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Factory Fattori | 27 Settembre 2020

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SPAZZATE SASSATELLI

SPAZZATE SASSATELLI
Saverio Fattori

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Quella di Ortis fu una bella anticipazione dei successi azzurri che sarebbero arrivati anni dopo, una cometa che sembrava indicare la strada futura. A me sembrava un bel presagio, nei giorni praghesi io vinsi una mini camminata a una quindicina di chilometri dal mio paese, a Spazzate Sassatelli, un nome curioso, inspiegabile a dire il vero, chi aveva potuto dare un nome così assurdo a quel grumo di case raccolte attorno a un ristorante-pizzeria famoso per una pessima pajella? Il mio premio era stato un medaglione enorme color oro, era appunto questo che mi era parso di buon auspicio per il mio futuro, anche io avevo la mia patacca gialla al collo. Pure questa una anticipazione. Avevo undici anni, un’età nella quale dormire con un medaglione sotto il cuscino non è da considerare patologico. Comunque tutto si stava spostando verso est, est Europa, anche il mio paese era girato da quella parte, dopo gli Europei cecoslovacchi nel 1980 le Olimpiadi si sarebbero svolte nell’Unione Sovietica, e a me gli atleti che venivano da quella parte mi piacevano, esibivano quella solidità che a me mancava, la prima volta che notai la canottiera rossa con al centro in alto il simbolino falce e martello cinta da una coroncina (altro che coccodrillo) in realtà la indossava un atleta la cui Nazione era girata da un’altra parte, la indossava un po’ per vezzo in un meeting internazionale, non avrebbe naturalmente mai potuta indossare in una manifestazione come le Olimpiadi o i Campionati europei, Steve Ovett era un altro da mettere sotto osservazione, da emulare negli atteggiamenti un po’ estrosi e quella classe cristallina che invece, canotta a parte, era davvero molto inglese, non nel senso di the alle cinque, nel senso di nobile distacco dagli affanni terreni. Se vinceva pareva un fenomeno naturale. Se perdeva quel sorriso rimaneva beffardo, ben aperto sotto la barba incolta. Il suo avversario di sempre Sebastian Coe, sempre inglese, la barba la teneva sempre fatta, e quella faccia da eterno bimbetto pareva la mia, che intanto anche verso gli anni Ottanta ancora non sviluppavo, quindi io volevo essere altro. Una volta Ovett perse una gara perché aveva iniziato a salutare il pubblico sulla retta d’arrivo con troppa sicurezza e un cinghiale lo aveva rincorso e superato nel finale, poteva sembrare un atteggiamento poco rispettoso degli avversari, arroganza pura, ma sono quelle sconfitte che servono solo a confermare la superiorità degli Dei.