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Factory Fattori | 18 Settembre 2021

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LA LUNGA MARCIA*

LA LUNGA MARCIA*
Saverio Fattori

La lunga marcia è un romanzo distopico che Stephen King pubblicò sotto pseudonimo nel 1979 per poi riconoscere quel figlio rinnegato in un secondo tempo. Cento ragazzi pescati da una America leggermente modificata, forse più crudele ma riconoscibile, si affrontano in una prova massacrante, una ultramaratona folle, una marcia forzata dal confine con il Canada fino a Boston con regole molto severe che il lettore via via conoscerà durante la lettura. Una delle regole è appunto l’andatura che non potrà mai essere una semplice camminata, se rallenti sei ammonito e devi riprendere il ritmo corretto per non arrivare alla squalifica che il maestro dell’horror ha immaginato come definitiva, i trasgressori e deboli verranno giustiziati sul posto rendendo la selezione spietata e molto spettacolare.

È altrettanto importante che il concorrente non abbandoni la sede stradale, non abbandonare la sede stradale è fondamentale, non solo perché potrebbe scappare o essere aiutato dagli spettatori assiepati, ma anche perché uscirebbe così dall’inquadratura, visto che la transumanza di questi eroici disperati è l’evento televisivo dell’anno. Quindi Stephen King, allora studente universitario, nel momento in cui scrive questo testo che a me non pare affatto minore seppur giovanile, ha chiaro in testa il nostro futuro: questa lunga marcia è un reality, un talent, e nessuno può pensare di rinunciare, di arrendersi, di ritirarsi, nemmeno di nascondersi tra la folla, o di ricevere aiuti esterni. I cento partecipanti cercano gloria, riscatto, ma ognuno di loro avrà ragioni diverse, ma soprattutto esistenze diverse alle spalle. Le telecamere indugiano soprattutto sui momenti più drammatici, crisi psicofisiche spaventose, novantanove perdenti e un solo trionfatore, la sofferenza fa audience, la televisione o è gioia o è dolore, a casa e lungo le strade la gente ha bisogno di emozioni forti.

Quando sei nato non puoi più nasconderti è il titolo di un bel film di Marco Tullio Giordana del 2005tratto da un libro di Maria Pace Ottieri uscito due anni prima, ed è anche una frase molto evocativa e ripenso a quell’inquadratura costante su quei cento pazzi di Stephen King. Ma soprattutto penso a quello che siamo diventati. Abbiamo perso il diritto all’anonimato. Se fai una brutta gara, un tempo o un piazzamento che non ti piacciono, se eri davvero distrutto, in crisi nera, anche se non nelle condizioni di farti fucilare come ne La lunga marcia, il social non ti perdona: qualcuno ti taggherà pensando di farti una cortesia, incurante del tuo ghigno storto e della tua andatura evidentemente traballante, la classifica che ti vede messo malino verrà immediatamente condivisa su Facebook anche se noi siamo ancora a bere il the al ristoro. E oggi più che mai sappiamo che davvero quando sei nato non puoi più nasconderti, il problema è che nessuno oggi riconosce come valore il fatto di passare inosservato, di essere defilato, di non essere tirato in ballo. Più siamo piccini più vogliamo una inquadratura che ci faccia apparire giganteschi, senza renderci conto che è più in fatto di luci, ed è solo un’ombra quella che si staglia.

Pietro Mennea dopo le imprese che lo vedevano primeggiare sui migliori sprinter statunitensi, rifiutava spesso l’invito a partecipare alla Domenica sportiva che allora era davvero tutto quello che uno sportivo potesse desiderare, doveva tenere a bada le proprie insicurezze mantenendo alto il livello di concentrazione, partecipare alla trasmissione avrebbe voluto dire un’altra notte passata fuori casa e un allenamento saltato o venuto male. Elio Petri quando vinse l’Oscar come miglior film straniero con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, nemmeno volò a Los Angeles per ritirare la statuetta dalle mani di una Jeanne Moreau al massimo della forma. Stava già lavorando su un altro film, doveva stare concentrato pure lui. Come Mennea.

È tutta questione di concentrazione.

*articolo già uscito sulla rivista Correre