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Factory Fattori | 18 Settembre 2021

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CRONACA LOCALE #1

CRONACA LOCALE #1
Saverio Fattori

CRONACA LOCALE

PROLOGO

La chiamano La crisi della pagina bianca. Inizi a pensare che non ci siano grandi complotti. Che la colpa è solo tua. Non sei cresciuto come scrittore perché non sei cresciuto come essere umano. E quando arrivi a questa consapevolezza, allora è davvero finita.

Quando lo scrittore iniziò a scrivere queste parole su una lapide del cimitero per animali di Altedo, credeva davvero di aver radunato in sé tutta la forza necessaria per farla finita. Gli autoarticolati sfrecciavano sull’asfalto, prendevano velocità dopo essersi catapultati fuori dal casello autostradale, gli uomini al volante ancora intontiti dall’arteria ad alta velocità, faticavano a riadattarsi alle strade provinciali. Sarebbe stato facile raggiungere il ciglio frastagliato di erba bruciata, chiudere gli occhi e fare quei pochi passi di rincorsa, fino al muso di uno di quei bisonti agghindati di santi e lucette intermittenti. L’urto era difficile da prevedere negli effetti pratici, dolore di sicuro, ma quanto prolungato nel tempo? buio improvviso? nessuno per quanto si sforzi riesce a immaginare la propria morte. Forse un grande narratore potrebbe arrivare a risultati apprezzabili. Eppure mai alla verità. La verità non ha a fare con bagliori celesti difficili da identificare tra superstizione religiosa e racconti di gente rigurgitata da stati di coma. La verità è lacero contusa, ammaccata, inevitabilmente ha a che fare con la miseria del corpo, la fragilità ossea, la delicatezza delle arterie e dei vasi sanguigni, la pochezza della massa muscolare magra, l’inutilità del grasso. Lo sferragliare della provinciale 45 può metterti di fronte all’evidenza, siamo esseri indifesi, la tecnologia che abbiamo creato ci è nemica, o comunque non ci riconosce come padri, e può divorarci.

La fine è muta. Inadatta a ogni opera di finction. E la verità non sempre è buona narrativa. Quasi mai. Le ruote degli altri veicoli avrebbero completato lo scempio del suo corpo, ma lui era già morto o svenuto e non avrebbe sentito il sibilo stracciato dei freni e del metallo contro altro metallo. Misero bambolotto disarticolato. Stava calando una luce incerta tra l’imbrunire precoce e un sistema nuvoloso che il meteo aveva previsto, a quell’ora la vista dei guidatori è facile all’imbroglio e il conto delle ore di sonno perse arriva tutto in un botto.

Lo scrittore aveva individuato un rettangolo di marmo intonso ma già prenotato da qualche padroncino, poi aveva incollato l’ovale di alluminio che incorniciava il ritaglio di una sua foto recente. Era in un museo berlinese e le foto in sequenza lo ritraevano con dei cuscini piatti schiacciati al petto su cui erano stampate parole come DOGMATISH, PRAGMATIC, FASHION. Aveva scelto FASHION che sottotitolava una sua espressione sbarazzina e furbetta.

Quel piccolo appezzamento ordinato da vialetti ghiaiosi era una sorta di quartiere riservato ai cani di una famiglia che doveva tenere molto ai loro animali domestici a cui aveva regalato il cognome. Buk Manservigi, un bracco maculato da caccia, Lispa Manservigi, una sangue misto di razza indecifrabile che aveva a sedotto i purosangue di casa Manservigi, guadagnandosi un posto nel clan e dignità di sepoltura con tanto di cerimonia funebre. Un cane ancora vivo ciondolava sulla strada bianca che costeggiava parallela quella asfaltata arrivando poi a fare una curva che cingeva il campo santo. Forse era l’amante di Lispa, i suoi occhi languidi privi di rancore lasciavano intendere che aveva compreso il matrimonio d’interessa della sua Lispa e ora non rimaneva che presidiare il suo riposo. Luce livida. Aria ferma. Il giorno prima della fine del mondo. Un giorno come un altro.

Lo scrittore aveva scritto solo LA CHIAMANO LA quando una vecchia le si era parata davanti con le mani ancora bagnate di acqua e detersivo per piatti. Le ringhiò contro mentre si asciugava fin sopra ai gomiti nel grembiule sporco che le cingeva i fianchi. Lo scrittore era rimasto con il pennarello alla porporina alto davanti a sé, all’altezza del proprio naso, rapito da una impotenza incuriosita. La donna era sgattaiolata dalla porta della villetta rustica scartando il furgone delle onoranze funebri e ora stava lì a pronunciare parole per lo più incomprensibili. Lo scrittore capì solo mi fjol, mio figlio nel dialetto della zona. Suo figlio doveva essere la persona che aveva avuto l’idea di un cimitero per animali domestici. Un’area business relativamente originale, un buon investimento in anni in cui l’agricoltura non dava quasi alcun reddito. Si trattava di seminare carogne. Per un attimo lo scrittore fu invaso da un fastidioso buonumore, presto riassorbito dall’evidenza che nemmeno questo episodio curioso avrebbe potuto costituire materiale buono da calare dal nulla in un’opera di narrativa. La solita merda tiepida ammorbava questa zona, roba buona solo per un maledetto giornalista e per la sua cronaca locale fetida.

Allo scrittore passò la fantasia di suicidarsi, mentre la donna continuava a belare che andava a chiamare suo figlio in una cadenza dialettale rotonda e volgare. Lui pensava di nuovo a Martelli. Il suo nemico.