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Factory Fattori | 31 Gennaio 2023

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FRANCO BOFFI

FRANCO BOFFI
Saverio Fattori

Franco Boffi

Franco Boffi lo incontro a cena in un ristorante poco fuori Bologna, non ha più la criniera da leone, ma è ancora più segaligno di come lo ricordavo, “tirato” direi, così si è soliti indicare gli sportivi con poco grasso addosso. La sua è una di quelle storie lunghe e articolate arricchita da aneddoti che riemergono piano piano piano e sempre più fitti anche grazie a Gavino Garau, altro ex ragazzino terribile del gruppo atleti dei Carabinieri Bologna.

Tutto parte dalla campestre di Istituto e arriva a una partecipazione olimpica, in mezzo c’è una vita vissuta da protagonista nell’atletica italiana, e sono gli anni d’oro della nostra corsa di resistenza. È un’avventura che parte nel 1976, è il mitico maresciallo Gennaro D’Angelo del Gruppo sportivo dei carabinieri Bologna a notarlo appunto in queste prime campestri che poi lo vedranno arrivare decimo a un finale nazionale di Giochi della Gioventù.

Franco ha un fisicaccio, altezza sopra la media, un metro e ottantacinque per settanta chili, una cassa toracica che pare un container, ma ancora non si allena davvero, come tanti ragazzini ama il calcio, D’Angelo sta facendo un piccolo laboratorio di giovanissimi non ancora arruolabili ma tenuti in rampa di lancio, magari buoni come criteristi da impiegare nelle competizioni riservate ai gruppi sportivi militari e non lo molla di certo uno così.

Franco inizia a frequentare la pista nera di trecento metri del centro sportivo Carabinieri Bologna in Via delle Armi 2, tra i ragazzini che incontra e che deve affiancare nei lavori in pista c’è anche un giovanissimo Daniele Menarini, vicedirettore di questa rivista.

I grandi da emulare sono Claudio Solone e Luigi Lauro, Donato D’Agostino, e durante le uscite di fondo lento o medio li affianca, è già tempo di bigiornaliero. Più avanti sarà lui ad accogliere i più giovani, gente come Gavino Garau e Guido Gennicco, Edoardo Zagni che già stanno ottenendo buoni risultati tra gli Allievi. Boffi è più vecchio, classe ’58 e diventa presto una sorta di congiunzione tra due ere. Il suo talento esplode, D’Angelo lo vuole veloce, da 400 e 800, in effetti piazza subito un 800 metri da 1’50, forte, troppo per le gare tra gruppi militari, entra nelle liste nazionali e direttamente in rampa di lancio.

Franco Boffi e Claudio Solone

È un periodo strano, di transizione, solo pochi anni prima i “veri” atleti sono tenuti a esprimersi al massimo in poche gare: i grandi appuntamenti di pista, nel periodo estivo, e l’attività di cross in quello invernale. L’atletica che conta pare concentrarsi lì, le prime corse su strada vengono fatte di nascosto, D’Angelo si arrabbia, perché poi i lavori in pista devono venire bene in settimana, eppure queste battaglie domenicali non sembrano togliere brillantezza a quegli atleti giovani e di talento, anzi, possono affinare ancora più le armi del mestiere e danno solidità. Alla fine degli anni Settanta, inizio Ottanta, nascono o crescono le prime classiche su strada, la formula vincente che mette ai nastri di partenza atleti fortissimi e amatori, e nessuno si potrà più sottrarre al richiamo dell’asfalto, ed è lo stesso D’Angelo a chiedergli di rappresentarli alla Strabologna, al tempo fu un orgoglio, per lui giovanissimo e bolognese, vincere la prima edizione on Garau a seguirlo in bicicletta. È una girandola di gare su ogni distanza, dai 400 metri in pista fino alla maratona corsa per fare punti per la squadra e conclusa comunque sotto le due ore e mezza con spirito di abnegazione militaresco.

I miglioramenti in pista sono continui, e nei cross il Cavallone si difende benissimo, non passa certo inosservato anche se in Italia sono davvero tanti a correre forte, nel 1982 arriva quindi alla corte di Giorgio Rondelli. Non sarà un distacco indolore per il maresciallo, il Cavallone, come lo chiamava lui ma nella sua inflessione meridionale, è quasi una fuga quella dalla caserma con il maresciallo a gridargli Gaglioffo, tipica sua espressione. Boffi si congeda e inizia l’avventura milanese, è la scelta giusta, alla Bovisa dividerà la camera con un giovane Francesco Panetta. Sono tanti gli atleti che stanno crescendo in fretta, è un gruppo fantastico, la Pro Patria, anche grazie alla Pierrel ha forza economica, il presidentissimo Beppe Matropasqua sa come muoversi con gli sponsor e i media, ma è una scommessa, i risultati devono arrivare. E arriveranno. Per Franco Boffi è l’inizio di sedici anni di professionismo nel pianeta corsa. Quando il Maresciallo lo rivedrà nelle varie manifestazioni in giro per l’Italia, a vincere non sarà il rimpianto, ma la felicità di averlo scoperto lui quel giocatore di pallone che abitava poche vie sopra la caserma, una fortuna da valorizzare al meglio.

Il gruppo di allenamento milanese è un dream team vero e proprio: Alberto Cova, Francesco Panetta, Marco Marchei, Gianni Demadonna, Gaetano Erba, Marco Gozzano, Severino Bernardini, Davide Bergamini. Sono chilometri macinati all’interno dell’Ippodromo di San Siro, anello esterno, e sulla pista dell’impianto di Via XXV Aprile, e mi sembra di sentirli i passaggi urlati da Rondelli elettrizzato da quella cavalleria indiavolata, tanta qualità, spesso diventano quasi gare certi allenamenti, ma anche tanta quantità, carichi non facili da sostenere, ma se ne esci sano e salvo sei l’élite, e lo sei nella golden age per il nostro Paese, stiamo diventando i Re delle lunghe distanze, ci cono varie scuole di pensiero, oltre Rondelli c’è Luciano Gigliotti a Modena, Gaspare Polizzi a Palermo, Giampaolo Lenzi a Ferrara.

Franco Boffi è lì, nell’epicentro, al posto giusto nel tempo giusto. Tutto sta per succedere. E come tanti altri atleti importanti che ho provato a raccontare, anche lui pare cosciente di quanto sia determinante ogni dettagli e tutto è riportato fedelmente su diari scritti a penna e corredati da ritagli di giornale e foto.

L’intuizione di Rondelli è quella di dirottare Boffi sui 3000 siepi, ma saranno innumerevoli i risultati di valore in ogni contesto, tante sono le maglie azzurre ai Mondiali di cross (miglior risultato nel 1985, 23° a Lisbona), non c’è grande manifestazione internazionale alla quale non partecipi: Campionati europei indoor, Universiadi (Oro a Kobe nel 1985 nei 3000 siepi), Olimpiadi di Los Angeles nel 1984 e i Campionati mondiali di Roma del 1987. In questa magica occasione gli viene chiesto di fare da lepre a Panetta, di impostare da subito la gara velocissima per lanciare un Panetta in una forma strepitosa, il C.T. Enzo Rossi gli promette anche un bonus di cinque milioni di lire per questo compito non facilissimo, Boffi avrebbe accettato comunque, passa 2’42 ai mille metri, ma inevitabilmente paga lo sforzo e la sua gara è un piccolo sacrificio, ma non c’è nessun malanimo, erano cose perfettamente nella norma e ne parla senza alcun problema. Il pubblico dello Stadio olimpico di quel giorno magico rimane uno dei ricordi più belli della carriera, anche se di quei cinque milioni promessi nemmeno l’ombra…

Un giorno Alberto Cova viene invitato a una gara a Perugia, si sta preparando a Tirrenia insieme a Boffi, è solo una tappa di avvicinamento verso gare più importanti, dovrebbe essere una sfida a due tra lui e Bordin, e non e poco, ma viene a sapere la mattina della gara che sarà presente anche il campione olimpico e dominatore di tanti cross mondiali John Ngugi accompagnato da altri fortissimi atleti keniani, e lo viene a sapere da un titolo di giornale. Cova è furioso. Telefona a Rondelli, questa gara non s’à da fare, o comunque non con lui presente. È indispettito ma carico, chiede a Rondelli di procurarsi un pettorale per la Stramilano che si corre in giornata, di lì a poche ore. È Boffi a guidare la Volvo da Tirrenia a Milano, non è tempo di Autovelox. La leggenda narrata nella biografia di Alberto Cova vorrebbe che quel viaggio fosse durato appena due ore e mezza, non lo sapremo mai, ma Boffi mi conferma tratti a 180 chilometri orari, Cova è nel sedile dietro, gambe in altro per favorire la circolazione, concentrato e arrabbiato. Arriveranno a casa di Rondelli un paio di ore prima, sufficienti per presentarsi alla partenza. Cova vincerà quell’edizione. Boffi, oltre che scudiero di gran lusso, si confermerà un grande amico, capace di grandi atti di generosità, come se la corsa non fosse poi quello sport così individuale come lo pensiamo.

Più avanti avvertirà le tensioni dell’ambiente milanese, quando inizia il lento declino del favoloso Cova, il ragioniere capace della tripletta Europeo, Mondiale, Olimpiade, inizia l’ascesa di Panetta, certi equilibri vengono meno e Boffi prende una bella palla al balzo passando alla Paf Verona sotto la guida di Gigliotti, una squadra che si raccoglie attorno a un nuovo grande emergente, tale Gelindo Bordin, incontra gente “strana”, come il compianto Loris Pimazzoni, un comprimario digran lusso che non perdona nessuna divinità, in un Campionato italiano su pista nei 5000 metri beffa addirittura Cova e Panetta che si marcano stretto a vicenda, e nemmeno il Capitano Gelindo può stare tranquillo.

Sono anni intensi, la corsa sta diventando una cosa importante, anni di grandi rivalità, i gruppi militari e i grandi club civili danno vita a sfide pazzesche soprattutto nei cross invernali, è sempre spettacolo, a volte anche lì ci si sacrifica per strategie studiate a tavolino, nella speranza che la punta la metta nel sette altri si affannano sulla fascia. Nel periodo alla Paf Boffi si allena a Ferrara, città di Adonella, la fidanzata di allora poi diventata moglie e compagna di una vita. Gigliotti a volte lo raggiunge, ma non ha problemi a eseguire lavori importanti in solitudine, ma corre anche con i forti locali che bruciano le polveri nel Campo scuola e sulle mura che cingono la città, gente come Giuseppe Pambianchi, Mauro Crivellini, Fausto Molinari e Massimo Magnani.

Franco è una persona con mille sfaccettature, in fondo la vita da caserma le era sempre piaciuta, eppure ha visioni larghe, tutte le trasferte e i raduni diventano occasioni per esplorare il mondo, quando è all’estero studia cartine e itinerari da vero viaggiatore, se da Bologna parte per una trasferta a Vinovo, in Piemonte, dove si giocava una maglia azzurra di cross, allora perché non trascinare tutta la brigata a San Remo, altri avrebbero raggiunto prima possibile l’albergo per riposare, sta di fatto che poi quella maglia azzurra verrà conquistata. Nel 1990 chiede e ottiene di fare un periodo di allenamento a Colorado Springs, uno dei ritiri preferiti anche da Carl Lewis, in compagnia di Adonella, mi assicura di aver lavorato davvero tanto, ed è probabilmente vero, anche se Gavino Garau mentre lo ascolta sembra non crederci completamente.

Le Olimpiadi di Seoul del 1988 rimangono la sua opera incompiuta, una brutta caduta in un 3000 siepi di un triangolare tra Nazioni nella Germania dell’Est gli procura un trauma cranico, un mese di stop e un recupero impossibile, ma i ricordi belli sono tanti, belli come la vittoria alle Universiadi di Kobe, che al tempo era davvero una manifestazione di massimo prestigio. Rimane un dubbio: se avesse vissuto una scena storicamente meno piena di grandi atleti nel nostro Paese, le cose sarebbero andate ancora meglio per Franco Boffi? Impossibile dare una risposta, ma durante la cena nella quale sono stati davvero tanti gli aneddoti su quegli anni incredibili, questo dubbio aleggia, evocato a bassa voce, ma il Franco Boffi che ho davanti è una persona felice che sa di aver vissuto una vita bellissima in compagnia di questo sport che non sempre restituisce il dovuto.

Poi viene il giorno che qualcosa finisce, per uno strano scherzo del destino chi scrive era presente alla sua ultima gara, una Vignola Guiglia corsa con l’amico Gianni Lacerenza, ottimo siepista, stessa canotta dell’Edera Forlì, gloriosa società che accompagna Boffi nell’ultimo segmento di carriera. Quando appende le scarpe al chiodo non sente alcuna esigenza di continuare a correre, né per competizioni amatoriali, né per mantenere certe abitudini in privato. Quella spina andava staccata con un taglio netto, senza compromessi al ribasso per quanto riguardava la corsa. La decantazione dura sette anni e all’inizio del nuovo secolo scatta qualcosa: l’invito di qualche amico, qualche sfottò, e parte una nuova passione, quella per il ciclismo, a livello Amatoriale naturalmente, l’età non è verde, ma il motore è fuori dalla norma, la faccenda è presa maledettamente sul serio, però bisogna imparare nuove tattiche, correre nella pancia del gruppo è molto diverso rispetto a lanciarsi come nella corsa soli soletti, si tratta di cambiare mentalità, stare più accorto e il resto viene da sé, il rapporto peso potenza è sopra la norma. Arriveranno circa trecento vittorie assolute e di categoria e Boffi si fa conoscere anche in questo nuovo mondo, non è destinato alla categoria dei comprimari, o degli eccetera, come vengono battezzati con un po’ di cinismo appunto nel ciclismo quelli che rimangono fuori dalla lotta per la vittoria nel finale. Boffi oggi abita tra Bologna e Ferrara, è quindi uomo di pianura, eppure è stato un vero dominatore della Maratona delle Dolomiti, una corsa ciclistica durissima che si corre nella splendida cornice della Val Badia, Boffi vanta diciassette presenze e sette vittorie nelle varie categorie, si allena sulle colline bolognesi e spesso si reca in vacanza da quelle parti per affinare la preparazione, è agonismo puro, ma con un po’ più di leggerezza rispetto alla carriera atletica, la bicicletta richiede un impegno diverso, forse meno intenso e in un tempo dilatato, un tempo che Franco Boffi ha trovato favorevole. Alla fine della cena ho messo a fuoco che davanti avevo una persona felice, e se qualche lasciata è stata persa fa parte del gioco. Bello il film della sua vita, sia nel primo che nel secondo tempo.

articolo già uscito sulla rivista Correre, foto recenti di Pierluigi Benini