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Factory Fattori | 29 Settembre 2021

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SELF CONTROL

SELF CONTROL
Saverio Fattori

Murakami Haruki

Capita che mi ritrovi a corto di idee per l’editoriale mensile, capita in questi giorni, ti senti un po’ svuotato dopo la burrasca del Covid 19, burrasca non ancora placata, ma è come e tutto perdesse un po’ di senso, se la nuova Era ancora non fosse iniziata e il passato ancora non si presenta come tale, e la fase di transizione è un piccolo stallo. Sono quindi andato a letto dopo aver mangiato un po’ pesante e il mio cervello e il mio fegato hanno elaborato una bizzarra soluzione: ho sognato Orlando Pizzolato, direttore di questa stessa rivista(!) e in sogno ero appunto preoccupato per questa crisi di idee, e ho affidato a lui, in forma di Oracolo, la soluzione del problema. L’ho interpellato e in sogno gli ho fatto una domanda strana, molto strana, gli ho chiesto se conosceva il caso di qualche atleta di grande talento che avesse perso la strada dell’atletica di altro livello per inseguire un amore, un amore disperato, di quelli che minano il corpo e la mente e ti debilitano, che ti distraggono dalla voglia di faticare in pista, oppure un amore appagato, felice, di quelli totali che ti toglie ogni velleità, la fame per altre soddisfazioni.  Ma questo è un argomento tabù, nemmeno in sogno Orlando Pizzolato mi ha dato tracce, indizi, nomi eccellenti o ingoiati dal tempo su cui indagare. Come se l’atletica dovesse rimanere pura, non intaccata da altre funeste passioni. Insomma, Pizzolato ha cambiato discorso e poi del resto del sogno non ricordo nulla, come spesso nei sogni che sbiadiscono al mattino. Ricordo solo questa forma di pudore, di riservatezza, questo passare ad altro discorso, boh forse tabelle di allenamento o esercizi mirati per prevenire chissà quali infortuni.

Capita che ho pubblicato un libro che sembra davvero non aver nulla a che fare con il mondo della corsa, un mondo che deve appunto rimanere puro e incontaminato, invece il mio libro parla di zone oscure, di droga e altre dipendenze. Terribile. Capita che però un caro amico ed ex atleta di livello molto alto mi scrive in privato e mi dice che nei suoi anni almeno un collega altrettanto forte si era trovato molto attiguo a quei gorghi, negli Ottanta non c’erano solo i lustrini di Videomusic, e che poi forse proprio l’amore per l’atletica, i primi successi e le amicizie più sane, l’avevano tirato fuori da guai grossi.

Capita che ho riletto L’arte di correre di Murakami Haruki nei giorni della quarantena, lo ricordavo come un libro autobiografico piuttosto noioso ma con belle annotazioni sull’arte della scrittura (più interessanti di quelle dedicate alla corsa), comunque non all’altezza delle sue prove di narrativa pura come Dance dance dance o Norvegian wood. Il problema è che è lui stesso a definirsi una persona molto metodica e tutto sommato prevedibile, in controllo totale sulla propria vita, come molti maratoneti, e in patria sembrano rimproverargli questo salubre rigore, fare arte dovrebbe essere un’attività “malsana” a cui possono dedicarsi con successo solo persone dissolute e per nulla inclini a preservare negli anni un corpo forte e sano, anzi, spesso devoti al mito dell’autodistruzione. Murakami dà conto di questa anomalia, ma racconta che anche dentro di sé permangono stati d’animo che lui stesso definisce “tossici”, zone d’ombra, ma le sa gestire:

…se speriamo di scrivere a lungo e in maniera professionale, dobbiamo costruirci un sistema immunitario specifico che possa quel pericoloso, se non fatale, elemento tossico che abbiamo dentro di noi. Riusciremo così a trovare un antidoto più efficace contro un veleno tanto potente… Un’energia che dobbiamo cercare da qualche parte. E dove possiamo trovarla, se non nella nostra forza fisica di base?

Credo che questa filosofia ce la possiamo rivendere e adottare pure noi, anche se non siamo scrittori di fama mondiale, non si tratta di negare la complessità della natura umana, di ostentare uno smile 😊 appiccicato in faccia sempre, si tratta di gestirla nel modo migliore possibile e correre non è poi così male in fondo.

Articolo già uscito sul mensile Correre