soprattutto, Massimo Magnani, il più forte atleta ferrarese di allora, già campione italiano della 30 chilometri a livello seniores, in quel periodo era tesserato per la Pro Patria Milano, un grosso team che in quegli anni offriva una possibilità professionistica, il presidente, Giuseppe Mastropasqua era una figura di altissimo profilo dell’Atletica leggera italiana, propose un rimborso spese mensile che in partica corrispondeva al mio salario da operaio, pensando che sarei stato utilissimo specialmente nella stagione dei cross. Teniamo presente che allora il titolo italiano di società veniva assegnato tenendo conto dei punti accumulati dalle squadre Junior e Senior. Magnani da sempre, oltre che ottimo atleta aveva doti poliedriche riferite al nostro ambiente, sapeva essere scopritore, motivatore, tecnico, organizzatore… tutte qualità che nel futuro avrebbe affinato fino a diventare Direttore tecnico della Nazionale italiana di Atletica leggera. Fu lui a segnalarmi alla Pro Patria nella quale già al tempo allenava Giorgio Rondelli, uno dei più grandi allenatori di tutti i tempi che avrebbe guadagnato titoli internazionali e titolo olimpici.

Prima gara con la Pro Patria, all’inseguimento di un giovane Francesco Panetta

Io ogni mese versavo la somma dell’ingaggio alla mia famiglia, in fondo quando sei un atleta professionista non hai nemmeno bisogno di soldi per gli svaghi.

Ero concentrato. Si iniziava a fare sul serio.

Frequentavo assiduamente il Campo scuola, iniziò un periodo bellissimo dal punto di vista sia atletico che umano. Correvo spesso con Magnani che diventò il mio consulente e procuratore, gli tenevo compagnia negli allenamenti lenti e meno impegnativi, eravamo ambedue seguiti da Lenzi che oltre che allenare gli atleti del Cus Ferrara aveva in carico anche altri atleti di livello nazionale e internazionale, stava costruendo una leggenda che lo avrebbe portato anch’egli ai massimi livelli federali. Ferrara stava diventando una delle capitali della corsa e non solo a livello nazionali, stava nascendo la mitica Scuola ferrarese di maratona. Io, che non mi ero praticamente mai mosso dal paese presi a vorticare con Magnani tra Milano e le località dove si tenevano i raduni collegiali: Tirrenia in inverno, Asiago in estate, poi gare ovunque, anche in altre nazioni europee. Ebbi modo di incontrare personaggi che erano famosi o che lo sarebbero diventati: Alberto Cova, Venanzio Ortis, Gelindo Bordin, Orlando Pizzolato, Francesco Panetta, Salvatore Antibo, Stefano Mei, Gianni Poli, Alessandro Lambruschini, solo per citare i più noti e di quasi tutti divenni amico, o perlomeno compagno di fatica.                               

Ma appunto, quando le cose si fanno serie, allora aumentano anche le responsabilità e patemi, i passaggi di categoria sono sempre traumatici, la mia comprendeva gli anni 1962/61/60 quindi ero il più giovane e continuavo a sentirmi forte solo su strada e nelle campestri.

Ora la campestre, dal suono così familiare, veniva indicata come cross country come a conferire un respiro meno provinciale e più universale. Ma si trattava sempre di correre forte e il vero punto era che andavano tutti come dei razzi. Ricordo il mio esordio con la nuova maglia della Pro patria in un cross regionale lombardo: alla partenza ero talmente intimidito che pronti via rimasi quasi sul posto, poi cercai di recuperare il prima possibile ma non guadagnavo un metro ed ero al massimo della spinta, pensai che prima o poi avrebbero rallentato, ma si allontanavano sempre più.

Ricordo un episodio curioso: nel periodo delle scuole medie un paio di miei compagni di classe e io partecipammo a una campestre Uisp, come esperienza, prima di affrontare il secondo anno di selezione per i Giochi della Gioventù. Ci accompagnarono ad una campestre organizzata dalla Uisp valevole come trofeo provinciale, un mio compagno che ancora frequento, Stefano Pancaldi detto Tepo, mi chiese la tattica di gara da affrontare visto che io vincevo un sacco le gare, molto ingenuamente gli dissi quella che applicavo io: parti forte e cerca di rimanere davanti tanto poi gli altri rallentano e tu ti puoi rilassare. Il Tepo caricato dal fatto ora anche lui aveva una tattica di gara vincente, conosceva il segreto, pronti via mi si attacca alle caviglie, dopo poche centinaia di metri sentivo il suo respiro sempre più affannoso, poco dopo con l’ultimo soffio di fiato che gli era rimasto mi gridò: ”Ma quando rallentano questi?. Non lo vidi più fino al traguardo, venne risucchiato dal gruppo. Io vinsi la gara ma in quella giornata sicuramente non avevo rafforzato la nostra amicizia.

Ecco, a me in quel cross regionale in Lombardia andò un po’ meglio, dopo metà gara cominciai forse non una vera e propria progressione, ma sicuramente gli altri rallentarono parecchio e portai a casa un buon settimo posto. Come prima esperienza non mi ero piaciuto ma l’allenatore e selezionatore della società, Rodelli, decise di inserirmi nel gruppo dei titolari per i Campionati italiani, la grinta non mi mancava.

Dopo una serie di cross in Lombardia, arrivò il giorno dei Campionati italiani di società, fu un trionfo vincemmo il titolo italiano davanti ai gruppi militari: Fiamme Oro, Fiamme Gialle, Carabinieri… inoltre la vittoria ci consentiva di rappresentare l’Italia alla Coppa Europa di Cross per club.

Il primo titolo italiano di società era conquistato.

L’anno successivo oltre ad un altro titolo italiano di società conquistammo anche un secondo posto nella coppa Europa di cross.

Sempre lo stesso anno vinsi due titoli italiani di corsa su strada a Bisceglie sui 20 chilometri e Conegliano Veneto sui 15 chilometri. In pista scesi a 14’37 nei 5000 metri e a 8’20” nei 3000 metri, presi una medaglia di argento ai Campionati italiani in pista sui 5000 metri e un terzo posto sui 3000 metri, e vinsi moltissime corse su strada.

Venne l’anno del servizio militare, con i tempi ed i titoli conquistati negli anni precedenti il presidente Mastropasqua e Magnani non fecero fatica a collocarmi in un gruppo militare (gli accordi erano che una volta finito il servizio di leva tornassi in Pro Patria), anzi, avevo solo l’imbarazzo della scelta tra Polizia (Fiamme Oro), Finanza (Fiamme Gialle), Carabinieri. Scelsi la Polizia anche se i Carabinieri mi avevano fatto ottime proposte soprattutto per le corse su strada.

Le Fiamme Oro erano presenti soprattutto nei cross nazionali ed internazionali più i campionati di società. Avevamo una squadra stellare: Salvatore Antibo, Stefano Mei, Gianni Truschi… ma incredibilmente con il ritiro durante la gara di Antibo e Mei, il titolo di società andò ancora una volta alla Pro Patria.

Io venni selezionato per il trofeo delle regioni di cross per rappresentare il Veneto.

Iniziò la stagione della pista, io migliorai il mio personale sui 5000 metri in 14’27” a Mestre, mentre nei 3000 metri mi ero stabilizzato sotto gli 8’30”.

Mi sono sempre allenato molto, sia in quantità che in qualità, in media mi allenavo due volte al giorno, macinavo dai venti ai trenta chilometri al giorno ma con l’ingresso presso le Fiamme Oro incrementai ulteriormente gli allenamenti per passare alla maratona. Arrivai a correre quaranta chilometri giornalieri e e durante i raduni inserimmo anche il terzo allenamento quotidiano, ma il risultato fu solo una forte anemia da sport (emoglobina a 11). Non riuscivo più a recuperare.

Non posso di certo essere accusato di essere uno scansafatiche (!), anzi, a tal proposito metto di seguito quello che ho fatto in quel fine settimana di aprile del 1982, da sempre tengo un diario con tutti gli allenamenti e altre note di vita quotidiana, il fine settimana in questione è quello appunto del primato personale sui 5000 metri:

Sabato 17 aprile

Mattina: 9 km di corsa lenta

Pomeriggio: Mestre, 12 km di riscaldamento + allunghi + gara 5000 metri in 14’27 (2’55, 5’50, 8’45, 11’40, 14’27) + 1 km defaticamento

Domenica 18 aprile

Mattina: Gara Fossanova San Marco 11,200 km in 35’ (primo assoluto)

Pomeriggio: 10 km di corsa lenta

Nello stesso periodo era entrata in uso la famosa (o famigerata) autoemotrasfusione legale ed autorizzata dalla Federazione. Moltissimi atleti decisero di approfittarne io no, conclusione mentre gli altri progredivano in quanto potevano incrementare i lavori specifici, i chilometri settimanali e soprattutto recuperavano molto velocemente, io faticavo sempre di più e diminuivano i valori del sangue fino a quando dovetti fermarmi. Non si poteva più andare avanti rischiavo la salute, il mio sangue era poco più che acqua colorata avevo speso tutto.

Decisi così di diminuire con le gare e gli allenamenti ma purtroppo i volumi di lavoro per poter stare al passo con i migliori non potevo più permettermeli feci altre due stagioni con le Fiamme Oro, ma inserendo sempre gare di minor spessore, non era più l’atletica che volevo io.

Sempre nell’anno corrente la mia ragazza, ora mia moglie, rimase incinta e ci trovammo tutti e due a 19 anni senza lavoro e un figlio in arrivo.

Non riuscendo più a competere ad alto livello, con mia moglie presi la decisione di smettere di fare il professionista e iniziare la carriera militare in Polizia, visto i risultati ottenuti in precedenza fui agevolato nel trasferimento da Padova, dove era la sede delle Fiamme Oro, alla Questura di Ferrara a dieci chilometri da casa mia.

Il primo periodo fu durissimo, non avendo mai fatto il poliziotto era tutto nuovo e per me molto complicato.

Come una qualsiasi recluta cominciai dalla base quindi piantone con turni in 5° (sera – pomeriggio – mattina – notte – riposo non sempre)

Il primo anno smisi quasi del tutto di correre mi ero messo il cuore in pace.

Il secondo anno decisi che se mi accontentavo e riuscivo ad organizzarmi con i turni di lavoro potevo ancora divertirmi, negli anni successivi partecipavo soprattutto alle gare su strada e i cross della provincia e regione come amatore e le vittorie e le soddisfazioni non mancavano.

Tra alti e bassi ero arrivato a trent’anni e dopo un infortunio, non riuscendo a correre, decisi di prendere la bicicletta per una passeggiata, feci il giro che di solito facevo di corsa di 15 chilometri circa, arrivai devastato. Premetto che era una vecchia bicicletta da passeggio, ma dopo due giorni passato il dolore al fondo schiena ero di nuovo in bici.

Dopo un mese ricominciai a correre, ma decisi di non smettere con il ciclismo, perché nel frattempo, seppur con tanta fatica, avevo potenziato i muscoli delle gambe e di conseguenza risparmiavo le ginocchia, sempre a rischio a causa di un recente infortunio.

Questa circostanza, che sembrava poca cosa, in realtà accese una sorta di seconda carriera agonistica, sicuramente diversa dalla prima, ma ugualmente degna di nota.

Decisi di farmi un programma di allenamento personalizzato alternando le due specialità per alleggerire i carichi specifici: il fondo lo facevo in bici, meno traumatico, gli allenamenti brevi e di qualità li dedicavo alla corsa.  

Sempre lo stesso anno, il 1992, su una tv locale (Telestense) vidi un servizio sportivo che parlava di una nuova disciplina il Duathlon, erano due discipline suddivise in tre frazioni corsa, bici, corsa. Decisi di provare avendo saputo che disputavano gare amatoriali in provincia.

Il problema era che mi mancava la bici da corsa, fu allora che ritornò lo zio Gnaro, dicendo: non c’è problema ti presto una delle mie, quindi adattammo la bici, in quanto era di una misura molto più grande, e partecipai al mio primo duathlon in località San Venanzio di Galliera. La distanza era abbordabile, un giro di 3 chilometri di corsa, un circuito in bici di 20 chilometri e altri 3 chilometri di corsa finali.

Eravamo davvero agli esordi, nessuno forse aveva ancora le idee chiarissime, alla partenza non capivo bene nemmeno chi era vestito nel modo giusto: c’era chi privilegiava la tenuta da ciclista, chi da podista…

Pronti via tutti a razzo come i pazzi, io non volendo esagerare visto che sapevo quello che mi aspettava, controllai la gara e cambiai terzo nella prima frazione, poi litigai con il casco, la bici e le gabbiette dei pedali e finalmente mi misi in sella, pedalavo a tutta ma continuavano a sorpassarmi di continuo, anche in gruppo, il regolamento diceva che non si poteva stare in scia, ma pensai che in fondo, essendo una gara amatoriale non occorreva essere troppo fiscali. Dopo una fatica disumana, scesi dalla bici intorno alla ventesima posizione e mi dissi: “Ora vi faccio vedere io.” Penso di non avere mai avuto delle sensazioni sportive così orrende come alla ripartenza della corsa dopo la bicicletta, avevo perso la sensibilità delle gambe, andavo solo in alto con le ginocchia senza riuscire a coordinare i movimenti, praticamente pedalavo senza la bici, il percorso iniziava con una semicurva molto ampia sulla destra io non riuscivo nemmeno a curvare! Dovetti fermarmi un attimo e ripartire con calma, dopo un chilometro circa ricominciai a correre, in pratica ciabattavo, non andavo da nessuna parte, alla fine arrivai terzo, morto, ma contento.

Analizzando a freddo la gara mi fu chiaro che due forze contrastanti non andavano d’accordo, concentrica la bici, eccentrica la corsa, occorreva allenare soprattutto l’allenamento combinato bici-corsa.

Dal lunedì mi programmai per dei mini combinati per l’adattamento.

Sistemai meglio l’assetto della bicicletta, avendo solo corso a piedi in tutta la mia vita avevo sviluppato solo la muscolatura del podista, quindi portai tutta la sella in avanti e praticamente “correvo” sulla bici. I veri ciclisti dicevano che prendevo a calci la bici, ma in quella posizione davo il meglio di me ed andavo pure forte.

Il sabato seguente ero già in gara in un altro duathlon a Jolanda di Savoia, distanza sempre sprint 3-20-3 partii a palla nella corsa, spinsi a tutta in bici e con le forze che mi rimanevano conclusi la corsa. Belle sensazioni dalla partenza all’arrivo, sempre e solo primo assolto. Mi appassionai al punto tale che tutte le gare che trovavo in zona cercai di parteciparvi turni lavorativi permettendo.

Nel corso della stagione vinsi quasi tutte le gare di duathlon cui presi parte, mi sentivo pronto per il salto di qualità.

Mi informarono che esisteva un vero e proprio circuito di gare organizzato dalla federazione F.I.TRI (Federazione      Italiana Triathlon) in quanto il duathlon non era riconosciuto come prova olimpica, e che esisteva un calendario con tanto di titoli italiani assoluti e manifestazioni internazionali, per lo più il panorama era dominato da ex podisti di livello alto o altissimo, come nel caso di Orlando Pizzolato, che aveva accettato la nuova sfida al termine di una carriera favolosa, e triatleti quasi puri come Umberto Guidetti, Maurizio Medri e Danilo Palmucci.

Con Gelindo Bordin e Orlando Pizzolato

Per prima cosa cercai una squadra per il tesseramento idoneo a partecipare a queste gare, anche in questo caso, visti i risultati delle gare precedenti, non ebbi problemi. Mi accasai al Triathlon Ferrara, ottenni ottimi risultati in tutte le gare cui presi parte, il problema più grande erano gli spostamenti, si gareggiava in tutta Italia e con il mio lavoro dovetti arrivare a dei compromessi di turni assurdi, ma per me ne valeva la pena (un po’ meno per i miei familiari). Avevo ritrovato le motivazioni l’entusiasmo e la grinta dei vecchi tempi.

Fissarono i campionati italiani assoluti il 17 ottobre di quel 1993 ad, Imola, all’Autodromo Dino Ferrari, le distanze erano 5 chilometri di corsa (un giro dell’autodromo), due giri in bicicletta sul percorso del Giro dei Tre monti e un altro giro finale dell’autodromo.

Per chi conosce i percorsi di cui parlo sa benissimo che sono molto duri con salite ripidissime e discese a rompicollo, io abitando a Vigarano e non avendo la possibilità di allenarmi su percorsi tortuosi e mi inventai gli allenamenti di forza alternativi. Usavo dei rapporti quasi sempre molto duri e controvento simulavo le salite.

Per la corsa inserivo le ripetute sui cavalcavia più lunghi che trovavo.

Ora mi mancava la tecnica in bici, soprattutto in discesa, per le salite non era un problema di forza ne avevo fatta tantissima.

Ma non era ancora una disciplina conosciuta e c’era tutto da inventare, fu allora che chiesi aiuto all’amico Massimo Magnani, anche lui neofita della disciplina, ma molto più esperto di me, e mi fece un programma specifico per i Campionati italiani di Imola.                                        

Non ero sicuramente io il favorito della gara, ero l’ultimo arrivato, non avevo mai fatto una gara di duathlon con quelle pendenze e sapevo benissimo che molti atleti più accreditatati si erano allenati sul percorso gara parecchie volte essendo quello il primissimo Campionato italiano assoluto della specialità, valevole per i Campionati europei e mondiali della stagione successiva.

La partenza era davanti alle tribune del gran premio di Formula 1 con relativa zona cambio corsa-bici-corsa, eravamo tantissimi io da profano non avevo le scarpette da ciclista ma le scarpe da corsa con le gabbiette ed una bici (sempre dello zio Gnaro) molto più grande della mia misura e modificata da me.

La partenza fu a razzo e mi trovai nelle retrovie, già dopo la prima salita cominciai a raccogliere i primi saltati in aria, arrivai alla zona T1 in 20° posizione, al cambio corsa bici non persi tempo non dovendo cambiare le scarpe (tutti dicevano che senza l’aiuto delle scarpe da bici non sarei riuscito a competere con gli altri in salita e mi sarebbero venuti i crampi) ma io non le avevo mai portate… Inforcata la bici via a testa bassa iniziai a recuperare un atleta dopo l’altro, alla fine del primo giro avevo preso quasi tutti i migliori, ma in discesa facevano la differenza.

Decisi di sparare tutto sulle salite del secondo giro, ad un certo punto vidi solo una macchina davanti a me con la telecamera e tutto il pubblico a bordo strada che esultava, ero in testa alla gara, ora c’era da affrontare la discesa, brutta bestia, mi buttai senza toccare quasi i freni seguendola traiettoria della macchina della giuria con relativa telecamera facendo dei numeri pazzeschi ma solo perché non sapevo guidare la bici. Arrivato in zona T2 con gli atleti più esperti a pochi secondi, non ripersi tempo con le scarpe e guadagnai subito una decina di secondi, mi sembrava di morire dalla fatica ma era talmente eccitato dall’andamento della gara che non mi voltai mai indietro, andando a tutta, non avevo niente da perdere io…

Arrivato sul rettilineo finale sentii il boato della gente che stava sulle tribune e a bordo strada, mi voltai per vedere il vantaggio che era aumentato, quel punto cercai fra il pubblico mia moglie e mio figlio e gli dedicai la vittoria. Eravamo stati ripagati di tutti i sacrifici fatti durante la stagione.

Ero diventato il primo Campione italiano Assoluto nella storia del Duathlon.

L’anno seguente, entusiasta, iniziai a prepararmi per la nuova avventura: Campionato europeo, mondiale e italiano. Presi gli accordi con il commissario tecnico della nazionale di Duathlon Stefano Medici e presa conoscenza che le distanze a livello europeo erano raddoppiate e quindi si andava a 14-60-7, mi fu subito chiaro che avrei dovuto incrementare le distanze in allenamento.

Purtroppo esagerai con i carichi di lavoro e, sommati ai turni di lavoro, mi infortunai un mese prima dei Campionati italiani di Ostia Lido. Con solo una settimana di allenamento nelle gambe decidemmo di correre comunque, scelta sbagliatissima dopo appena un chilometro di corsa mi strappai il polpaccio sinistro. Fermo due settimane, mi rimanevano solo due settimane per il Campionato europeo in Finlandia. Il selezionatore della nazionale era intenzionato a portarmi anche se non ero in forma, ero un uomo squadra.

A questo punto devo ricordare e ringraziare il dottor Marcello Cellini che conobbi nel periodo del Cus Ferrara, mi prese in cura e ci mise tutta la sua professionalità per farmi correre e ci riuscì. Purtroppo non ero del tutto guarito.

Con il dottor Cellini diventammo molto amici, e lo siamo tuttora, quando ancora oggi incorro in qualche infortunio lui e il fisioterapista Francesco Gallini sono sempre molto disponibili nei miei confronti.

Armi e bagagli si parte per l’Europeo, ma i dolori non erano passati e la condizione era molto precaria. Premetto che in Finlandia era estate e ci si vedeva tutto il giorno e la notte solo per un paio d’ore imbruniva. Due giorni prima dell’evento facemmo l’ultimo lungo in bici con relativa corsetta finale sotto il sole e un caldo molto secco.

Io ho sempre sofferto di sinusite cronica, per poter dormire dovevo tutte le notti spruzzarmi del Vicks per liberare le narici, il clima all’estremo nord era talmente secco rispetto all’umidità della mia zona che appena sceso dall’aereo mi sembrò di respirare ossigeno puro e, incredibile ma vero, da quel 1994 non ho più usato spray. I medici mi dissero che mi si erano seccate le mucose nasali.

Il giorno prima della gara nubi e vento fresco, il giorno della gara bufera di vento pioggia e nevischio, il vento era talmente forte che volarono via tutte le transenne, i ristori e la zona cambio vennero spazzate via, dovettero improvvisare la zona cambio all’interno della palestra cosa mai successa né prima né dopo la storia del duathlon.

Nelle mie condizioni era impensabile non farsi male, infatti subito dopo la partenza una fitta più forte della precedente nello stesso punto mi lacerò il polpaccio.

Ci fu il 90% dei ritirati della spedizione italiana un solo vero e proprio “eroe” arrivò al traguardo, 6° assoluto.

Le ambulanze facevano la spola con l’ospedale, moltissima gente in ipotermia e stravolta. Ci furono dei dispersi per parecchie ore nei boschi dove si correva la frazione di corsa finale, Vuokatti, la località dove si svolgeva la gara, è all’estremo nord, vicino al Polo nord. Fortunatamente ci furno tanti contusi ma nessuno gravissimo.

Tornato a casa mi misi il cuore in pace visto che il doppio infortunio mi aveva portato via metà polpaccio sinistro.

Seguì una lunga e lenta riabilitazione per provare a ricostruire la parte muscolare mancante ma più di tanto non si poteva fare.

Ripresi l’anno dopo con le gare amatoriali vincendo il titolo italiano amatori di Duathlon sprint, ma senza la potenza e la resistenza che avrei voluto avere a disposizione.

Anche l’anno seguente, pur con tanta volontà il tono muscolare non aumentava più di tanto, dovetti inventare un allenamento alternativo se volevo essere di nuovo competitivo a livello nazionale.

Il 1996 era l’anno dei Campionati mondiali di duathlon a Ferrara…

Il mio programma di allenamento è sempre stato impostato sulla forza da trasformare in “velocità” o brillantezza che dir si voglia. Con quel tono muscolare rischiavo di infortunarmi sempre più spesso, quindi presi la decisione di lavorare sull’agilità.

Fu una fatica pazzesca, non ero abituato, mi sembrava di essere un frullatore ed ero sempre nello stesso punto, mi sembrava di essere fermo.

Un po’ alla volta anche quello diede i suoi frutti, i tempi miglioravano ed ero stato inserito nella Nazionale Assoluta per il Mondiale, partecipai quindi a tutti i raduni facendo i salti mortali con i turni e usando tutte le ferie.

Alla vigilia del Mondiale, durante l’ultimo raduno, il commissario tecnico mi disse che visto che non c’era possibilità di prendere una medaglia a livello assoluto da parte di nessuno dei componenti della squadra, avrebbe puntato su di me per i mondiali di categoria, io a malincuore accettai, ma sapevo benissimo che le regole del “gioco” erano diverse, nella frazione in bici era ammessa la scia… questo voleva dire che il più forte tirava e tutti si accodavano per sparare tutto nell’ultima frazione.

Alla partenza ero concentrato al punto giusto, ma consapevole di quello che mi aspettava, dopo una prima frazione di corsa “tranquilla” arrivai in zona T1 in 30° posizione, inforcai la bici e partii a razzo, continuavo a superare gente, ma quasi tutti si accodavano. A metà frazione di bici ero in testa e cercai in tutti i modi di scrollarmi di dosso gli avversari ma visto il percorso senza nemmeno un cavalcavia era un’impresa impossibile. In zona T2 arrivammo in un gruppo di circa venticinque atleti che appena toccarono terra “volarono” via, io che ero abituato a fare la differenza in bici mi trovai ultimo del gruppo perché dovevo recuperare più degli altri e quando mi ripresi era ormai troppo tardi per le prime posizioni arrivai 18°.

L’anno dopo inserirono la scia anche per le squadre élite, quindi a meno che non ci fosse un percorso con parecchie salite non si poteva più fare la differenza in bici.

Cercai di riadattarmi con gli allenamenti, ma fu dura.                                

Verso la fine di stagione decisi di prendere parte ad un duathlon sprint 7-30-3 a Parma, presso il Campus Universitario. La frazione in bici si snodava sui colli, percorso a me gradito. Cambiarono percorso in bici, dopo essere arrivato intorno alla 5° posizione in T1 partendo con una serie di strappi alla morte in bici mi ritrovai in testa dopo pochi chilometri, il percorso era pianeggiante, andata e ritorno, dopo il giro di boa incrociando gli avversari vidi il peggio del peggio a livello sportivo. Un motorino tirava il gruppo degli inseguitori dopo avergli urlato contro e non vedendo nessun giudice sul percorso smisi di pedalare, arrivai in zona T2 dopo il gruppo inseguitori presi le mie cose in zona cambio andai alla macchina e tornai a casa. Quell’episodio fu davvero il colpo di grazia.

Per me era finita l’avventura duathlon a livello federale.                                      

Smaltita la rabbia continuai ad andare in bici saltuariamente e mi dedicavo di più alla corsa, continuavo a gareggiare a livello amatoriale sia nei duathlon che nella corsa. Vinsi parecchie gare durante le stagioni successive.

Il 15 marzo 1997 ebbi un incidente nei pressi di Ferrara in località Borgo Scoline, mentre mi stavo allenando in bicicletta una donna che guidava un Espace mi tagliò la strada, feci di tutto per evitare lo scontro, ma l’impatto al suolo fu disastroso, andai letteralmente a pezzi: mi ruppi una clavicola, trauma maxillo facciale, varie costole incrinate, e altri traumi in varie zone del corpo. Fui sottoposto a un intervento delicato per lo sfondamento dello zigomo destro e in altri punti del viso, ne venni fuori malandato, trecento punti in testa, cento punti in bocca di sutura e mi applicarono fili di titanio tutt’ora presenti in testa per trattenere la scatola cranica crepata in due parti. Al termine di una lunghissima degenza in ospedale iniziai una lunghissima e dolorosissima riabilitazione. Dopo un anno di malattia e riabilitazione ritornai al lavoro ma non potendo più fare i servizi operativi fui inserito nei ruoli tecnici della polizia di stato. Feci la visita medico sportiva ed ottenni l’idoneità a fatica, visto che avevo un 20, 25% di invalidità.

Nemmeno questo infatti mi fermò, mi rimisi in gioco e dopo un anno vinsi il Campionato italiano di duathlon amatori UISP, un anno ancora e vinsi pure il Campionato italiano Age Group m4 di duathlon a livello F.I.TRI a Lona Lases in Trentino. In realtà quel giorno non avrei nemmeno dovuto gareggiare, fu la società a convincermi, avrei dovuto solo accompagnare due atleti che stavo seguendo: Marina Zanardi che vinse la prova femminile e Federico Soriani che arrivò secondo.

L’ultima gara che disputai di duathlon fu a Medicina nel 2005, nel bolognese, un ultimo colpo di coda, ero ormai Master over 40 e allenavo già parecchi atleti e duathleti. Fu un’ottima occasione per seguire direttamente in gara i miei atleti, arrivai 2° assoluto e 1° master. Ma la soddisfazione fu enorme perché il 1° assoluto era un atleta seguito da me, Alex Magagnoli, e lo accompagnai fino alla fine. Anche la prima donna era una mia atleta, Ljudmila Di Bert . In tutto credo di avere allenato oltre centoventi atleti, tra corsa, duathlon e triathlon, e con ottime soddisfazioni seppur indirette in questo caso.

Attualmente gareggio come amatore nelle manifestazioni podistiche della zona ferrarese senza particolari aspettative agonistiche. Sto bene e mi diverto tra gli amici di una vita e nel mio ambiente naturale, quello sportivo.

Alla fine posso dire di aver tramesso le mie esperienze ad altri atleti, quasi sempre più giovani, ho reso quello che la vita sportiva mi ha regalato, e penso di essere diventato a mia volta sia motivatore che allenatore.

RINGRAZIAMENTI

Ai miei genitori, a Giacomo Mastellari, (detto Giacumon) Mazzoni Ferdinando, Umberto Mattarelli (presidente G:P: V:) Mazzacurati Roberto (detto Gnaro), Gianpaolo Lenzi (allenatore) Massimo Magnani (allenatore e motivatore) Giorgio Rondelli (allenatore) Francesco Gallini (fisioterapista) e al dott. Marcello Cellini, a moglie e mio figlio.

Le società: G.P.V. di Vigarano Mainarda, il C.U.S. Ferrara, la Pro Patria Milano, le Fiamme Oro, la Folgore Cona, Triathlon Ferrara, Atletica e Triathlon Gabbi, Triathlon Novara, Triathlon Forlì, Triathlon Granarolo, Atletica Doro, Polisportiva Quadrilatero.

RINGRAZIAMENTI AGLI SPONSOR

Possono sembrare dettagli, come può apparire bizzarro iniziare da questi punti, ma nulla succede per caso, per fare il nostro sport a livelli di eccellenza nulla può essere lasciato al caso e un minimo di tranquillità economica diventa indispensabile.

Il mio primo sponsor nel 1979 arrivò per merito di Massimo Magnani, mi presentò a Giuseppe Cindolo, atleta di livello internazionale, medaglia di bronzo ai Campionati europei di Roma del 1974 nei 10000 metri, primo italiano a scendere sotto il muro dei ’29 su questa distanza, più volte Campione italiano e Primatista italiano anche di maratona, 2’11”45 ottenuto nel 1975 a Fukuoka, furono solo i tendini a tradirlo nell’anno seguente, nella maratona olimpica di Montreal. Cindolo a fine carriera aveva da poco lanciato sul mercato una nuova linea di abbigliamento, la MEC SPORT. Mi inserì tra le giovani promesse e mi fornì l’abbigliamento tecnico completo per quanto riguardava l’abbigliamento, alle scarpe me le passava Massimo Magnani che al tempo aveva un negozio, erano le prime Tiger, marca che poi sarebbe diventata l’Asics, le canoniche due paia per gli allenamenti e uno di leggere per la gara.

Prima gara “sponsorizzato”

Ricordo con affetto questi primi piccoli ma preziosi aiuti quando ero ancora giovanissimo, una speranza che poi fu mantenuta visto che vinsi il titoloitaliano di Maratonina a Bisceglie nel 1979. Quando passai a team di punta del panorama nazionale, come la Pro Patria Milano e le Fiamme Oro, ovviamente fui sollevato da qualunque preoccupazione economica. 

Una volta lasciato il mondo professionistico e non essendomi di certo arricchito, si ripropose il problema di sempre, mi rimisi in gioco e diventai una sorta di procuratore di me stesso. Avendo una forte muscolatura oltre ad ottenere buoni riscontri sui cross mi scoprii anche piuttosto dotato per la biciletta. Venne quindi facile il passaggio ad uno sport al tempo emergente che accoppiava per la prima volta queste due discipline aerobiche. Nel 1993 vinsi la prima edizione dei Campionati italiani che si disputarono a Imola tra il circuito automobilistico, la partenza e i cambi erano davanti ai box, e il percorso della classica su strada Giro dei tre monti, la bicicletta me l’aveva prestato mio zio Roberto detto Gnaro, per fortuna per il primo arrivato una ditta di Torino aveva messo in palio un telaio, mi fornirono quindi una prima bicicletta specifica da triathlon con le famose ruote 26’, vinsi praticamente quasi tutte le gare successive. Per il titolo italiano il Comune di Vigarano Mainarda, allora il sindaco era Bellini, oltre a premiarmi mi assicurò un piccolo aiuto economico grazie anche all’intercessione di Giacomo Lunardelli, patron di società ciclistiche.

L’anno seguente cambiai società ed approdai alla Gabbi Ponteggi di Nerio Morotti, con il quale feci un contratto di premi gara, materiale tecnico e rimborsi spese. Furono anni fantastici, vinsi tantissimo e anche economicamente le cose si erano messe al meglio.

Nello stesso periodo mentre continuava la collaborazione con tutti gli amici citati in precedenza, ebbi aiuti anche da persone del territorio: Francesco Gallini che allora aveva uno studio fisioterapico in paese decise di sostenermi, come gli amici e Roberto Mazzacurati detto Gnaro, imprenditori edili.

Nello stesso periodo feci un contratto con scarpe ed abbigliamento con MIZUNO tramite Stanghetto che mi conosceva dai tempi delle Fiamme Oro.

Altro sponsor tecnico cui debbo molto è Carlo Borghi, del negozio Borghi Bike con il quale ho gareggiato anche qualche stagione con le sue MTB per i duathlon cross e le gran fondo di MTB.